in Dostoevskij realizziamo sorpresi di aver già incontrato prima dentro di noi, il sentimento che ci mostra, o di averlo intravisto negli altri in qualche momento d’intuizione

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“Quando, nel “Eterno marito” di Dostoevskij, Velcianinov rimugina sul rasoio macchiato di sangue, si getta senza fare una piega nel proprio flusso di pensieri — pur così affollato e tortuoso — proprio come noi stessi sappiamo di riflettere quando qualche fatto sorprendente precipita nella pozza della nostra coscienza. Della marea di elementi che premono sulla nostra attenzione ne selezioniamo prima uno, poi un altro, intrecciandoli alla rinfusa nel nostro ragionamento; magari le associazioni di una parola creano un altro anello nel filo del discorso, da cui torniamo indietro a una sezione diversa del nostro pensiero principale, e l’intero processo sembra al contempo inevitabile e perfettamente lucido.
Ma se in seguito cerchiamo di ricostruire i nostri processi mentali, scopriamo che i collegamenti tra un pensiero e l’altro sono sommersi. La catena è affondata e non risulta più visibile, e solo i punti portanti emergono a segnare il percorso. 

Unico tra gli scrittori, Dostoevskij ha il potere di ricostruire questi stati mentali repentini e complicati, di ripensare l’intero flusso delle idee in tutta la sua velocità, simile a un treno mentre appare in un lampo di luce, per poi sbandare nell’oscurità subito dopo; perché lui è in grado di seguire non solo la vena scoperta del pensiero compiuto, ma anche di suggerire il sommerso più offuscato della coscienza, in cui i desideri e gli impulsi si muovono alla cieca sotto la melma.

Proprio come quando ci svegliamo da una trance di questo tipo, colpendo una sedia o un tavolo per accertarci dell’una realtà esterna, così Dostoevskij d’un tratto ci fa osservare, per un istante, il volto del suo eroe o un qualche oggetto nella stanza. 

Questo è l’esatto opposto del metodo adottato, per necessità, dalla maggior parte dei nostri romanzieri inglesi. Loro riproducono tutto ciò che è esteriore — ci danno l’illusione dei modi di fare, dei paesaggi, degli abiti e dell’effetto dell’eroe sui suoi amici —ma molto di rado, e solo per un istante, penetrano il tumulto di pensieri che infuria dentro la sua mente.

Invece l’intero tessuto di un libro di Dostoevskij è fatto di un simile materiale. Per lui un bambino, o un mendicante, è pieno di emozioni violente e sottili quanto quelle di un poeta o di una sofisticata donna di mondo, ed è sull’intricato labirinto di queste emozioni che Dostoevskij costruisce la sua versione della vita. Nel leggerlo, quindi, siamo spesso frastornati perché ci ritroviamo a osservare uomini e donne da un punto di vista diverso da quello consueto. Dobbiamo liberarci dell’antica melodia che risuona con tanta insistenza nelle nostre orecchie, e prendere atto di quanto poco della nostra umanità venga espresso da quel vecchio motivo.

Veniamo di continuo portati fuori strada nel seguire la psicologia di Dostoevskij; ci ritroviamo costantemente a chiederci se riconosciamo il sentimento che ci mostra, e costantemente realizziamo con un sussulto di sorpresa che l’abbiamo già incontrato prima dentro di noi, o l’abbiamo intravisto negli altri in qualche momento d’intuizione. Ma non ne abbiamo mai parlato, ed è per questo che siamo sorpresi.

Intuizione è il termine che dovremmo applicare al genio di Dostoevskij quando è al suo meglio. Quando ne è pienamente posseduto, è capace di leggere la scrittura più imperscrutabile negli abissi delle anime più scure.

Forse questa citazione, proprio del momento in cui Velcianinov rimugina sul rasoio macchiato di sangue, può dare un’idea del labirinto dell’anima attraverso cui dobbiamo farci strada a tentoni:

«Però ieri mi voleva bene quando mi ha dichiarato il suo affetto e mi ha detto: “Faremo pari?”. Sì, mi amava con odio, questo è l’amore più forte… Sarebbe curioso sapere esattamente come l’ho colpito! Forse, per la verità, a causa dei guanti puliti e perché li sapevo portare… Era venuto qui per “abbracciarmi e piangere”, come si è espresso lui stesso nel modo più abietto, cioè veniva per sgozzarmi ma pensava di venire “per abbracciarmi e piangere”… Perché no: se io avessi pianto con lui forse mi avrebbe realmente perdonato, perché aveva una gran voglia di perdonarmi!… Uh, come fu contento quando mi costrinse a baciarlo! Solo che allora non sapeva come sarebbe andata a finire. Mi avrebbe perdonato o sgozzato? … Il mostro più mostruoso è il mostro con nobili sentimenti… Voi però non ne avete colpa, Pavel Pavlovië, non ne avete colpa: voi siete un mostro quindi in voi tutto deve essere mostruoso, anche i vostri sogni e le vostre speranze.»”

Virginia Woolf, “L’anima russa: Dostoevskij, Čechov, Tolstoj”.

Immagine: “Fëodor Mihailovič Dostoevskij” di Ilya Glazunov.

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