siamo spettatori del nostro stesso recitare

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“Anche nel dolore più profondo, l’attore non può alla fine smettere di pensare all’impressione prodotta dalla sua persona e all’effetto scenico complessivo, per esempio persino ai funerali del suo bambino; piangerà sul proprio dolore e sulle sue manifestazioni come spettatore di se stesso.”

Friedrich Nietzsche

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la menzogna del progresso senza la civilizzazione

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“Tutti sono costretti a tradire la cosa più importante della loro vita, la comprensione della vita stessa, la religione. Macchine: ma per produrre che cosa? Telegrafi: per comunicare che cosa? Scuole, università, accademie: per insegnare che cosa? Assemblee: per ascoltare che cosa? Libri, giornali: per diffondere quali notizie? Ferrovie: per andare da chi, e dove? Milioni di uomini radunati in branco e sottomessi a un potere supremo: per fare che cosa? Ospedali, medici, farmacie per prolungare la vita: ma a quale scopo?
Alla causa della civilizzazione sono stati guadagnati uomini e popoli a sufficienza, ma non a quella di un’autentica civilizzazione. La prima è facile; la seconda richiede invece l’impiego di tutte le forze, e incontra perciò nella grande maggioranza delle persone solo disprezzo e odio, perché svela la menzogna della civiltà.”

Lev Tolstoj

la vita è una strada sbagliata

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“Nel mondo tutto si svolge con un impeto incessante e in una lotta senza tregua: quale operosità, quale mobilitazione di energie fisiche e mentali! Guerre tra popoli, lotte e travagli ovunque! Milioni di uomini, riuniti in popoli da vincoli artificiosi, aspirano al bene comune del proprio o di un altro popolo, per il quale si immolano a migliaia; la politica li incita, e i singoli ubbidiscono sacrificando sudore e sangue. In tempo di pace prosperano l’industria e il commercio, abbondano le invenzioni e si solcano i mari, che inghiottono migliaia di vittime: tutto è in frenetica attività, gli uni pensano, gli altri agiscono. Ma qual è lo scopo ultimo di tutto questo? La conservazione di individui effimeri per un breve lasso di tempo, possibilmente in una sopportabile assenza di dolori, e la riproduzione della specie e della sua attività. E quanto è difficile raggiungere persino questo scopo!
Ogni individuo, considerato per sé, è la concrezione vivente di migliaia di bisogni, i quali sono in genere talmente impellenti che egli non può vivere nemmeno un giorno senza soddisfarli; a tale soddisfazione sono dirette tutte le energie del suo organismo così incredibilmente complicato e della sua mente agile e indefessa; quanto più è evoluto questo organismo, dal polipo all’uomo, tanto maggiori sono i suoi bisogni, tanto più difficile è la loro soddisfazione e tanto più indicibili la fatica e il dolore – ma non così il premio, che consiste nell’esistenza medesima, la quale è priva di ogni scopo ultimo e non conosce il motivo del suo esserci, come testimonia la noia. Bisogna essere ciechi per non vedere che la vita e l’esistenza, nella loro totalità, sono di per sé una strada sbagliata da cui dobbiamo tornare indietro, come insegnano le antiche religioni delllAsia. La sapienza consiste nel rendersi conto che i ricavi non coprono i costi, e nell’abbandonare l’attività. Questa attività non si identifica pero con l’individuo, bensì con la volontà di vita.
D’altra parte, come abbiamo detto, è proprio la volontà di vita che afferma se stessa nella sua apparenza, e che, contrapponendosi ai piaceri della vita, ne sopporta i pesi, sostenendo le spese del grande spettacolo.
Tuttavia, poiché è evidente che tra il lavoro e i ricavi la sproporzione è enorme – ed è questo il vero motivo per cui ogni vita permane nel dolore -, dobbiamo ammettere che la volontà di vita è folle.
Ma come potrebbe essere altrimenti, se la suprema sapienza consiste nell’abbandono e nella negazione di tale volontà?”

Arthur Schopenhauer

il mondo delle apparenze

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“Sostengo che la volontà di vita, essendo la cosa in sé, non è frazionata, ma è interamente presente in ogni essere individuale. Dunque la stessa cosa può trovarsi in più luoghi contemporaneamente? Sì, la cosa in sé lo può, poiché non è concepita nello spazio, che in quanto tale le è del tutto estraneo, essendo esclusivamente la forma della sua apparenza. Si immagini una sostanza in grado – cosa impossibile nel mondo delle apparenze – di occupare un nuovo luogo senza abbandonare quello occupato fino a quel momento. Tale sostanza (si tratta in questo caso di un’espressione figurata) è la cosa in sé, la volontà di vita in sé, che in virtù della sua assoluta inesauribilità è presente intera e indivisa in ogni apparenza, il cui accrescimento non la fa accrescere e la cui diminuzione non la fa diminuire.
Entro la scienza della natura nel suo complesso, la cosa di gran lunga più fruttuosa e istruttiva è l’autopsia – l’autopsia puramente contemplativa – delle forme degli esseri naturali, e in particolare di piante e animali; dalla contemplazione degli animali – nel loro stato naturale e indisturbato -, dall’osservazione del loro comportamento come della loro forma, da questa decifrazione della vera signatura rerum, il filosofo riconosce i molteplici gradi e modalità del manifestarsi della volontà, la quale non è che una e medesima in tutti gli esseri, vuole ovunque la stessa cosa, ciò che appunto si oggettiva come vita in forme tanto diverse, che sono tutte quante accomodamenti a varie condizioni esterne e somigliano a tante variazioni di un unico tema. Tutte rivelano il mondo come rappresentazione in ogni sua idea.”

Arthur Schopenhauer

la volontà, intima essenza del mondo

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“Quando le nubi viaggiano, non si curano delle figure che formano, non sono connaturate a esse: la loro natura, la loro essenza come corpi è di seguire l’urto del vento, le figure esistono solo per l’osservatore. Un torrente che precipita in basso sulle pietre nulla sa dei vortici, delle onde e dello spumeggiare che fa vedere: la sua natura sta nel seguire la gravità, quelle forme ci sono solo per noi. Il ghiaccio sul vetro della finestra si forma secondo le leggi della cristallizzazione, che sono la sua natura: gli alberi e i fiori che forma esistono solo per noi.
Ciò che appare in nuvole, torrente e cristallo è l’eco più debole di quella volontà che appare e si oggettiva in modo più compiuto nella pianta, più compiuto ancora nell’animale e al sommo della compiutezza nell’uomo. La forma della sua apparenza in questa forma più compiuta è la storia del genere umano, il mutare delle epoche, le forme infinite della vita umana in vari paesi e secoli; ma tutto questo è solo la forma dell’apparenza della volontà, è estraneo e inessenziale come lo sono per le nubi le figure che formano, eccetera. Tutto ciò appartiene alla volontà (ossia all’intima essenza del mondo) solo in quanto essa appare, e in generale appare nella forma del principio di ragione sufficiente; per l’essenza della volontà ogni storia e ogni evento sono estranei e contingenti, la sua essenza è di volere, ossia di volere vivere; per il soggetto del conoscere questo volere diviene oggetto nelle idee: le idee appaiono in tempo, spazio, causalità, in breve secondo il principio di ragione sufficiente; ciò dà eventi, storia, epoche. Ma questi sono vuoti e senza significato per l’essenza della volontà; quel che in ogni storia si rivela, il voler vivere e quel che ciò reca con sé, quindi le idee che sono dovunque nella storia tutta, sono la vera e propria apparenza della volontà, quindi il vero mondo; sono la volontà conosciuta, la volontà per il soggetto del conoscere. Per il soggetto in quanto è chiuso nel principio di ragione sufficiente appaiono come storia, successione di eventi nel tempo. Ma l’aspetto che hanno, secondo la proporzione reciproca delle loro parti, come sono concatenate, è indifferente e inessenziale alle idee che vi appaiono e alla volontà che appare nelle idee, così come lo sono alle nuvole le figure che formano, al torrente la forma del suo vortice, al fluido che si solidifica la forma dei cristalli sulla finestra.
Il mondo è l’obiettità della volontà (di vivere). L’apparenza più forte della volontà è l’impulso sessuale: è l’eros degli antichi, il principio del mondo, il creatore, e lo stesso significa la Māyā degli Indiani.
La Māyā, “ciò che si genera perennemente e non è mai essere” di Platone, l’apparenza di Kant, sono un’unica e medesima cosa, sono questo mondo in cui viviamo, siamo noi stessi, in quanto ne facciamo parte. Questo non lo si è ancora riconosciuto.”

Arthur Schopenhauer

il male del volere

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“Il fatto che vogliamo in generale è la nostra sventura: non ha alcuna importanza che cosa vogliamo. Ma il volere (l’errore fondamentale) non può essere mai soddisfatto; per questo non cessiamo mai di volere e la vita è una miseria continua: non è per l’appunto che l’apparenza del volere, il volere oggettivato. Ci illudiamo in continuazione che l’oggetto voluto possa porre fine al nostro volere, invece non appena è raggiunto, assume solo un’altra forma ed è subito di nuovo qui: è il vero demonio, che in continuazione si fa beffe di noi sotto altre forme. I motivi che mutano con varietà infinita sono solo gli esempi dalla cui totalità dobbiamo astrarre l’essenza della nostra volontà.
Senza i motivi non si potrebbe pervenire alla conoscenza della volontà: allo stesso modo che gli occhi non vedrebbero senza lo stimolo della luce. Occhio e sole, la volontà e i suoi motivi, in breve, il mondo intero ci sono di colpo. Anzi, non sono che l’apparenza della volontà unica.
Siamo solo noi stessi a poter porre fine al nostro volere, cessando appunto di volere; questo (la liberazione dal volere) avviene tramite la conoscenza migliore.
L’amore per l’oggetto la cui oggettivazione o apparenza è il mondo, e che, in quanto errore fondamentale, è a un tempo per così dire l’origine del male e del mondo (che sono propriamente tutt’uno). Dall’ultima cosa detta risulta chiaro che è incomparabilmente più vero dire: il diavolo ha creato il mondo, che non: Dio ha creato il mondo. La coscienza migliore non appartiene appunto al mondo, ma gli è contrapposta, non lo vuole.”

Arthur Schopenhauer

la felicità può venire solo da dentro

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“Nel campo teoretico lo stolto dogmatismo ha voluto spiegare tutto con rapporti tra gli oggetti, soprattutto con il principio di ragione sufficiente: a un dio faceva fabbricare il mondo, decidere sugli uomini, eccetera. I saggi Indiani partivano dal soggetto, dall’àtman. L’essenziale è che il soggetto ha rappresentazioni, non il collegamento delle rappresentazioni tra loro. Se, basandoci sul metodo degli Indiani, partiamo dal soggetto, ecco di colpo il mondo insieme al principio di ragione sufficiente che domina in esso, non importa quale sia il lato da cui si vuol cominciare a osservarlo. Se partiamo dall’oggetto e costruiamo, come allora è inevitabile, con la calce del principio di ragione sufficiente, pietra su pietra, non possiamo mai trovare le fondamenta su cui poggia l’edificio, né la sommità che deve reggerne la corona. È ugualmente uno stolto nel campo pratico chi crede che le determinazioni essenziali della sua vita, la sua felicità o infelicità debbano venire dall’esterno, dall’oggetto. Solo dall’interno possono venire. L’essenziale non è quali oggetti gli si presentano, ma come egli li considera e come si determina in base a essi.”

Arthur Schopenhauer