Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?

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“Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

Islandese. Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti.
Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza e dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso.
Ma mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.

Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Islandese. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?

Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.”

Giacomo Leopardi

la natura cura la specie, non l’individuo

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“Meditando sulla morte dell’individuo contrapposta all’infinita immortale vita della natura, si osserva che la natura tutta è l’apparenza e anche il compimento della volontà di vivere: la forma di quest’apparenza è spazio e tempo e, tramite essa, individuazione, pertanto l’individuo deve aver fine, ciò che tuttavia non può affliggere la volontà di vivere, della cui apparenza l’individuo è solo, per così dire, un esempio particolare, così come il complesso della natura non viene afflitto dalla morte di un individuo, visto che a essa (la natura) rimane pur sempre la specie, alla cui conservazione soltanto tiene veramente, mentre è sempre pronta a far cadere l’individuo, che per lei non ha né può avere valore, visto che il suo regno sono tempo infinito e spazio infinito, e un numero infinito di individui possibili in essi. Nella sua evidente, pressante cura per la specie (attraverso l’enorme eccedenza dei semi e la potenza dell’istinto sessuale) e totale noncuranza per gli individui (che attraverso le accidentalità più insignificanti sono esposti in mille modi alla morte, anzi le sono già essenzialmente destinati) la natura dimostra la saggezza più grande, cioè che solo le idee, propriamente, esistono, non le cose singole.”

Arthur Schopenhauer

siamo ciò che avevamo finto di essere

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“L’ipocrita che rappresenta sempre la stessa parte, cessa alla fine di essere ipocrita; per esempio i preti, che da uomini giovani sono spesso consciamente o inconsciamente ipocriti, divengono alla fine naturali e allora sono veramente, senza alcuna affettazione, appunto preti; oppure se non ci arriva il padre, ci arriva magari il figlio, che sfrutta il vantaggio del padre, eredita la sua assuefazione. Se uno vuole per molto tempo e ostinatamente sembrare qualcosa, alla fine gli diventa difficile essere qualcos’altro. La professione di quasi ogni uomo, persino dell’artista, comincia con l’ipocrisia, con un imitare dall’esterno, con un copiare ciò che è di effetto. Colui che porta sempre la maschera di espressioni amichevoli, deve acquistare alla fine un potere sulle disposizioni benevole, senza il quale non si può ottenere l’espressione della cordialità – e a loro volta queste finiscono con l’acquistare potere su di lui, egli è benevolo.”

Nietzsche

l’uomo di oggi: animale sociale-individualista

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“Come dice bene Aristotele: “l’uomo non basta a se stesso ha bisogno degli altri”, donde quella definizione: animale sociale, zoòn politikòn.  Il problema è che la nozione di individuo è una nozione cristiana, perché il primato dell’individuo è stato introdotto dal cristianesimo con la nozione di anima, la cosa più importante è salvare l’anima, ecco qui dove nasce l’individuo. Per il mondo greco l’individuo aveva senso all’interno della città, il primato era della città, della società, e non dell’individuo. Con il cristianesimo si capovolge il rapporto, primato dell’individuo, tant’è che a partire da Agostino, dal momento che la cosa importante è salvare l’anima, l’anima la si salva individualmente, allo Stato viene conferito solamente il compito di togliere gli ostacoli che si dovessero frapporre alla salvezza dell’anima e non la realizzazione del bene comune come invece era per i greci. Questo capovolgimento fa si che oggi la chiesa si lamenti dell’eccessivo individualismo, dell’egoismo, ma la nozione di individuo nasce proprio all’interno del cristianesimo con la nozione di anima e quindi è responsabile delle conseguenze.”

Umberto Galimberti

la vita è un imbroglio

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“Ogni circostanza della vita è un indizio del fatto che la felicità terrena è destinata a essere turbata, anzi distrutta. Le ragioni di ciò risiedono nel profondo dell’essenza delle cose. La vita della maggior parte degli uomini si rivela quindi breve e tormentata, mentre al loro confronto gli individui felici, al pari di quelli longevi, costituiscono le inevitabili eccezioni.
All life is a cheat, it’s mere disappointment throughout. La vita intera è un inganno, ci imbroglia nelle grandi e nelle piccole cose: se ci fa una promessa, o non la mantiene, oppure la mantiene soltanto per mostrarci che ciò che desideriamo è privo di valore. Ciò che ci dà, se lo riprende. Tempo e spazio sono le forme supreme dell’inganno e dell’imbroglio. Tutto ciò è utile al vero scopo del mondo, che però non è quello di essere felici.
Con le sue piccole, grandi e grandissime avversità che si ripetono ogni ora, giorno, settimana e anno, con le sue speranze perennemente frustrate e tutte quelle sue disgrazie che vanificano ogni previsione, la vita reca ovunque, e con assoluta chiarezza, il marchio di qualcosa che ci dev’essere guastato, di una strada sbagliata da cui dobbiamo tornare indietro; è pertanto difficile comprendere come sia stato possibile disconoscerne il carattere e lasciarsi convincere che essa esista per essere gustata con gratitudine, e l’uomo viva per essere felice.
Non conosco verità più esatta dal punto di vista pratico, e più in grado di influenzare il nostro stato d’animo, di quella enunciata qui e nella riflessione seguente.
Proprio perché il genio rende infelice chi lo possiede (chi aumenta il sapere, aumenta il dolore), ma lo conduce alla sua redenzione. Infatti, quanto più si soffre, tanto più si raggiunge il vero scopo della vita; quanto più felicemente si vive, tanto più ci si allontana da esso.
Seneca scrisse: “Possederai il tuo vero bene quando capirai che gli uomini felici sono i più infelici”.”

Arthur Schopenhauer

il peso della continua osservazione di se stessi

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“Questa è una materia non trascurabile di inquietudini, se tu ti affatichi a darti una posa e non ti mostri a nessuno nella tua schiettezza, così come fanno molti, la cui vita è finta e costruita per l’esibizione; infatti è fonte di tormento la continua osservazione di se stessi, e alimenta il timore di essere scoperti diversi da come si è soliti presentarsi. Né mai ci liberiamo dall’ansietà, se pensiamo di essere giudicati ogni volta che siamo guardati; infatti, da una parte accadono molte cose che contro la nostra volontà ci mettono a nudo, dall’altra, per quanto abbia successo tanta cura di sé, tuttavia non è piacevole o sicura una vita che si nasconde sempre sotto la maschera.”

Seneca