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Τὰ εἰς ἑαυτόν – Ta eis eauton


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Ta eis eauton è il titolo della raccolta di pensieri che l’imperatore-filosofo Marco Aurelio scriveva a se stesso come per ricordarsi di ciò che andava fatto. Un promemoria per ricordarsi di come agire e di come vivere, per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato.

Lo stesso obiettivo ha oggi per me questo progetto che mira essenzialmente ad aiutarci tutti a ricordare ogni giorno ciò che dobbiamo fare; non sarò io a pretendere di insegnare come si vive; il mio compito sarà semplicemente quello di selezionare le parole di saggezza che i migliori uomini della storia hanno seminato nel corso delle loro vite.

Un tale patrimonio deve essere condiviso e reso disponibile a tutti: sarà un ripasso, una rilettura per coloro che già conoscono tali parole ed una scoperta per quelli che non le hanno mai udite o lette. Si tratta di sensibilizzare chi se ne sente avulso e rinforzare lo spirito di quelli che ne sono già vicini.

È la concretizzazione di uno sforzo volto a vivere il momento presente, a rinnovare ogni istante l’attenzione per la propria vita, per fare in modo che la noia e l’immaginazione di un tempo migliore non prendano il sopravvento sulla presenza dell’esistenza, evento tanto più normale e quotidiano quanto meno lo si guarda con occhi nuovi.

Perché questa normalità diventi qualcosa di straordinario, qualcosa che non ci intorpidisca i sensi e la mente; che il presente non diventi un modo per passare il tempo, inconsciamente presuntuosi da credere di possederne in abbondanza.

la vita si muove di continuo e non può mai veramente vedere se stessa

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“– Ma come morta, se sono qua viva?
– Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell’attimo che si rimira, lei non è piú viva.
– E perché?
– Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.
– E allora io, viva, non mi sono mai veduta?
– Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un’immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qual­che fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un’ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.
– È vero.
– Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.
– Ma nient’affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.
– Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. È come se avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti. E il sentimento, subito come si vede, le si gela. Non si può vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può avvenire di non comprendere più perché lei debba avere quell’immagine che lo specchio le ridà.”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.

bisognerebbe leggere i libri che ci fanno male

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“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso.
Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno dei libri che abbiano su di noi l’effetto di una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno cui volevamo bene più che a noi stessi, come se venissimo cacciati nei boschi, lontano da tutti, come un suicidio, un libro deve essere l’ascia che rompe il mare ghiacciato dentro di noi. Questo credo.”

Franz Kafka, “Lettera a Oskar Pollak”.

gli eroi e i conquistatori

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“… i non violenti, quando arrivavano gli altri, mettevano i bastoni per terra e si facevano picchiare. Però, che esempio morale! Ma vedi, non si insegna questo, non se ne parla. Le scuole non fanno che la storia degli eroi e dei conquistatori. Alessandro Magno: “magno” perché ha massacrato migliaia di persone nell’Asia centrale? Forse era anche uno simpatico ai suoi tempi, giovane, conquista il mondo.

Ma conquistare cosa vuol dire? Vuol dire uccidere, prendere la roba degli altri. Tutto questo dovrebbe essere rimesso in discussione. L’educazione dovrebbe cominciare con l’insegnare il valore della nonviolenza, che ha a che fare poi con tutto: con l’essere vegetariani, col rispettare il mondo, col pensare che questa terra non te l’han data a te, che è di tutti e tu non puoi impunemente metterti a tagliare e a fare buchi.

Il guaio è, secondo me, che tutto il sistema è fatto in modo che l’uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c’è nemmeno più bisogno della dittatura ormai, perché la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.

Libertà. Non ce n’è più. Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia. Non c’è più la libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, viene emarginata perché non rientra nel modello? Facesse invece delle altre cose! Ma non c’è altro, c’è solo una spinta verso il mercato.”

Tiziano Terzani, “La fine è il mio inizio”.

la costanza e la perseveranza nella vita

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“L’ordinamento sistematico, secondo il tempo e secondo la forma, delle nostre attività subordinate, ha anche altri vantaggi notevoli che val pure la pena di ricordare. Esso rende infatti possibile un lavoro molto più intenso e fecondo; che l’attività saltuaria e disordinata: le grandi opere sono compiute dal lavoro paziente e perseverante, non dagli sforzi tumultuari e temporanei a cui succedono inevitabilmente periodi di depressione e d’inerzia. In secondo luogo rende possibile l’utilizzazione perfetta del tempo che si perde spesso cosi scioccamente e che non manca mai a chi sa metterlo a profitto: quando ogni giorno ed ogni parte del giorno ha il suo compito assegnato, non vi è più luogo ad esitazioni, a pigre incertezze: tutto è fatto a suo tempo ed è fatto a fondo come esige l’ordine prefisso.
Infine la vita ordinata e sistematica, imponendo ad ogni ora il suo compito, ci salva dal pericolo delle fantasticherie vane in cui si disperdono spesso inutilmente il tempo e l’energia interiore; ci tien lontani dai lavori oziosi, nei quali ci illudiamo di essere attivi, mentre in realtà cerchiamo solo in essi il mezzo di sfuggire ad occupazioni più necessarie, ma più penose; e ci sostiene infine nelle ore di avvilimento e di tristezza, in cui unico rimedio è l’abitudine del lavoro perseverante e regolare.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

l’animo libero

Encuentra tu propio camino

“È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità, perché sono dubbi relativi ad argomenti controversi. Ora ascoltate, non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, né solo dalla logica e dall’inferenza, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere della speculazione, né dalla verosimiglianza, né dal rispetto per il vostro maestro.
Ma quando capite da soli che certe cose sono non salutari, sbagliate e cattive, allora abbandonatele, e quando capite da soli che certe cose sono salutari e buone, allora accettatele e seguitele.”

Buddha, “Il discorso a Kalama”.

si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

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“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

ciò che tiene in piedi la nostra realtà

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“Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case?
Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. E la costruzione dura finché non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento della nostra volontà. E perché credete che vi si raccomandi tanto la fermezza della volontà e la costanza dei sentimenti? Basta che quella vacilli un poco, e che questi si alterino d’un punto o cangino minimamente, e addio realtà nostra!
Ci accorgiamo subito che non era altro che una nostra illusione.”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.