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Τὰ εἰς ἑαυτόν – Ta eis eauton


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Ta eis eauton è il titolo della raccolta di pensieri che l’imperatore-filosofo Marco Aurelio scriveva a se stesso come per ricordarsi di ciò che andava fatto. Un promemoria per ricordarsi di come agire e di come vivere, per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato.

Lo stesso obiettivo ha oggi per me questo progetto che mira essenzialmente ad aiutarci tutti a ricordare ogni giorno ciò che è davvero importante; non sarò io a pretendere di insegnare come si vive; il mio compito sarà semplicemente quello di selezionare le parole di saggezza che i migliori uomini della storia hanno seminato nel corso delle loro vite.

Un tale patrimonio deve essere condiviso e reso disponibile a tutti: sarà un ripasso, una rilettura per coloro che già conoscono tali parole ed una scoperta per quelli che non le hanno mai udite o lette. Si tratta di sensibilizzare chi se ne sente avulso e rinforzare lo spirito di quelli che ne sono già vicini.

È la concretizzazione di uno sforzo volto a vivere il momento presente, a rinnovare ogni istante l’attenzione per la propria vita, per fare in modo che la noia e l’immaginazione di un tempo migliore non prendano il sopravvento sulla presenza dell’esistenza, evento tanto più normale e quotidiano quanto meno lo si guarda con occhi nuovi.

Perché questa normalità diventi qualcosa di straordinario, qualcosa che non ci intorpidisca i sensi e la mente; che il presente non diventi un modo per passare il tempo, inconsciamente presuntuosi da credere di possederne in abbondanza.

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penetrate in voi stesso e provate le profondità in cui balza la vostra vita

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“Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo sopratutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno.
C’è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice «debbo», allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso.

Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore; evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria.

Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti. E se anche foste in un carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi – non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi? Rivolgete in quella parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine s’amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri.

E se da questo viaggio all’interno, da quest’immersione nel proprio mondo giungono versi, allora non penserete a interrogare alcuno se siano buoni versi; né tenterete d’interessare per questi lavori le riviste: ché in loro vedrete il vostro caro possesso naturale, una parte e una voce della vostra vita. Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro.
Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni. Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir di fuori. Ché il creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato.”

Rilke Rainer Maria, “Lettere a un giovane poeta”.

sono felice quando devo recitare e sono infelice quando non ho parti da interpretare

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“Dopo il terzo segnale in sala si spengono le luci, si apre il sipario ed entra una maschera imprecisata dell’antica commedia dell’arte.

«Eccomi qui, davanti a voi, onorato pubblico. Lo sapete? Ora che ho messo piede su questo palcoscenico entrando alla vostra presenza non posso più muovermi e parlare come vorrei. Le parole che Vi sto dicendo non nascono liberamente dentro di me, ma sono state scritte da un altro: io sono l‘attore e lui è l’autore. E anche il mio modo di parlare obbedisce a un copione: devo scandire le parole, conferire accentuazioni e cadenze, inserire le dovute pause, far assaporare i silenzi. Né i miei movimenti sono naturali, ma costruiti, studiati, artefatti. Ho detto proprio così, artefatti, perché qui è l’arte a essere in gioco, e la vera arte non è mai solo spontaneità: è soprattutto regole, rigore, tecnica, precisione, canonicità. Adesso, davanti a voi, devo essere diverso dalla mia vita di ogni giorno: il mio parlare, il mio muovermi, il mio respirare, tutto in me deve essere recitazione.

Sono qui con questo costume d’altri tempi e con questa maschera che nasconde il mio volto, vestito come mai nella mia vita mi vestirei, muovendomi come mai nella mia vita mi muoverei, parlando come mai nella mia vita parlerei. Sono un attore e sto recitando, ho imparato alla perfezione il copione, non ho pause né esitazioni, non mi impappino, faccio il mio mestiere come si deve.

A questo punto però vi devo confessare una cosa importante: in questo mio essere costretto e artefatto io mi sento realizzato, felice. Vi dirò di più, aggiungo qualcosa che vi stupirà: che mi sento più vivo quando recito le parole di altri, e mi muovo e mi atteggio come vogliono gli altri, che non quando dico le prime cose che mi vengono in mente nella mia vita di tutti i giorni.

Come spiegare questa paradossale situazione? Proprio quando non sono solo me stesso, mi sento più vivo. Proprio quando non sono libero, mi sento più realizzato. Effettivamente sono felice quando devo recitare e sono infelice quando non ho parti da interpretare; non è solo perché guadagno meno, i soldi non sono mai stati il mio principale obiettivo, è proprio perché amo il mio lavoro, il mio poter essere qui davanti a voi, onorato pubblico.

Ora però, io chiedo a voi che siete senza maschera e che vestite come vi pare perché non siete attori: capita anche a voi qualcosa del genere? Non mentite, vi prego. Date ascolto a quella sottile voce interiore che ogni tanto si palesa dentro gli esseri umani. Forse scoprirete che in realtà anche ognuno di voi recita a sua volta sui diversi palcoscenici dell’esistenza, perché esiste un copione per ogni situazione, non attenersi al quale comporta il fallimento dei rapporti con gli altri, l’insoddisfazione di tutti coloro che hanno a che fare con voi.

Ha detto un uomo di genio che il primo dovere nella vita è di essere il più artificiali possibile, e che quale sia il secondo nessuno l’ha ancora scoperto.

Per questo torno a chiedervi: quando vi trovate sui diversi palcoscenici della vita, e dite le parole pensate da altri, e fate i gesti richiesti da altri, ecco in quei momenti, quando la vostra libertà interiore è subordinata al ruolo e alla maschera sociale, anche voi vi sentite bene, appagati, realizzati, come me in questo momento?

Oppure qualche volta no? Oppure ogni tanto… (a questo punto l’attore si pone l’indice sinistro sulla bocca e abbassa la voce rivolgendosi familiarmente al pubblico) sss, capita anche a me, ma questo è un segreto tra me e voi, l’autore e il regista non devono saperlo… (il volume della voce torna normale) oppure qualche volta vi viene voglia di gettare la maschera e di mandare a quel paese il vostro autore e il vostro regista, e di andarmene non so dove, a fare non so cosa, ma finalmente liberi, senza maschera, senza copione, senza nessun pubblico da riverire?»

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.

pseudo-cose, aggeggi per vivere

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“Per i nostri avi, “una casa”, una “fontana”, una torre loro familiare, un abito posseduto erano ancora qualcosa di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’umano.

Ora ci incalzano dall’America cose nuove e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere. Una casa nel senso americano, una mela americana, o una vite americana non hanno nulla in comune con la casa, il frutto, il grappolo in cui erano riposte le speranze e la ponderazione dei nostri padri.”

1926, Rainer Maria Rilke, “Briefe aus Muzot”.

il bisogno umano di certezze

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“La libertà non può essere acquisita in opposizione alla società. Il risultato della ribellione alle regole è una perpetua agonia di indecisione correlata a uno stato di incertezza sulle intenzioni e i movimenti di chi li circonda, qualcosa che rende probabilmente la vita un inferno. Modelli e standard imposti da forti pressioni sociali risparmiano tale agonia: grazie alla monotonia e alla regolarità dei modelli di condotta raccomandati, imposti e inculcati, gli esseri umani sanno quasi sempre come procedere e ben di rado vengono a trovarsi privi di adeguate direttive o finiscono in situazioni in cui occorre prendere decisioni e assumersene la responsabilità senza conoscerne le conseguenze, rendendo così ogni passo irto di rischi e difficile da calcolare.

Nel momento in cui l’individuo si trova nella condizione di «andare avanti e sperare nella fortuna» (come Erich Fromm ha memorabilmente affermato), si vede costretto a «bere o affogare», parte la «compulsiva ricerca di certezze», inizia la disperata ricerca di «soluzioni» in grado di «eliminare la consapevolezza del dubbio» e qualsiasi cosa prometta di «assumersi la responsabilità di garantire ’certezza’» è bene accetta.”

Bauman Zygmunt, “Modernità liquida”.

si nasce una volta, due volte non è concesso

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«Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani procrastini la gioia, ma la vita trascorre nell’indugiare e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace.»

Epicuro, “Gnomologium Vaticanum Epicureum”.

 

“A quanto possiamo discernere, l’unico scopo dell’esistenza umana è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere.”

Carl Gustav Jung.

è una fortuna che l’amore non abbia bisogno di parole

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“Eppure era bello vivere. Colse nell’erba un fiorellino violetto, lo avvicinò all’occhio, guardò entro il piccolo calice, dove scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilissimi organi; come nel grembo di una donna o nel cervello di un pensatore, fremeva la vita tremava la gioia.

Oh, perché non si sapeva proprio nulla? Perché non si poteva parlare con quel fiore? Ma se neppure due uomini riuscivano a parlarsi davvero, e ci voleva già per questo un caso fortunato, una particolare amicizia e disposizione! No, era fortuna che l’amore non avesse bisogno di parole, altrimenti sarebbe stato pieno di malintesi e di pazzie. Ah, come l’occhio di Lisa, socchiuso nella pienezza della voluttà, era quasi franto e non mostrava più che un pò di bianco nel taglio delle palpebre convulse… mille parole di dotti e di poeti non sarebbero riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere, escogitare e tuttavia si aveva sempre in sé il bisogno prepotente di parlare. L’eterno impulso a pensare!

Osservò con quanta grazia e con quanta intelligenza le foglie della piantina erano ordinate intorno allo stelo. I versi di Virgilio eran belli, egli li amava; ma più d’uno non aveva neppur la metà della chiarezza e della sapienza dell’ingegnosa bellezza di quella spirale, secondo cui le minuscole foglioline si ordinavano su per lo stelo. Quale godimento, quale felicità, che opera incantevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato capace di creare un solo fiore come quello!
Ma nessuno era capace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nessun santo.”

Hesse Hermann, “Narciso e Boccadoro”.

meglio un imperatore stanco che un profeta folgorante

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“A uno studente che voleva sapere la mia posizione riguardo all’autore di Zarathustra, risposi che da molto tempo avevo smesso di frequentarlo. Perchè? mi chiese. – Perchè lo trovo troppo ingenuo…

Gli rimprovero le sue infatuazioni e persino i suoi fervori. Non ha abbattuto idoli se non per sostituirli con altri. Un falso iconoclasta, con tratti da adolescente, e non so che verginità, che innocenza, inerenti alla sua carriera di solitario. Ha osservato gli uomini solo da lontano.
Se li avesse guardati da vicino non avrebbe mai potuto concepire e celebrare il superuomo, visione bislacca, risibile, se non grottesca, chimera o capriccio che poteva scaturire solo dalla mente di qualcuno che non avesse avuto il tempo di invecchiare, di conoscere il distacco, il lungo disgusto sereno. Molto più vicino mi è un Marco Aurelio.

Nessuna esitazione da parte mia fra il lirismo della frenesia e la prosa dell’accettazione: trovo più conforto, e perfino più speranza, in un imperatore stanco che in un profeta folgorante.”

Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”.