Schopenhauer, il miglior apostolo del Buddha in Europa, ma al tempo stesso anche il suo peggior allievo 

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“Insomma, se la metafisica, cioè la mistica, di Schopenhauer, guarda a Oriente, la sua filosofia pratica, cioè la sua saggezza, guarda talmente a Occidente da impedirgli una adeguata valorizzazione del lato positivo degli insegnamenti del Buddha, con cui tale saggezza in parte concorda. Questa distanza pregiudiziale dal suo Buddha appare tanto più accentuata se si considera il distacco – inconcepibile nella prospettiva orientale – che Schopenhauer pone programmaticamente fra teoria e prassi della salvezza:
«Non è necessario», scrive nel Mondo «a un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo: dire il contrario, sarebbe come sostenere che un bell’uomo debba di necessità essere un grande scultore, o che un grande scultore debba anche essere un bell’uomo».
Ma proprio questo iato, tutto moderno-occidentale, tra percorso di vita e percorso di pensiero, questo primato della teoria e della metafisica trascendentale sulla prassi esistenziale e meditativa, l’accesso speculativo, astratto, disincarnato alla spiritualità e alla salute, è l’impensabile tout court per un «buddhista». Il che vale sia per l’opera sia per la vita di Schopenhauer, almeno stando a quanto ne emerge se si sfogliano le pagine del suo diario segreto. Quello che ci parla da queste carte manoscritte non è certo un santo, e nemmeno un saggio, bensì appunto un filosofo, un metafisico, un anacoreta del pensiero puro, che identifica aristotelicamente vita felice e vita teoretica: «Volere il meno possibile e conoscere il più possibile» annota, «è la massima che ha guidato la mia vita». Ciò significa, di fatto, che la vita, la volontà, la persona, il corpo, la prassi esistenziale di Schopenhauer furono da lui ridotte al minimo indispensabile per offrire un mero punto d’appoggio all’uomo intellettuale immortale. Qui non v’è alcuna traccia di Yoga e meditazione. A dispetto del Buddhismo del suo estensore, il diario non custodisce insegnamenti del Buddha, e le massime di vita che Schopenhauer riserva, in segreto, a se stesso, sono esclusivamente finalizzate a tutelare l’esercizio di capacità intellettuali superiori a un uomo che si intese niente più che come un «monaco dello spirito», dedito a una vita puramente mentale. Ma non v’era né gioia né salute né quiete in questo monaco. Le pagine che raccolgono le sue riflessioni più intime – in cui si rispecchia la sua intera opera edita e inedita – ci consegnano la figura di un uomo melanconico, malato di solipsismo, un misantropo-misogino sdegnosamente arroccato su se stesso, che fece dello homo homini lupus, e non già del tat tvam usi, la legge della propria vita. Non vi fu estasi indofila e indologica che poté mai guarire il filosofo Schopenhauer dal suo inestirpabile pessimismo e dal suo occidentalissimo senso tragico della vita e dell’esistenza – radicati nella metafisica tragica della volontà -, che gli impedirono di indicare qualsiasi altra via di conoscenza, di trasformazione e di superamento di sé e dei mali del mondo che non consistesse esclusivamente nella loro drastica, disperata negazione.
Il fatto che personaggi del calibro di Nietzsche, von Hartmann, Scheler, Schweitzer, Jaspers, Keyserling, Mann, Hesse, Fromm debbano a Schopenhauer il proprio vivido interesse per l’India e il Buddhismo – e che ancora oggi il suo nome resti universalmente legato alla diffusione della cultura orientale in Occidente – dimostra che egli, a suo modo, fu senz’altro il miglior apostolo del Buddha in Europa. Ma al tempo stesso fu forse, anche, il suo peggior allievo. Malgré lui.”

Giovanni Gurisatti

ci è di peso essere uomini – con un corpo e sangue vero, nostro

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“Mi sembra di aver commesso un errore, cominciando a scriverle. Per lo meno ho provato vergogna per tutto il tempo, scrivendo questo racconto: dunque non è più letteratura, ma una punizione destinata a emendarmi. Infatti raccontare, per esempio, lunghe storie su come ho mancato la mia vita per la corruzione morale consumata nel mio cantuccio, per la mancanza di un ambiente sociale, la disabitudine alla vita e il vano risentimento covato nel sottosuolo – quanto è vero Dio, non è interessante; in un romanzo ci vuole un eroe, e qui sono raccolte apposta tutte le caratteristiche di un antieroe, e l’’essenziale è che tutto ciò produrrà un’’impressione spiacevole, perché siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno.

Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’’autentica “”vita vera”” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’’autentica “”vita vera”” quasi una fatica, poco meno che un lavoro, e siamo tutti d’’accordo, in cuor nostro, che sui libri è meglio. E perché ci arrabattiamo talvolta, perché facciamo stravaganze, che cosa chiediamo? Non sappiamo neppure noi che cosa. E staremmo peggio, se le nostre stravaganti richieste venissero accolte. Ebbene, provate un po’’ a darci, per esempio, più indipendenza, slegate le mani a chiunque di noi, ampliate la nostra sfera di attività, indebolite la tutela, e noi… ma ve l’’assicuro: chiederemo subito di ritornare sotto tutela. So che forse vi arrabbierete con me per questo, griderete, pesterete i piedi: “”Parli per sé, direte, e per le sue miserie del sottosuolo, e non si azzardi a dire: “‘tutti noi”’”.”

Permettete, signori, io non mi giustifico affatto con questa generalizzazione. Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più “vivo” di voi. Ma guardate più attentamente! Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami! Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare! Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’’idea. Ma basta; non voglio più scrivere ““dal Sottosuolo””… ”

Fëdor Dostojevski, Memorie del Sottosuolo

l’uomo: il più orgoglioso, il più folle

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“Hanno successo solo le filosofie e le religioni che ci lusingano, lo facciano in nome del progresso o dell’inferno. Dannato o no, l’uomo prova un bisogno assoluto di essere al centro di tutto. Anzi, unicamente per questa ragione è uomo, è diventato uomo. E se un giorno non provasse più quel bisogno, sarebbe costretto a eclissarsi a vantaggio di un altro animale più orgoglioso e folle.”

Emil Cioran. L’inconveniente di essere nati.

quando la scienza insegnerà all’’uomo che è una specie di tasto di pianoforte

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“Allora, dite voi, la scienza stessa insegnerà all’’uomo (benché questo sia già un lusso, secondo me) che in realtà egli non ha né ha mai avuto volontà né capriccio, e che egli stesso non è altro che una specie di tasto di pianoforte o di puntina d’’organetto; e che, inoltre, al mondo ci sono anche le leggi di natura; sicché, qualsiasi cosa egli faccia, avviene non già per suo volere, ma da sé, secondo le leggi di natura. Di conseguenza, basta solo scoprire queste leggi di natura, e l’’uomo non dovrà più rispondere delle sue azioni e vivere gli sarà estremamente facile. Tutte le azioni umane, s’’intende, saranno calcolate allora secondo quelle leggi, matematicamente, come una tavola dei logaritmi, fino a 108 000, e riportate sul calendario; oppure, meglio ancora, usciranno delle benemerite pubblicazioni, sul tipo degli attuali dizionari enciclopedici, in cui tutto sarà elencato e indicato così esattamente, che al mondo ormai non ci saranno più né azioni, né avventure.
Io, per esempio, non mi stupirò affatto, se a un tratto, di punto in bianco, in mezzo alla futura razionalità universale salterà fuori un qualche gentleman dalla fisionomia poco nobile o, per meglio dire, retrograda e beffarda, punterà le mani sui fianchi e dirà a tutti noi: «Ebbene, signori, che ne direste di dare un calcio e buttare all’’aria tutta questa razionalità in un colpo solo, con l’’unico scopo di mandare al diavolo tutti questi logaritmi e poter di nuovo vivere secondo la nostra stupida volontà?». E questo non sarebbe ancora niente, ma la cosa offensiva è che troverebbe senz’altro dei seguaci: l’’uomo è fatto così.”

Dostojevski, Memorie del sottosuolo

l’attenzione dell’ascolto è il puro amore

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“Ascoltare qualcuno significa mettersi al suo posto mentre parla. È un’attenzione intensa, pura, senza movente, gratuita, generosa. E questa attenzione è amore. Poiché la sventura e la verità hanno bisogno della stessa attenzione per essere udite, lo spirito di giustizia e lo spirito di verità formano un tutt’uno.
Lo spirito di giustizia e di verità non è altro che quella particolare specie di attenzione che è puro amore.”

Simone Weil

l’importanza del raccoglimento

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“Quanto più energica ed operosa sarebbe, per esempio, la nostra vita, se ogni sera ci impegnassimo di rendere a noi medesimi stretto conto del modo in cui abbiamo occupato la giornata! Questo esige ogni giorno alcuni istanti di raccoglimento: ciò che diventa sempre più difficile in questa nostra vita odierna così rumorosa ed agitata, travolta in un turbine continuo d’impressioni e di passioni, che non lascia allo spirito nè pace nè riposo.
Bisogna tuttavia saper togliere ogni giorno alcuni minuti alle occupazioni abituali per dedicarli alla meditazione; o quanto meno utilizzare a questo fine quei momenti in cui l’animo nostro è libero, invece di perderli in fantasticherie puerili o in frivoli passatempi. Le ore insonni della notte, le lunghe ore di viaggio e di attesa possono ben venir consacrate, senza alcun pregiudizio, alla meditazione: non sarebbe neanche difficile consacrare a questo fine una breve passeggiata solitaria di mezz’ora.
I moralisti consigliano anche di dedicare tutti gli anni qualche breve periodo di alcuni giorni, che fosse come un ritorno su tutto il passato, una specie di «ritiro spirituale» della coscienza. Non è necessario per questo ritirarsi, come un tempo, nel silenzio di un chiostro; basterebbe chiedere ai giorni che si dedicano al mare o alla montagna, in luogo di rumorose distrazioni, un poco di solitudine e di raccoglimento.”

Piero Martinetti

immensa commedia-illusione di miliardi e miliardi di persone e animali

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“Succede che, osservando un dettaglio, si è colpiti dall’insieme in cui quel dettaglio è insignificante. Una mattina, quasi senza farci caso, seguii con lo sguardo una donna che, premurosa e diligente, annaffiava e accomodava una bella corona di fiori arancioni al collo di una piccola dea di pietra in riva al Gange, sotto la mia terrazza. Arrivò una capra nera e gliene portò via un boccone. Stava per farsene un altro, ma venne cacciata da una mucca che in un sol colpo ingurgitò tutta la bellezza e le preghiere che la donna stava ancora offrendo alla sua dea. Nessuno si ribellò e presto la donna, la capra e la vacca si allontanarono ognuna per la sua strada, avendo ognuna fatto la sua parte nell’immensa commedia-illusione di miliardi e miliardi di persone e animali, esseri visibili e invisibili che in quello stesso momento in miliardi di diversi pianeti nell’eterno tempo dell’infinito universo continuavano a girare nella ruota dell’essere.”

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra.