qual’è la cosa in assoluto migliore per gli uomini?

“L’antico mito racconta di come il re Mida abbia dato la caccia per molto tempo al saggio Sileno, il seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando infine gli cadde tra le mani, il re chiese quale fosse la cosa in assoluto migliore e maggiormente desiderabile per gli uomini. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal sovrano, con un riso stridulo erompe in queste parole: “Miserabile stirpe d’un giorno, figli del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe vantaggiosissimo non sentire? La cosa in assoluto migliore per te è del tutto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto.”
[…] il Greco riconosceva e percepiva l’orrore e lo spavento dell’esistenza: perciò, per poter vivere, egli dovette rappresentarsi davanti ad essa la splendente creazione di sogno degli dei olimpici.
Per poter vivere, i Greci dovettero creare questi dei a causa del più profondo bisogno; questo processo dobbiamo rappresentarcelo così: dall’originario ordinamento divino titanico basato sul terrore si sviluppò, tramite lente evoluzioni, l’ordinamento divino olimpico della gioia, grazie all’impulso apollineo verso la bellezza: come rose sbocciate da cespugli spinosi. Come avrebbe potuto altrimenti sopportare l’esistenza un popolo dalla sensibilità così ricettiva, dai desideri così travolgenti, così unicamente dotato per il dolore, se essa non gli si fosse mostrata, nei suoi dei, circonfusa di una gloria superiore?
[…] Così gli dei giustificano l’esistenza umana, vivendola essi stessi. L’esistenza sotto la chiara luce del sole di questi dei viene considerata come meritevole di essere desiderata, e l’autentico dolore degli uomini omerici si riferisce al doversene congedare, soprattutto al prematuro congedo da essa: così che adesso di loro si potrebbe dire, capovolgendo la saggezza del Sileno, che “la cosa peggiore in assoluto per loro è morire presto, la seconda cosa peggiore è dover comunque morire.””

Nietzsche

fai ciò che è giusto, non temere

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“Quando siamo ostacolati, o turbati, o soffriamo, non accusiamo mai nessun altro se non noi stessi. È proprio di chi è ignaro di filosofia accusare gli altri delle proprie disgrazie; è proprio invece di chi ha cominciato a istruirsi accusare se stesso; è proprio infine di chi si è educato nella filosofia non accusare né gli altri né se stesso.”

Epitteto

essere vigili e attenti ogni istante

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“L’attenzione (προσοχή) è l’atteggiamento spirituale fondamentale dello stoico. Sta in una vigilanza e una presenza di spirito continue, una coscienza di sé sempre desta, una costante tensione dello spirito. Grazie ad essa il filosofo sa e vuole pienamente ciò che fa in ogni istante.
[…] Questa attenzione al momento presente è in qualche modo il segreto degli esercizi spirituali. Libera della passione che è sempre provocata dal passato o dal futuro che non dipendono da noi; facilita la vigilanza concentrandola sul minuscolo momento presente, sempre padroneggiabile, sempre sopportabile, nella sua esiguità;
infine apre la nostra coscienza e la coscienza cosmica rendendoci attenti al valore infinito di ogni istante, facendoci accettare ogni momento dell’esistenza nella prospettiva della legge universale del κόσμος.”

Pierre Hadot

la nostra irrequietudine e paura, che ci porta al rinchiuderci in noi stessi

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“Irrequieti: devono fare qualcosa, intraprendere una qualsiasi cosa, altrimenti sono sopraffatti dalla sensazione di essere morti. E perché?
Perché proprio come se fossero davvero morti, non sapendo cosa fare con sé stessi. Vivono solo nel momento in cui fanno qualcosa e nel momento in cui qualcosa succede, e se non succede nulla, allora è il nulla. Se si toglie loro l’occupazione e il peso della vita quotidiana, se si trovano ad avere a che fare solo con se stessi, ecco che si sentono sprofondare in un buco nero. Si sentono un peso addosso poiché l’unica cosa che rimane da fare è ammazzare in qualche modo il tempo. Eppure, proprio la loro insensata condizione non potrebbe invece essere una buona opportunità per riflettere su se stessi e sulla vita sciupata?
Certo che no, poiché ciò peggiorerebbe ancora la situazione. Come potrebbero, infatti, guardarsi allo specchio senza vergognarsi? Possono immaginare che l’analisi di se stessi e della propria esistenza metterebbe in evidenza un bilancio disastroso e pertanto la evitano. Le loro energie vitali, non trovando nulla su cui potersi sfogare, si rivoltano contro e il campo di battaglia è la propria interiorità. Il risultato è che ci si sente bruciare e si è completamente esauriti, si intralciano da soli, la fiducia è svanita, e l’anima, che un tempo si scatenava per i più piccoli fili di speranza, ora che la speranza è tramontata, è avvilita e scoraggiata. Loro lo odiano e preferirebbero invece l’occupazione più insensata a questo vagabondare a vuoto. Non trovando nulla da fare sono assaliti da una certa amarezza: cominciano a invidiare gli altri, quelli che apparentemente sono felici perché fanno le loro cose. E questo implica che cominciano anche a disprezzare se stessi. È un circolo vizioso: mandando tutto al diavolo, si tormentano per la propria sorte, si lamentano dei periodi sfortunati, si nascondono volentieri a casa loro, dove possono poi covare pensieri negativi, visto che lo spirito, non sopportando più di essere inerte, comincia a rimuginare strane fantasie su come ci si possa mettere da parte. Hanno bisogno del trambusto del fare per sentirsi vivere.
Sono anime in pena: non possono far a meno di ciò che le rovina e pretendono il veleno che le distrugge. Ciò che li alleggerisce è in realtà ciò che li schiaccia, non appena si sentono appesantiti cercano qualcos’altro che prometta loro sollievo.”

Gerd Achenbach.

amor proprio, vanità

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“La natura dell’amor proprio e di questo io umano consiste nel non amare che se stesso e non considerare altro che sé. Ma che farà?
Non potrà certo impedire che questo oggetto da lui amato non sia pieno di difetti e di miserie; vuole essere grande, e si vede piccolo; vuole essere felice, e si trova miserabile; vuole essere perfetto, e si trova pieno di imperfezioni; vuole essere oggetto dell’amore e della stima degli uomini, e s’accorge che i suoi difetti meritano la loro avversione e il loro disprezzo. Questo imbarazzo in cui si trova produce in lui la più ingiusta e criminale passione che sia possibile immaginare; infatti concepisce un odio mortale contro quella verità che lo riprende e lo convince dei suoi difetti. Desidererebbe annientarla e, non potendo distruggerla in se stessa, la distrugge, per quanto può, nella sua conoscenza e in quella degli altri, vale a dire mette tutto il suo impegno nel nascondere i suoi difetti agli altri e a se stesso e non può tollerare né che gli vengano mostrati né che lui li veda.
È indubbiamente un male essere pieno di difetti; ma il male maggiore è esserne pieni e non volerlo riconoscere, poiché vi si aggiunge anche il male di una illusione volontaria. Non vogliamo che gli altri ci ingannino; non troviamo giusto che gli altri vogliano essere stimati più di quel che meritano; dunque non è neppure giusto ingannarli e volere che ci stimino più di quel che meritiamo.
Così, quando essi scoprono in noi imperfezioni e vizi che effettivamente abbiamo, è chiaro che non ci fanno alcun torto, perché non ne sono essi la causa, anzi ci fanno un bene perché ci aiutano a liberarci dal male, che è l’ignoranza di queste imperfezioni.
Non dobbiamo adontarci che ci conoscano e ci disprezzino; perché è giusto che ci conoscano per quel che siamo e ci disprezzino se siamo disprezzabili.
Questi sono i sentimenti che nascerebbero in un cuore pieno di equità e di giustizia. Che cosa dunque dobbiamo dire del nostro cuore, vedendovi una disposizione del tutto contraria? Non è forse vero che odiamo la verità e coloro che ce la dicono, e preferiamo che si ingannino a nostro vantaggio, e vogliamo essere stimati diversi da quelli che siamo in realtà?
[…] Ci sono differenti gradi in questa avversione per la verità; ma possiamo dire che in qualche grado essa è in tutti, perché è inseparabile dall’amor proprio. Ed è questa falsa delicatezza che obbliga coloro, i quali sono necessariamente costretti a richiamare gli altri, a scegliere circonlocuzioni e parole addolcite per non urtarli. Devono sminuire i nostri difetti, devono far finta di scusarli, mescolarli a lodi e a testimonianze di affetto e di stima.
E nonostante tutto, questa medicina è sempre amara per l’amor proprio, il quale ne prende meno che può, e sempre con disgusto, e spesso anche con un segreto disprezzo per coloro che gliela offrono.
Da ciò proviene che se qualcuno ha un certo interesse a essere amato da noi, si guarda bene dal renderci un servizio che sa a noi sgradito.
Siamo trattati come vogliamo essere trattati: odiamo la verità ed eccoci che ci viene nascosta; vogliamo essere adulati, e ci adulano.
[…] Così la vita umana non è che un’illusione continua; non facciamo che ingannarci a vicenda e adularci a vicenda. Nessuno parla di noi alla nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata unicamente su questo mutuo inganno; e poche amicizie resterebbero in piedi, se ognuno sapesse quello che il suo amico dice lui quando non è presente, anche se allora ne parla con sincerità e senza passione.
L’uomo dunque è simulazione, menzogna e ipocrisia, sia in sé che rispetto agli altri. Non vuole che gli si dica la verità. Evita di dirla agli altri; e tutte queste disposizioni, tanto lontane dalla giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo cuore.”

Pascal