è una fortuna che l’amore non abbia bisogno di parole

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“Eppure era bello vivere. Colse nell’erba un fiorellino violetto, lo avvicinò all’occhio, guardò entro il piccolo calice, dove scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilissimi organi; come nel grembo di una donna o nel cervello di un pensatore, fremeva la vita tremava la gioia.

Oh, perché non si sapeva proprio nulla? Perché non si poteva parlare con quel fiore? Ma se neppure due uomini riuscivano a parlarsi davvero, e ci voleva già per questo un caso fortunato, una particolare amicizia e disposizione! No, era fortuna che l’amore non avesse bisogno di parole, altrimenti sarebbe stato pieno di malintesi e di pazzie. Ah, come l’occhio di Lisa, socchiuso nella pienezza della voluttà, era quasi franto e non mostrava più che un pò di bianco nel taglio delle palpebre convulse… mille parole di dotti e di poeti non sarebbero riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere, escogitare e tuttavia si aveva sempre in sé il bisogno prepotente di parlare. L’eterno impulso a pensare!

Osservò con quanta grazia e con quanta intelligenza le foglie della piantina erano ordinate intorno allo stelo. I versi di Virgilio eran belli, egli li amava; ma più d’uno non aveva neppur la metà della chiarezza e della sapienza dell’ingegnosa bellezza di quella spirale, secondo cui le minuscole foglioline si ordinavano su per lo stelo. Quale godimento, quale felicità, che opera incantevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato capace di creare un solo fiore come quello!
Ma nessuno era capace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nessun santo.”

Hesse Hermann, “Narciso e Boccadoro”.

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meglio un imperatore stanco che un profeta folgorante

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“A uno studente che voleva sapere la mia posizione riguardo all’autore di Zarathustra, risposi che da molto tempo avevo smesso di frequentarlo. Perchè? mi chiese. – Perchè lo trovo troppo ingenuo…

Gli rimprovero le sue infatuazioni e persino i suoi fervori. Non ha abbattuto idoli se non per sostituirli con altri. Un falso iconoclasta, con tratti da adolescente, e non so che verginità, che innocenza, inerenti alla sua carriera di solitario. Ha osservato gli uomini solo da lontano.
Se li avesse guardati da vicino non avrebbe mai potuto concepire e celebrare il superuomo, visione bislacca, risibile, se non grottesca, chimera o capriccio che poteva scaturire solo dalla mente di qualcuno che non avesse avuto il tempo di invecchiare, di conoscere il distacco, il lungo disgusto sereno. Molto più vicino mi è un Marco Aurelio.

Nessuna esitazione da parte mia fra il lirismo della frenesia e la prosa dell’accettazione: trovo più conforto, e perfino più speranza, in un imperatore stanco che in un profeta folgorante.”

Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”.

rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni

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“Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorno un «esercizio spirituale», da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare.

Esercizi spirituali. Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome (che di tanto in tanto prude come un male cronico). Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Eternarsi superandosi.

Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta. Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni.”

Georges Friedmann, “La Puissance et la Sagesse”.

tutto il nostro agire e conoscere è un flusso costante

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“La nostra abituale osservazione inesatta prende come unità un gruppo di fenomeni e lo chiama un fatto: fra questo e un altro fatto essa immagina uno spazio vuoto, essa isola ogni fatto.
Ma in verità tutto il nostro agire e conoscere non è una serie di fatti e di spazi intermedi vuoti, bensì un flusso costante.

Ora precisamente la credenza nella libertà del volere è inconciliabile con l’idea di un fluire costante, omogeneo, indiviso e indivisibile: essa presuppone che ogni singola azione sia isolata e indivisibile; è un atomismo nel campo del volere e del conoscere.
Proprio come comprendiamo inesattamente i caratteri, così facciamo coi fatti: parliamo di caratteri uguali, di fatti uguali: non ci sono né questi né quelli. Ora però noi lodiamo e biasimiamo solo in base a questo falso presupposto che ci siano fatti uguali, che esista un ordinamento graduato di categorie di fatti, a cui corrisponda un ordinamento graduato di valori: cioè noi isoliamo non solo il fatto singolo, ma anche a loro volta i gruppi di fatti che si pretendono uguali (azioni buone, cattive, pietose, invidiose, ecc.) – tutt’e due le volte erroneamente.

La parola e il concetto sono la ragione più visibile per la quale crediamo a questo isolamento di gruppi di azioni: con essi noi non designiamo soltanto le cose, ma crediamo originariamente di afferrare con essi la loro essenza. Da parole e concetti noi veniamo ancor oggi di continuo indotti a immaginare le cose più semplici di come sono, separate fra loro, indivisibili, ognuna esistente in sé e per sé. Nella lingua si cela una mitologia filosofica che in ogni momento sbuca di nuovo fuori, per prudenti che si possa essere.
La credenza nella libertà del volere, cioè in fatti uguali e in fatti isolati, ha nella lingua il suo costante evangelista e avvocato.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

il peggiore dei mali

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“Pandora portò il vaso coi mali e lo aprì. Era il dono degli dèi agli uomini, un dono di fuori bello e seducente, chiamato «vaso della felicità». Subito tutti i mali, esseri vivi e alati, volarono fuori: da allora girano per il mondo e arrecano danno agli uomini di giorno e di notte. Un unico male non era ancora guizzato fuori dal vaso: allora Pandora riabbassò per volontà di Giove il coperchio, e così esso vi rimase dentro.

Ora l’uomo ha in casa per sempre il vaso della felicità e crede mirabilia del gran tesoro che in esso possiede: esso è a sua disposizione, egli lo prende, quando gliene viene voglia; poiché non sa che quel vaso che Pandora portò era il vaso dei mali, e tiene il male rimasto lì dentro per il più gran bene di felicità – esso è la speranza.

Giove volle cioè che l’uomo, per quanto tormentato dagli altri mali, tuttavia non gettasse via la vita, e continuasse invece a farsi tormentare sempre di nuovo. Perciò egli dà agli uomini la speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

con le lettere e con le parole non si può dir nulla

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“Io credo, — gli disse un giorno, — che un petalo di fiore o un vermiciattolo sul nostro cammino dica e contenga molto più di tutti i libri dell’intera biblioteca. Con le lettere e con le parole non si può dir nulla.
Talvolta scrivo una lettera greca, un theta o un omega, e girando appena un pochino la penna vedo la lettera che guizza e un pesce, mi ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i fiumi del mondo, tutto ciò ch’esiste di fresco è di umido l’oceano di Omero e l’acqua su cui camminava Pietro, oppure la lettera diventa un uccello, mette la coda, rizza le penne, si gonfia, ride, vola via.. Ebbene, Narciso, tu non dai molta importanza a lettere di questo genere, vero?
Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo.

— Do loro molta importanza, — disse Narciso con tristezza. — Sono lettere magiche: con esse si possono scongiurare tutti i demoni. Certo, per l’uso delle scienze non vanno. Lo spirito ama ciò che è saldo, formato, vuole poter essere sicuro dei suoi segni, ama ciò che è, non ciò che diviene, il reale e non il possibile. Non tollera che un omega diventi un serpente o un uccello. Lo spirito non può vivere nella natura, ma solo di fronte ad essa, come suo contrapposto.”

Hesse Hermann, “Narciso e Boccadoro”.

resisto a tutto, ma non alla tentazione

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“Colui che nega il libero arbitrio si potrebbe rivolgere a colui che l’ammette dicendo più o meno così: «Amico mio, nessun dubbio sul fatto che tu abbia la libertà di poter fare una cosa oppure l’altra, ma questa tua volontà potenzialmente libera di fare tutto, cosa vuole in concreto? L’oggetto del tuo volere chi lo determina? Sei tu stesso a determinarlo o al contrario è esso a determinare te, poiché tu ne sei irresistibilmente attratto? Sei tu il soggetto e ciò che vuoi l’oggetto, o al contrario ciò che vuoi è soggetto e tu ne sei l’inconsapevole oggetto e spesso anche la vittima? Sei veramente libero o sei solo un prigioniero cui è stata concessa la libertà di scegliersi la prigione?».

Quest’obiezione sostiene che la libertà, intendendo con essa l’energia indeterminata che considera ogni essere umano come potenzialmente in grado di scegliere una cosa o l’altra, viene di fatto così fortemente attratta dall’oggetto desiderato da esserne determinata, vincolata, persino costretta.

Prendiamo la più potente delle tentazioni, l’amore: in esso è plateale l’ambiguità e la prigionia della libertà. Più grande e più potente di noi, l’amore è sempre una forza irresistibile, può soggiogare e di fatto soggioga le nostre vite, e per questo i greci ne parlavano come una divinità.
Che libertà ha chi è innamorato? Che libertà ha una madre di fronte ai figli? Si è sempre sottomessi a ciò che si ama. L’amore è più forte, quindi è anche una prigione della libertà, e significativamente coloro che hanno posto al centro delle loro aspirazioni l’indipendenza e l’autocontrollo hanno sempre messo in guardia dall’esperienza dell’amore consigliando di evitarlo, o perlomeno di neutralizzarlo, mediante l’atteggiamento della apatia (gli stoici) o della santa indifferenza (Ignazio di Loyola). Ma quello che vale per l’amore vale in realtà per ogni altra grande passione che ci attrae e che attraendoci ci determina e ci modella: vale per il potere, la ricchezza, il sapere, la bellezza.”

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.