quel sapere fatto solo di parole e non di contenuti

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“Il «sapere» non si deve intendere il sapere verbale, papagallesco, che si ciba di vuote parole, ma quel sapere che è visione delle cose. Il primo è fatto di parole; non dobbiamo meravigliarci se è inerte ed inefficace.
La concezione religiosa è, nella maggior parte dei credenti, sterile; essa non impedisce l’egoismo e il vizio. Ma che cosa è la fede religiosa nella maggior parte altro che una vana professione di parole? Quando invece è convinzione, cioè sapere posseduto e vissuto, allora può anche condurre al martirio. La maggior parte delle idee che gli uomini hanno o credono di avere sono generalmente poco attive perchè sono un sapere di segni e di parole, non del contenuto.”

Piero Martinetti, “Educazione della volontà”.

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essere nel tempo significa mutare

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“Gli esseri umani sono anfibi – mezzo spirito e mezzo animale. Come spiriti essi appartengono al mondo dell’eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, poiché essere nel tempo significa mutare.
Perciò la cosa che più li avvicina alla costanza è l’ondulazione – cioè il ripetuto ritorno a un livello dal quale ripetutamente si allontanano, una serie di depressioni e di elevazioni.
Se tu l’osservi attentamente scorgi quest’ondulazione in ogni settore della sua vita – l’interesse per il lavoro, l’affetto verso gli amici, gli appetiti fisici, tutto va su e giù. Finché egli vivrà sulla terra periodi di ricchezza e di vivacità emotiva e corporale si alterneranno a periodi di torpore e di povertà.”

Clive Lewis, “Le lettere di Berlicche”.

libero e sovrano, artefice di te stesso

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“Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quei posti, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi.
La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di la meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerati nelle cose superiori che sono divine.”

Giovanni Pico della Mirandola, “Oratio de hominis dignitate”.

la sofferenza è frutto del divenire

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“In un Universo in cui ogni creatura costituisce una piccola totalità tutta chiusa, voluta per se stessa e teoricamente spostabile a volontà, la nostra mente farebbe fatica a giustificare la presenza di individui dolorosamente fermati nelle loro possibilità e nel loro slancio.
Invece il mondo rappresenta veramente un’opera di conquista attualmente in corso. Il mondo rappresenta un immenso andare a tentoni, un’immensa ricerca, un immenso attacco: i suoi progressi possono compiersi solo a prezzo di molti fallimenti e di molte ferite.
A qualunque specie appartengano, i sofferenti sono l’espressione di questa condizione austera ma nobile. Non rappresentano elementi inutili e diminuiti. Sono dei caduti sul campo dell’onore.”

Pierre Teilhard de Chardin, “Il significato e il valore costruttivo della sofferenza”.

attaccamento all’insostanziale e all’impermanente

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“Nella maggioranza dei casi si lascia la mente in balia dei sensi e degli impulsi, ossia se si lascia che divenga preda dell’ignoranza (avzjfa) sempre associata all’attaccamento (upadana). Ma in che consiste l’ignoranza? Essa non coincide, certo, con la scarsità di nozioni, ma con l’illusione che vi sia qualcosa di sostanziale e di permanente. Tale ignoranza-illusione crea le premesse perché sorga e si sviluppi ogni sorta di attaccamento: attaccamento all’oggetto delle sensazioni; attaccamento al desiderio di possederlo; attaccamento al desiderio di consumarlo; attaccamento al desiderio di utilizzarlo in vista di uno scopo; attaccamento allo scopo; e infine, ma soprattutto, attaccamento all’io come soggetto del sentire, del possedere, dell’utilizzare e del finalizzare.

Così, la mente che ignora la natura insostanziale e impermanente della realtà tutta – sia oggettiva che soggettiva – finisce inevitabilmente con l’attaccarsi a qualcosa che crede autonomo e permanente; in tal modo rimane invischiata senza scampo nel ciclo delle vite dominate dall’attaccamento, stritolata dalla ruota della vita, schiacciata dalla paura della morte.

La mente di chi è convinto che il mondo sia fatto di semplici cose separate da sé e tra loro, vive in un ” inferno” di desideri senza fine, di tensioni a possedere sempre di più, di ” ipertensioni” rivolte a mantenere ciò che riesce a possedere e ad accumulare: una simile mente sprofondata nell’ignoranza-illusione, da un lato, poiché non si rende conto di essere costituita dal mondo, continua a pretendere di conquistarlo, e vive perciò nell’ansia di vincere; dall’altro, poiché ignora di essere, al pari del mondo, impermanente, continua a preoccuparsi dell’immortalità, e vive, pertanto, nella continua paura della morte.

Ostinata in queste sue illusioni, la mente accecata dall’ignoranza inventa sempre nuovi simulacri di sostanzialità e di permanenza: non solo beni materiali, ricchezze, monumenti, stati e imperi, ma anche beni immateriali, come Verità Eterne, Principi Assoluti, Nobili Ideali, eccetera, tutti destinati a perire. Questa ostinazione e questo accecamento non sono privi di conseguenze, ma producono, sempre e comunque, sofferenza.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

pensare con il cuore

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“«Vedi», diceva Ochwìa Biano, «quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.»
Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi.
«Dicono di pensare con la testa», rispose.
«Ma certamente. Tu con che cosa pensi?» gli chiesi sorpreso.
«Noi pensiamo qui», disse, indicando il cuore.”

Carl Gustav Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”.

scienza e filosofia

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“Ogni lavoro scientifico si sviluppa, consciamente o inconsciamente, a partire da un’impostazione filosofica, da una determinata struttura mentale, che fornisce al pensiero un fondamento stabile.
Senza una simile impostazione, difficilmente i concetti e i nessi concettuali potrebbero conseguire quel grado di chiarezza e di univocità che è il presupposto di ogni lavoro scientifico.”

Werner Heisenberg, “Scienza e vita”.