gli eroi e i conquistatori

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“… i non violenti, quando arrivavano gli altri, mettevano i bastoni per terra e si facevano picchiare. Però, che esempio morale! Ma vedi, non si insegna questo, non se ne parla. Le scuole non fanno che la storia degli eroi e dei conquistatori. Alessandro Magno: “magno” perché ha massacrato migliaia di persone nell’Asia centrale? Forse era anche uno simpatico ai suoi tempi, giovane, conquista il mondo.

Ma conquistare cosa vuol dire? Vuol dire uccidere, prendere la roba degli altri. Tutto questo dovrebbe essere rimesso in discussione. L’educazione dovrebbe cominciare con l’insegnare il valore della nonviolenza, che ha a che fare poi con tutto: con l’essere vegetariani, col rispettare il mondo, col pensare che questa terra non te l’han data a te, che è di tutti e tu non puoi impunemente metterti a tagliare e a fare buchi.

Il guaio è, secondo me, che tutto il sistema è fatto in modo che l’uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c’è nemmeno più bisogno della dittatura ormai, perché la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.

Libertà. Non ce n’è più. Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia. Non c’è più la libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, viene emarginata perché non rientra nel modello? Facesse invece delle altre cose! Ma non c’è altro, c’è solo una spinta verso il mercato.”

Tiziano Terzani, “La fine è il mio inizio”.

la costanza e la perseveranza nella vita

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“L’ordinamento sistematico, secondo il tempo e secondo la forma, delle nostre attività subordinate, ha anche altri vantaggi notevoli che val pure la pena di ricordare. Esso rende infatti possibile un lavoro molto più intenso e fecondo; che l’attività saltuaria e disordinata: le grandi opere sono compiute dal lavoro paziente e perseverante, non dagli sforzi tumultuari e temporanei a cui succedono inevitabilmente periodi di depressione e d’inerzia. In secondo luogo rende possibile l’utilizzazione perfetta del tempo che si perde spesso cosi scioccamente e che non manca mai a chi sa metterlo a profitto: quando ogni giorno ed ogni parte del giorno ha il suo compito assegnato, non vi è più luogo ad esitazioni, a pigre incertezze: tutto è fatto a suo tempo ed è fatto a fondo come esige l’ordine prefisso.
Infine la vita ordinata e sistematica, imponendo ad ogni ora il suo compito, ci salva dal pericolo delle fantasticherie vane in cui si disperdono spesso inutilmente il tempo e l’energia interiore; ci tien lontani dai lavori oziosi, nei quali ci illudiamo di essere attivi, mentre in realtà cerchiamo solo in essi il mezzo di sfuggire ad occupazioni più necessarie, ma più penose; e ci sostiene infine nelle ore di avvilimento e di tristezza, in cui unico rimedio è l’abitudine del lavoro perseverante e regolare.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

l’animo libero

Encuentra tu propio camino

“È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità, perché sono dubbi relativi ad argomenti controversi. Ora ascoltate, non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, né solo dalla logica e dall’inferenza, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere della speculazione, né dalla verosimiglianza, né dal rispetto per il vostro maestro.
Ma quando capite da soli che certe cose sono non salutari, sbagliate e cattive, allora abbandonatele, e quando capite da soli che certe cose sono salutari e buone, allora accettatele e seguitele.”

Buddha, “Il discorso a Kalama”.

si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

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“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

ciò che tiene in piedi la nostra realtà

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“Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case?
Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. E la costruzione dura finché non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento della nostra volontà. E perché credete che vi si raccomandi tanto la fermezza della volontà e la costanza dei sentimenti? Basta che quella vacilli un poco, e che questi si alterino d’un punto o cangino minimamente, e addio realtà nostra!
Ci accorgiamo subito che non era altro che una nostra illusione.”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.

come fare acquistare forza a un buon proposito

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“Naturalmente la ripetizione quotidiana non deve essere una stanca ed affrettata ripetizione meccanica di parole. Le parole sono soltanto dei segni astratti e morti, che non hanno alcuna ripercussione sulla vita interiore; esse debbono servire alla rievocazione delle immagini, che sole hanno reale efficacia; ma se la rievocazione non ha luogo, non giovano a nulla. Non bisogna quindi appagarsi di una ripetizione verbale: bisogna arrestarsi ad ogni massima, commentare mentalmente ogni parola, cercando di richiamare con tutta la vivezza possibile le immagini che essa suggerisce.

È un precetto che ci impone di essere forti dinanzi al dolore? Bisogna rievocare in noi il ricordo dei momenti dolorosi in cui abbiamo trovato la forza di resistere, assaporare la soddisfazione profonda che questa superiorità ci ha procurato, richiamare la visione degli esempi di vigore d’animo che ci hanno riempito il cuore di ammirazione e di invidia: quale forza non acquisterà in noi questo proposito quando venga così costantemente per un lungo tempo esercitato e tenuto presente, come una suggestione efficace, allo spirito!

A questa meditazione dei principi i moralisti antichi consigliano di aggiungere l’esercizio, vale a dire di farne mentalmente l’applicazione ai casi immaginati o reali della vita. Epitteto, specialmente, nei Discorsi, ce ne offre eccellenti esempi. Quando ci siamo proposti una norma di vita, noi dobbiamo considerarne le possibili applicazioni e chiederci: Che cosa farei in questa circostanza? Quale dovrebbe essere la mia condotta, se dovessi cadere in povertà? Se una malattia mi colpisse? Avrei l’energia di dirigere i miei atti secondo le norme che con tanta saggezza ho stabilito? E più efficace ancora sarà l’applicazione ai casi reali, la comparazione tra la nostra condotta e il nostro ideale, l’esame di coscienza fatto giorno per giorno nella quiete della propria stanza, alla sera quando tacciono attorno a noi le agitazioni del mondo e più viva risuona nell’anima la voce del nostro giudice interiore, piena di profondi avvertimenti e di salutari ammonizioni.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

cercare di scorgere la propria anima nello specchio

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“Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto.
Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l’estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l’espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.”

Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.