l’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo

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“Gli uomini assurdi vivono senza speranza, ma non disperati e il loro rifiuto non è rinuncia.
Il peso della libertà, l’unico vero, inflessibile padrone dell’uomo, non li opprime più.
In una schiavitù liberamente accettata trovano una libertà profonda, la vera, l’unica.
Sono dei morituri che possono farsi gioco delle regole dei comuni mortali.
Sono sganciati dal passato e dalle sue remore tormentose, sono sollevati dal peso dei ricordi così come sono liberati da qualsiasi preoccupazione del futuro, visto che l’assurdo non conosce domani.
Sospesi fra terra e cielo questi esseri assurdi sembrano dei dominatori. Non per nulla Camus, per meglio dar loro un volto, evoca il conquistatore, il creatore, l’attore, Don Giovanni. Creatura quasi luciferina, l’uomo di Camus si nutre del vino dell’assurdo e del pane dell’indifferenza: un nutrimento esaltante, che instilla il senso della grandezza (Camus dice proprio “grandeur”, una parola piena di enfasi e di pompa barocca).
Il campo in cui si muove quest’uomo è il possibile di Pindaro, o l’eterno presente di Nietzsche.

Con un tono quasi compiaciuto Camus scrive infatti che non esiste spettacolo più bello di quello dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera: pertanto lo spettacolo dell’orgoglio umano è impareggiabile. E’ uno spettacolo eccitante, stimolante: l’uomo assurdo ha una voglia immensa di vivere, di consumarsi senza risparmio in tutte le esperienze.

Lungi dal ripiegarsi su di sé, l’uomo assurdo si apre a una vita intensissima che tutta una battaglia, una “rivolta”, una “rivoluzione permanente”.
A questo punto possiamo fermarci. Non è necessario andar più avanti per constatare che l’uomo assurdo è un essere trionfante, che nulla ha da spartire coll’uomo oppresso dalla banalità, inchiodato all’assurdità della sua situazione nel mondo, condannato a un conflitto in cui non può non soccombere.
E’ un uomo nuovo che rinasce nella gloria, è una creatura che oltrepassa l’umanità e che si colloca bene in una tradizione che possiamo senz’altro definire titanistica.

Anche in Camus si verifica dunque “quel processo di esasperazione dell’esperienza individualistica, sulla cui strada si trovano tanto il singolo di Kierkegaard quanto il superuomo di Nietzsche, tanto l’unico di Stirner quanto l’eroe di Wagner” che Bobbio ravvisa come tipico della crisi esistenzialistica. In un primo tempo c’era sembrato che a queste pagine di Camus si affacciasse il volto impavido del saggio stoico.
Adesso si produce una metamorfosi: il saggio temperante e paziente, incline agli umbratili silenzi, assume il profilo duro del conquistatore, il suo linguaggio diviene contestazione e minaccia. Contro l’assurdo o contro Dio si erge come il Capaneo di Dante o il Prometeo di Goethe: quest’uomo assurdo di Camus può ben gridare la sua sfida a Giove: “Qual io fui vivo, tal son morto” ”

Corrado Rosso prefazione “Il mito di Sisifo” di Albert Camus.

Immagine: “Excursion into Philosophy” di Edward Hopper

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8 Comments

  1. Ecco: io appartengo alla serie degli uomini assurdi sono “””senza speranza, ma non disperati e il loro rifiuto non è rinuncia.
    Il peso della libertà, l’unico vero, inflessibile padrone dell’uomo, non li opprime più””” perché da tempo hanno capito che l’unico modo per essere liberi è non credere all’esistenza della libertà.

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    1. Sottosrivo.

      Interessante il ragionamento sulla libertà che si crea dal rifiuto di essa, mi piacerebbe ascoltarne di più.
      La intendi come lo slegarsi dal banale e totale libero arbitrio, in senso “schopenhaueriano” come scrisse anche Einstein: https://noscesauton.wordpress.com/2017/09/02/luomo-puo-si-fare-cio-che-vuole-ma-non-puo-volere-cio-che-vuole/ ?
      Oppure più vicino all’idea dell’accrescimento della libertà attraverso il rifiuto dei sistemi, come nel “Grande Inquisitore” dostoevskijano: https://noscesauton.wordpress.com/2017/07/11/li/ ?

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      1. Sono due visioni assolutamente diverse e tuttavia complementari per certe implicazioni esistenziali.
        Slegarsi dal banale è un pensiero che si è diffuso con il movimento del 68, e riguarda il vivere spicciolo, mentre quello dostoevskijano si rifà a principi filosofici e morali.
        Ognuno ha la sua visione. Io ho la mia, ovviamente molto più semplice di quelle delle Grandi Menti che hai citato.
        La libertà non esiste perché se ogni singolo essere fosse libero non avrebbe limiti né corporei né spirituali. Dunque non potrebbe esistere. Fingere o illudersi di essere liberi significa non aver compreso la propria essenza e tanto meno il non senso della propria esistenza.
        Mi fermo qui per non scrivere un trattato delirante di cui non sono capace essendo io solo un poeta (spero ! 🙂 ).

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