chiunque mangi a sazietà è spiritualmente condannato

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“Ogni stato ispirato nasce da un’inedia coltivata, voluta. La santità – ispirazione ininterrotta – è l’arte di lasciarsi morire di fame senza… morire, una sfida lanciata alle viscere, e come una dimostrazione della incompatibilità tra estasi e digestione.

Un’umanità che si rimpinza produce scettici, mai santi.
L’assoluto? Una questione di dieta. Niente «fuoco interiore» niente «fiamma» senza la soppressione quasi totale del cibo. Contrariamo i nostri appetiti: i nostri organi arderanno, la nostra materia s’incendierà. Chiunque mangi a sazietà è spiritualmente condannato.

Mossi da impulsi selvaggi, i santi erano riusciti a padroneggiarli, quindi a conservarli in segreto. Essi non ignoravano che la carità attinge la sua forza dai nostri drammi fisiologici e che per affezionarsi agli esseri dovevano dichiarare guerra al corpo, snaturarlo, martirizzarlo, sottometterlo. Ognuno di loro evoca un aggressore che, improvvisamente convertito all’amore, si mettesse in seguito a odiarsi.
Ed essi seppero odiarsi fino in fondo; ma una volta esaurito questo odio di sé, erano liberi, sciolti da ogni catena: l’ascesi aveva svelato loro il senso, l’utilità della distruzione, preludio della purezza e della liberazione.

A loro volta, ci sveleranno attraverso quali angosce passare se vogliamo, anche noi, essere liberi.”

Emil Cioran, “La tentazione di esistere”.

immagine: “Starving Buddha, Asceticism” a Chiang Mai.

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