le teorie filosofiche sono le scale sulle quali gli uomini salgono, per imporre dei modelli ideali fittizi sulla realtà, sulle pratiche di linguaggio e sulle circostanze della vita

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“«Il pensiero è circondato da un alone. La sua essenza, la logica, presenta un ordine, di fatto l’ordine a priori del mondo: cioè, l’ordine delle possibilità, che devono essere comuni al mondo e al pensiero…
Abbiamo l’illusione che ciò che è peculiare, profondo, essenziale nella nostra ricerca risieda nel suo tentativo di afferrare l’essenza incomparabile del linguaggio. Cioè, l’ordine esistente tra i concetti di proposizione, parola, prova, verità, esperienza e così via. Questo ordine è un super-ordine (Über-Ordnung) – per così dire — tra super-concetti (Uber-Begriffe). Mentre, naturalmente, se le parole «linguaggio», «esperienza», «mondo», hanno un uso, esso deve essere altrettanto umile quanto quello delle parole «tavola», «lampada», «porta».»

Wittgenstein ha visto nella stessa costruzione di teorie filosofiche una forma di sublimazione e di idealizzazione dei nostri concetti, delle nostre pratiche linguistiche. Le teorie filosofiche sono appunto quei trampoli o scale sui quali gli uomini salgono, specialmente quando fanno filosofia, per imporre dei modelli ideali fittizi sulla realtà, sulle pratiche di linguaggio e sulle circostanze della vita.

Costruire teorie filosofiche, così lui pensava, era sovrapporre un ideale alla realtà, nel senso precisamente che i filosofi non si limitano a servirsi di modelli o schemi ideali (il che è indispensabile), ma scambiano un’idea, un modello per rappresentare la realtà con la realtà stessa, e in questo senso le loro teorie costituiscono altrettante sublimazioni degli strumenti intellettuali con i quali lavorano.

Le teorie filosofiche sono illusioni e sublimazioni perché vogliono catturare con visioni onnicomprensive e totalizzanti una varietà di usi linguistici che sono manifestazioni della vita e che non si lasciano assoggettare ad uno schema ideale e prestabilito a priori.”

Aldo G. Gargani, “Il coraggio di essere”: un saggio introduttivo a Ludwig Wittgenstein, “Diari segreti”.

immagine di Alireza Darvish.

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3 Comments

  1. La logica non è l’essenza del pensiero. Se lo fosse, il pensiero si dovrebbe di necessità fermare al mero ragionamento, alla semplice conseguenza tra causa ed effetto, alla dualità ignara di qualsiasi unità per quanto creativa essa si possa dimostrare. Ma il pensiero è capace di superare queste Scilla e Cariddi, almeno il pensiero di coloro che sanno concepire l’Informale. Questo è il punto fondamentale.
    Se tutto viene condensato attorno al mero fatto discorsivo e interpretativo, come qui fa Wittgenstein, allora l’Informale, dal quale tutto dipende, viene così esautorato dal suo ruolo, nonostante sia l’unico elemento indispensabile.
    Non si contano i detti taoisti che ruotano… su tale concetto: il pieno può anche essere utile, ma solo il Vuoto è indispensabile.
    Pertanto lo si può solo nascondere, trascurare, occultare, l’Informale, cionondimeno esso è lì:
    tra l’esprimibile e l’inesprimibile.
    L’operazione che fa Wittgenstein in questo breve ma significativo passo equivale a dire, in termini geometrici, che il cerchio non ha un centro ma tutto dipende da come associamo tra loro i punti che stanno all’interno del cerchio e al quale noi vogliamo dare il nome di totalità,
    fino al punto di sublimarla. Ciononostante il centro il cerchio ce l’ha ed è lì a ricordarci che senza di esso, indivisibile punto, l’intero cerchio non potrebbe esistere.

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