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Τὰ εἰς ἑαυτόν – Ta eis eauton

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Ta eis eauton è il titolo della raccolta di pensieri che l’imperatore-filosofo Marco Aurelio scriveva a se stesso come per ricordarsi di ciò che andava fatto. Un promemoria per ricordarsi di come agire e di come vivere, per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato.
Lo stesso obiettivo ha oggi per me questo progetto che mira essenzialmente ad aiutarci tutti a ricordare ogni giorno ciò che dobbiamo fare; non sarò io a pretendere di insegnare come si vive; il mio compito sarà semplicemente quello di selezionare le parole di saggezza che i migliori uomini della storia hanno seminato nel corso delle loro vite.
Un tale patrimonio deve essere condiviso e reso disponibile a tutti: sarà un ripasso, una rilettura per coloro che già conoscono tali parole ed una scoperta per quelli che non le hanno mai udite o lette. Si tratta di sensibilizzare chi se ne sente avulso e rinforzare lo spirito di quelli che ne sono già vicini.
È la concretizzazione di uno sforzo volto a vivere il momento presente, a rinnovare ogni istante l’attenzione per la propria vita, per fare in modo che la noia e l’immaginazione di un tempo migliore non prendano il sopravvento sulla presenza dell’esistenza, evento tanto più normale e quotidiano quanto meno lo si guarda con occhi nuovi.
Perché questa normalità diventi qualcosa di straordinario, qualcosa che non ci intorpidisca i sensi e la mente; che il presente non diventi un modo per passare il tempo, inconsciamente presuntuosi da credere di possederne in abbondanza.

la salvezza è nel rendersi conto di essere nell’errore in quanto uomo

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“Se, come ho detto, ogni vita umana, vista nella sua totalità, mostra le caratteristiche di un dramma, e di regola altro non è che una serie di speranze fallite, di progetti frustrati e di errori troppo tardi riconosciuti, allora ciò concorda in tutto e per tutto con la mia visione del mondo, che considera la stessa esistenza come qualcosa che sarebbe meglio non vi fosse, una sorta di strada sbagliata da cui la conoscenza che se ne ha deve riportarci indietro. L’uomo, o antropos, è nell’errore già in senso generale, in quanto esiste ed è uomo; in assoluta coerenza con tutto questo, ogni uomo individuale, nell’abbracciare con lo sguardo la sua vita, si trova quindi sempre nell’errore. Il fatto di rendersene conto in senso generale è la sua salvezza, alla quale può però pervenire soltanto se inizia a riconoscerlo nel caso singolo, cioè nel corso della sua vita individuale. Infatti, quidquid valet de genere, valet et de specie.”

Arthur Schopenhauer

non potevamo che arrivare qui… e ora…

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” “Tutte le forze, quelle visibili e quelle invisibili, quelle tangibili e quelle intangibili, quelle maschili e quelle femminili, quelle negative e quelle positive, tutte le forze dell’universo hanno fatto si che noi due in questo momento potessimo sederci qui, dinanzi al fuoco del camino, a bere tè”, diceva, scoppiando in una risata che di per sé era una gioia.”

Tiziano Terzani

chi ama rinuncia alla volontà di vivere

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“Chiunque fa una pura opera d’amore, ossia reca danno al proprio egoismo a vantaggio di quello altrui, ossia diminuisce il proprio benessere per diminuire la sofferenza altrui – può farlo (a meno che non sia spinto da qualche celato motivo egoistico, qual è anche la ricompensa in cielo, e allora tutta quanta l’azione non è che parvenza) soltanto perché, affrancatosi in qualcosa dalla conoscenza secondo il principio di ragione sufficiente, penetra il principium individuationis e riconosce perciò che la distinzione tra lui e gli altri è solo apparente, e la volontà di vivere, che egli stesso è, costituisce l’in sé della propria come dell’altrui apparenza, ed è essa quel che vive in tutti, che anzi ciò si estende agli animali e a tutta quanta la natura. Quindi non appena compare questa conoscenza e fino a quando rimane viva (l’egoismo la può soffocare con violenza), non potrà lasciare che altri vivano negli stenti mentre lui gode del superfluo e di cose di cui può privarsi.
Ora, però, abbiamo detto anche che il senso intimo, l’essenza e il significato di ogni virtù è la negazione, l’annullamento della volontà di vivere. Ma la virtù non può che avere, tuttavia, un’ unica origine.”

Arthur Schopenhauer

siamo diventati il nostro denaro

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“Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore.
Ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua repulsività, è annullato dal denaro. lo, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono. Il denaro, inoltre, mi toglie la pena di essere disonesto, e quindi si presume che io sia onesto. lo sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è più intelligente delle persone intelligenti? Io, che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che mi unisce alla società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli, il vero cemento, la forza galvano-chimica della società?”

K. Marx

il vero dono non si aspetta la ricompensa

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“Tu fai un’elemosina, e mi chiedi che cosa te ne venga. La mia risposta, in coscienza, è questa: «Hai dato un po’ di sollievo alle sofferenze del tuo prossimo, assolutamente niente di più». Se però tale gesto non ti è stato utile e in realtà non te ne importa niente, allora in effetti non hai voluto fare un’elemosina, ma un acquisto, quindi sei stato del tutto derubato del tuo denaro, e ciò va imputato alla tua stoltezza. Se invece ti importa che colui che è oppresso dalla miseria soffra di meno, allora hai raggiunto il tuo scopo proprio perché egli soffre di meno, e vedi bene in che misura il tuo dono trovi la sua ricompensa.
Un dono puro è soltanto quello in cui, nel più profondo del cuore, non ci si propone né si pensa assolutamente a nient’altro che ad alleviare la sofferenza del prossimo. Ogni traccia di ostentazione nel donare rende evidente che il dono non è genuino, ma che, almeno in parte, è un tentativo di comprarsi una buona nomea, eccetera. Di coloro che donano con ostentazione il Vangelo dice molto bene: «In ciò hanno la loro ricompensa» (Mt, 6, 2). Ma i Veda, conferendo per così dire la superiore consacrazione, dicono e ripetono che colui che brama una qualche ricompensa per le sue opere è ancora sulla via delle tenebre e non è maturo per la redenzione.”

Arthur Schopenhauer

quello che pensiamo diventiamo

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“Si racconta la storia di due cani, che, in momenti diversi entrarono nella stessa stanza. Uno ne uscì scodinzolando l’altro ne uscì ringhiando. Una donna li vide e, incuriosita, entrò nella stanza per scoprire cosa rendesse uno felice e l’altro così infuriato. Con grande sorpresa scoprì che la stanza era piena di specchi. Il cane felice aveva trovato cento cani felici che lo guardavano, mentre il cane arrabbiato aveva visto solo cani arrabbiati che gli abbaiavano contro. Quello che vediamo nel mondo intorno a noi è un riflesso di ciò che siamo. Tutto ciò che siamo è un riflesso di quello che abbiamo pensato. La mente è tutto. Quello che pensiamo diventiamo.”

Buddha