non parlate di doni naturali di talenti innati

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“Non parlate di doni naturali di talenti innati!
Si possono nominare grandi uomini di ogni specie, che furono poco dotati. Ma essi acquistarono grandezza, divennero «geni» (come si dice), con qualità della cui mancanza non parla volentieri nessuno che ne sia consapevole: essi avevano tutti quella solida serietà di mestiere che impara a formare perfettamente le parti prima di osar comporre un gran tutto; a tal fine essi prendevano tempo, perché provavano un piacere maggiore nel far bene il piccolo, il secondario, che nel mirare all’effetto di un insieme abbagliante.

La ricetta, per esempio, per diventare un buon novelliere, è facile a darsi, ma l’esecuzione presuppone qualità su cui si suol passar sopra quando si dice: «Io non ho abbastanza talento».
Si provi a fare cento e più abbozzi di novelle, ciascuno non più lungo di due pagine, ma di tale chiarezza, che ogni parola sia in esso necessaria; si scrivano ogni giorno aneddoti, finché non si impari a trovare la loro forma più pregnante, più efficace; si sia instancabili nel raccogliere e dipingere tipi e caratteri umani; si racconti soprattutto il più spesso possibile e si ascolti raccontare, con occhio e orecchio attenti all’effetto prodotto sugli altri presenti, si viaggi come un pittore paesaggista e disegnatore di costumi, si estragga dalle singole scienze tutto ciò che produce effetti artistici quando è ben presentato, si rifletta infine sui motivi delle azioni umane, non si disdegni alcuna indicazione per istruirsi in questo campo e si faccia giorno e notte collezione di cose siffatte.
In questa molteplice esercitazione si lascino passare una decina d’anni: ciò che poi viene creato in laboratorio, può uscire anche alla luce del sole.

Ma come fanno i più?
Non cominciano con la parte, bensì col tutto. Hanno magari una volta la mano felice, destano attenzione e fanno da allora in poi cose sempre peggiori, per buoni, naturali motivi.

Qualche volta, quando mancano ragione e carattere per formare un tal programma di vita, subentrano al loro posto il destino e la necessità, e guidano il futuro maestro passo passo attraverso tutte le condizioni del suo mestiere.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano” 163.

Immagine: “The Passion of creation” di Leonid Pasternak.

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16 Comments

  1. Non lo conoscevo questo passo icastico e di spiccia utilità; pregio rilevante. Una sola cosa: F.N non poteva sapere delle scuole di scrittura creativa, le fabbriche Donmilani di poveretti e dimentica di dire che se il metodo è infallibile – chi scrive non ha aspettato dieci ma almeno venti anni prima di osare – occorre peraltro un demonio che ti spinga ad aspettare, provare e riprovare. Non si vuole chiamarlo genio o talento, va bene, ma è pur qualcosa. Ieri ho visitato una mostra particolare di Picasso; a Lugano. I visitanti vanno a cercare l’intero, il tutto, il risultato, è verranno, molti credo, delusi; ma vedere dieci, dodici disegni dello stesso soggetto, rifatti a distanza di un giorno, di un’ora, di meno, ecco è il segnale di quanto dice F.N. Cordialmente D’Ascola

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    1. Oh certo! Si può parlare di una “perseveranza geniale”. 🙂
      Una forza interiore ocorre, senza dubbio, forgia predisposizioni naturali e rafforza i caratteri.
      Di certo, Nietzsche, lascia poco spazio alle scuse.

      Situazione simile con il muso di Munch ad Oslo… sento molti delusi per il fatto che “praticamente ci sono solo tantissime versione di Urlo”.

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  2. A proposito del novelliere, forse Friedrich non conosceva la frase” chi scrive non vive”. Oppure il fatto che l’arte è follia e ossessione. O forse lo sapeva benissimo visto che lui stesso era ossessionato…

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      1. “Ora l’artista è già di per sé un essere rimasto indietro, dato che si è fermato al giuoco, che è proprio della giovinezza e della fanciullezza. A ciò si aggiunge ancora che egli a poco a poco assume regressivamente una forma di altri tempi; da ultimo, ciò sbocca in un violento antagonismo fra lui e i suoi contemporanei e in una triste fine; così come, a quanto narrano gli antichi, Omero ed Eschilo finirono col vivere e morire in melanconia.”
        Friedrich è un pò contraddittorio a volte. Forse perchè dentro di sè era combattuto. Un adulto e un fanciullo che si facevano la guerra. Tu cosa ne pensi di lui a livello interiore? Come lo vedi?

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        1. È assolutamente contraddittorio. Molto spesso e di proposito.
          Come scrisse Giorgio Colli: “Nietzsche ha detto tutto e il contrario di tutto”.

          Sicuramente è sempre stato combattuto, come dice tu. Io penso che sia stato un uomo capace di soffrire veramente, onesto con se stesso anche nella sua megalomania.
          Penso che lui sia un ottimo esempio di come la vita, le sofferenze, la coscienza ipertrofica della condizione umana, forgino un uomo in uno stato dilaniato.
          Il suo pensiero rappresenta un immenso sforzo di venire a patti con la vita, in maniera positiva.
          La sua vita ci mostra tutte le difficoltà di unire una scelta potente con la quotidianità e l’affettività, che richiedono più sacrificio e tenerezza.

          Insomma, un esempio di come la vita coniuga delle esistenze umane, di fronte alle quali qualsiasi giudizio suona ridicolo e non rimane che osservarli in silenzio meditativo.

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  3. L’ingratitudine verso la Provvidenza tanto tipica della sensibilità moderna è sempre sintomo di un triste ‘genio’. Tale parola d’altro canto non dovrebbe essere affatto scissa dalle doti che riceviamo alla nascita, ma pare che confondere i significati delle parole sia uno dei tratti peculiari di quest’epoca, degnamente inaugurata dallo stesso Nietzsche. Troviamo una descrizione ben più alta della fatica poetica nel Paradiso di Dante, lì dove egli ci confida:

    “Se mai continga che ‘l poema sacro
    al quale ha posto mano e cielo e terra,
    sì che m’ha fatto per molti anni macro.
    vinca la crudeltà che fuor mi serra
    del bello ovile ov’io dormi’ agnello,
    nimico ai lupi che li danno guerra;
    con altra voce omai con altro vello
    ritornerò poeta, e in sul fonte
    del mio battesmo prenderò ‘l cappello.” (Par. XV, 1-9).

    Altro che ricette! Altro che calcoli! Che altezza, che sublime parola per descrivere la propria ispirazione: “‘l poema sacro, al quale ha posto mano e cielo e terra”. Quale slancio, quale fierezza conservata nel dolore, quale fermezza nel destino trascendente dell’anima purificata: come risplende tutto ciò se paragonato all’uomo moderno, nelle sue grigie stanze pervase di tetri umori.
    Saluti a quanti leggono.

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    1. Oh ma questa è una mossa proibita 🙂 paragonare un passo poetico sublime con un discorso “saggistico”.
      Sulla superiorità artistica e se vogliamo di anche di significato del tuo passo, non c’è da discutere. Invece la questione del torto verso la Provvidenza è più delicata.
      I poveri cristi che non hanno ricevuto nessun dono dalla Provvidenza e i poemi dei quali non sono stati toccati dal cielo, ma solo dalla terra, come fanno?
      Troppo logico, forse?

      Il passo pubblicato di oggi, si avvicina a quello che intendo: voglio solamente restare in quella via di mezzo, in cui l’intelligenza può mantenersi chiara

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      1. Gentile Nosce, innanzitutto ti ringrazio per le interessanti citazioni che proponi. Se non altro utilizziamo questo invadente ‘specchio delle brame’ a cui questi tempi ci hanno legato per qualche approfondimento. Questo, a dire il vero, non sarebbe affatto il modo idoneo per discutere delle ‘discrepanze’ su cui sollevi l’attenzione. Il tipo di comunicazione della quale ci serviamo infatti tende troppo all’ebete frenesia e all’occhio – interiore – distratto, ciononostante, come detto, questi sono i tempi e anche io me ne faccio una ragione.
        Mi permetto un paio di rilievi su quanto scrivi: non esistono persone che ‘non hanno ricevuto doni dalla Provvidenza’, esistono solo persone che se ne infischiano della Provvidenza.
        Questo non me lo invento certo io, se è vero che nel salmo 94 si legge:
        “Comprendete, insensati tra il popolo,
        stolti, quando diventerete saggi?
        Chi ha formato l’orecchio, forse non sente?
        Chi ha plasmato l’occhio, forse non guarda?”.
        …a riprova del fatto che il grande male del nostro tempo è quello di avere estraniato l’individuale intelligenza dall’Intelligenza Universale, quando invece chi si rivolge con umiltà al Cielo non solo riceve doni per sé, ma persino altri ancora da elargire. Il punto è che questi doni non devono necessariamente essere di tipo artistico. Perché mai? Semmai, e questo lo sosteneva anche Platone, i moderni hanno un concetto troppo alto dell’arte, quando invece gli antichi riconoscevano ancora la sua natura legata alla manualità e all’artigianato, senza nulla voler togliere all’artigianato. Non a caso nella grande arte del passato i principi matematici, filosofici e spirituali che l’hanno ispirata sono, cercandoli, sempre ben visibili. Tale discorso riguarda persino la somma ‘Divina Commedia’ che senza, tra gli altri, Tommaso D’Aquino, Gioacchino da Fiore e lo stesso Dante in veste di filosofo, non sarebbe stata, ‘artisticamente’, possibile. Senonché la moderna acredine e odio contro la pura intellettualità, la quale tutto ha voluto ridurre all’umano, e in molti casi anche al sub-umano, hanno spinto gli uomini ad un’idolatria dell’arte che è anche idolatria delle apparenze, persino di quelle più insensate, se è vero che oggi basta sapersi promuovere e farsi strapagare per essere onorati del titolo di ‘artista’.
        Quanto alla scoperta della vocazione personale si tratta di argomento appunto …troppo personale, perché io ne possa tratteggiare tutti i contorni, soprattutto a causa del grado di ‘automatizzazione’ a cui è giunta la nostra società. In ogni caso, la vocazione non riguarda evidentemente solo l’aspetto professionale, o artistico, che anzi ne è l’aspetto meno importante, e in questo senso so per certo che ‘personale’ non significa ‘individualista’. D’altro canto, come dicevo prima, l’avere slegato la propria intelligenza dall’unica e vera Intelligenza – cosa che è propria anche della deriva dell’esistenzialismo – significa non credere più, non comprendere più, che le anime debbano tendere alla loro più alta realizzazione per Grazia dell’Eterno e non al soddisfacimento dei propri capricci.
        Questo è il punto: gli esistenzialisti vedono in Nietzsche colui che ha slegato l’uomo dal piano provvidenziale e li ha resi protagonisti di un dramma discendente (che lagna), mentre per me Nietzsche è colui che ha proclamato ‘la morte’ di Colui che le sue opere avversano ad ogni sillaba, cosa che probabilmente è da imputare al fatto che egli sempre ‘snobbò’ il Vangelo, così almeno pare, sul quale scrisse anche sentenze che mi astengo dal riportare.
        Questi in ogni caso non sono buoni segni, me lo concederai.
        Infine, dato che questa nostra – purtroppo telematica – conversazione è sorta attorno a Dante, mi sembra opportuno e propizio chiudere proprio con un suo passo, tratto dal ‘De Monarchia’:
        “L’intelletto dell’uomo è detto possibile (…). È vero che ci sono altri esseri forniti di intelletto, ma il loro intelletto non è ‘possibile’, perché si tratta di specie puramente intellettuali il cui essere non è altro che un intendersi che si attua senza mediazione, altrimenti non sarebbero eterne”.
        Come si vede l’intelletto individuale non è che frammento di Intelletti ben più alti…
        A questo riguardo, la ricerca è lunga e richiede pazienza, ma solo fede, preghiera e carità richiamano gli Intelletti capaci di schiarirci le idee.
        Ti auguro ogni bene. Saluti. Gianfranco.

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        1. Concordo pienamente sul fatto che non è il mezzo più favorevole per discutere di certe questioni delicate e profondissime, al massimo arriviamo a dei fraintendimenti e alle leggere comprensioni.

          Che dire… “non esistono persone che ‘non hanno ricevuto doni dalla Provvidenza’” questo è rassicurante…

          Qui con la logica non si arriva lontano.
          Se hai ragione tu e il tuo sentire, se la fede del tuo cuore è frutto di un Universale, allora spero che anche noi “poveri logici, smarriti dall’intelletto”, che ci affidiamo al bene e alle virtù senza timori, verremo accettati senza riti e nomi che non sentiamo nostri e non saremo da meno a voi “possessori di verità ultime e assolute”.

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          1. Gentile Nosce, ho letto e riflettuto su quanto mi scrivi. Hai una buona e viva intelligenza: lo si nota da ciò e come scrivi, come anche dai tuoi interessi. Avrai quantomeno preso coscienza, spero, del fatto che anche tu qualche “dono” lo hai ricevuto, per quanto i doni ricevuti ‘naturaliter’ non sono che il materiale grezzo sul quale bisogna, o bisognerebbe, lavorare. Sono speranzoso dunque nel farti notare che ci attribuisci (dato che parli di un “noi”) uno status di cui nessuno si è vantato. Mi auguro capirai infatti che i “possessori di verità ultime e assolute” sono ben avvisati, di solito, sul fatto che tali verità non possano essere “possedute”, al massimo – se tutto va bene – giungono a contemplarle. Non trovo termine migliore di quest’ultimo.
            Su tale “impossibilità”, troveresti buoni elementi di meditazione nei simboli dell’Albero della Conoscenza e dell’Albero della Vita e nelle figure di Adam ed Isha, per quanto non so se senti questi nomi “come tuoi”. Che lo siano o meno, lì viene presentato proprio l’enigma relativo all'”impossibilità” di “possedere” la verità, e quali sono le conseguenze in cui si incorre se si tenta di farlo. A far fronte a tale “impossibilità”, giunge la Verità intesa come rivelazione messianica, per la quale si dovrebbe aprire tutt’altra pagina.
            Per il resto, gran parte di ciò che ho destinato alla tua degna attenzione nel commento precedente è per lo più costituito da mere constatazioni. Le “verità ultime e assolute”, ammesso che si possano intuire, sono solitamente inesprimibili. In conclusione, spero non ti dispiaccia, vorrei farti notare che non è di buon auspicio e né propositivo per nessuno suddividere gli uomini in categorie, senza prima aver riflettuto sulle questioni su cui tali uomini si concentrano, altrimenti si rischia di ridurre il confronto ad un tutti contro tutti dal quale nessuno trae beneficio.
            I miei migliori auguri e più Sinceri Saluti. Gianfranco.

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            1. Grazie per i tuoi pensieri di bontà e attenzione.

              Hai ragione, categorizzare è un fatto umano e non sempre benefico.

              Forse stiamo percorrendo la stessa strada, ma in maniere diverse. In fondo, finché c’è fratellanza tra gli uomini di fronte al mistero esistenziale, sono contento.

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