è una fortuna che l’amore non abbia bisogno di parole

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“Eppure era bello vivere. Colse nell’erba un fiorellino violetto, lo avvicinò all’occhio, guardò entro il piccolo calice, dove scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilissimi organi; come nel grembo di una donna o nel cervello di un pensatore, fremeva la vita tremava la gioia.

Oh, perché non si sapeva proprio nulla? Perché non si poteva parlare con quel fiore? Ma se neppure due uomini riuscivano a parlarsi davvero, e ci voleva già per questo un caso fortunato, una particolare amicizia e disposizione! No, era fortuna che l’amore non avesse bisogno di parole, altrimenti sarebbe stato pieno di malintesi e di pazzie. Ah, come l’occhio di Lisa, socchiuso nella pienezza della voluttà, era quasi franto e non mostrava più che un pò di bianco nel taglio delle palpebre convulse… mille parole di dotti e di poeti non sarebbero riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere, escogitare e tuttavia si aveva sempre in sé il bisogno prepotente di parlare. L’eterno impulso a pensare!

Osservò con quanta grazia e con quanta intelligenza le foglie della piantina erano ordinate intorno allo stelo. I versi di Virgilio eran belli, egli li amava; ma più d’uno non aveva neppur la metà della chiarezza e della sapienza dell’ingegnosa bellezza di quella spirale, secondo cui le minuscole foglioline si ordinavano su per lo stelo. Quale godimento, quale felicità, che opera incantevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato capace di creare un solo fiore come quello!
Ma nessuno era capace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nessun santo.”

Hesse Hermann, “Narciso e Boccadoro”.

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la vita è un gioco a somma diversa da zero

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“In un aforisma dell’americano Alan Watts si afferma che la vita è un gioco la cui prima regola è: essa non è un gioco, è una cosa molto seria. E Laing pensava probabilmente allo stesso modo quando in “Nodi” scriveva: “State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco. Se io vi dimostro che state giocando, infrango le regole e voi mi punite”.

Da molto tempo esiste un settore della matematica astratta, e precisamente la teoria del gioco, che si occupa di questi e analoghi problemi. Come si può immaginare, il concetto di gioco non ha per i matematici alcun significato ludico, infantile. Si tratta invece per loro di uno spazio concettuale con delle regole molto precise, che stabiliscono la migliore condotta di gioco possibile.
È qui di fondamentale importanza, la distinzione tra giochi a somma zero e giochi a somma diversa da zero. Esaminiamo prima la classe della somma zero. Di essa fanno parte tutti quegli innumerevoli giochi in cui la perdita di un giocatore significa la vincita dell’altro. Vincita e perdita, sommate assieme, ammontano perciò a zero. Ogni semplice scommessa si basa su questo principio.
I giochi a somma diversa da zero invece, come dice già il nome, sono quei giochi in cui vincita e perdita non si pareggiano, nel senso che la loro somma può risultare inferiore o superiore a zero. Detto altrimenti, in uno di questi giochi entrambi i giocatori (oppure tutti, se vi partecipano più di due giocatori) possono vincere o perdere.

Trasferiamo adesso questa problematica dall’astratto campo della matematica al livello dei rapporti umani. Un rapporto tra partner è un gioco a somma zero o a somma diversa da zero? Per poter rispondere dobbiamo prima chiederci se è vero che le “perdite” di un partner corrispondano alla “vincita” dell’altro. E qui le opinioni sono divise. La vincita consistente, per esempio, nel proprio aver ragione e nell’aver dimostrato l’errore (la perdita) del partner si lascia interpretare come il risultato di un gioco a somma zero. E questo succede in molti rapporti, perché è sufficiente appunto che uno dei due veda la vita come un gioco a somma zero, che lascia aperta solo l’alternativa tra vincita e perdita. Tutto il resto viene da sé, anche se la filosofia dell’altro inizialmente non era orientata in tal senso.
Si giochi dunque a somma zero a livello relazionale e si stia pur certi che a livello oggettivo tutto andrà lentamente ma sicuramente in rovina. I giocatori a somma zero, persistendo accanitamente nell’idea della vincita e del reciproco superamento, facilmente non si avvedono dell’avversario decisivo, di quel terzo che solo in apparenza sorride: la vita, davanti alla quale entrambi sono perdenti.

Perché è così difficile rendersi conto che la vita è un gioco a somma diversa da zero? Che si può vincere insieme non appena si smetta di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non esserne battuti? E che — cosa del tutto inconcepibile per lo scaltro giocatore a somma zero — si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, la vita? Ma eccomi di nuovo a fare domande retoriche, alle quali già Nietzsche cercò di dare una risposta quando, in “Al di là del bene e del male”, affermò che la follia è rara negli individui, mentre nei gruppi, nelle nazioni e nelle epoche è la regola.

Paul Watzlawick, “Istruzioni per rendersi infelici”.

dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei

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“Quando ci si occupa di sviluppare la forza di volontà, va seguito questo precetto negativo: che è di tenersi accuratamente lontani da tutte le compagnie, dagli ambienti, dalle suggestioni che contrastano con i principi adottati. È inutile proporre a se medesimo un codice della condotta e sforzarsi con meditazioni quotidiane di farsene una legge di vita, se apriamo ogni giorno l’adito ad esempi, a conversazioni, a spettacoli che esercitino su di noi un’azione deprimente.
La conversazione di persone mediocri, i pregiudizi correnti del mondo, la lettura dei giornali e delle riviste che rispecchiano le idee banali della moltitudine, servono a tutt’altro che ad elevare l’intelligenza ed il carattere: colui che si disperde nella vita esteriore non può non subirne l’influenza e non aprire involontariamente l’animo alle basse idee di ipocrisia, di servilità al denaro ed alla potenza che guidano il mondo.
Si aggiunga a questo l’influenza sottile e demoralizzante del linguaggio, ispirato ai preconcetti del volgare, lo spettacolo triste delle cose del mondo, che sembra predicare la morale del piacere e del successo: come potrà, chi non è ancora fermamente stabilito nelle sue convinzioni, non perdervi ogni giorno qualche cosa del suo vigore morale? Per questo anche Epitteto consiglia colui che si inizia alla virtù di cercar di vincere fuggendo.
Noi non consigliamo per questo di chiudersi in un isolamento cieco ed intollerante. È bene guardare a fondo tutte le cose ed affrontare tutte le esperienze: ma una volta formato il nostro concetto della vita e formulata la nostra legge, è inutile esporsi ancora alle suggestioni di ciò che abbiamo già una volta con chiara coscienza condannato e che ha sempre ancora nella parte inferiore di noi un pericoloso alleato. Nel mondo delle idee, l’intelligenza deve essere aperta a tutte le correnti, a tutte le verità; nel campo pratico la volontà deve essere gelosa custode della sua purezza e respingere da sè con rigida intransigenza ogni colpevole compiacenza ed ogni pericolosa debolezza.”

Piero Martinetti

il dovere d’ogni alto ingegno e grande cuore umano, è lasciare una traccia dietro di sé, in questo cieco mondo

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Vittorio Alfieri parla al suo amico, prematuramente morto, Francesco; uomo virtuoso ma caduto nell’oblio, non avendo lasciato nulla di scritto:

“FRANCESCO
Morte ch’io non temeva, né bramava; morte che a me dolse soltanto perché, senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te immerso fra le tempeste di mille umane passioni; ma pure, morte che al mio cuore e pensamento giovava, poiché da tanti sì piccioli e nauseosi aspetti per sempre toglieami.
Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola, e non libera cittade; e, nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto né tentato di grande; ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l’oblio.

VITTORIO
Sprezzator di te stesso io ti conobbi pur sempre già in vita; degno ti credeva, e ti credo (soffri ch’io il dica; adulazion qui non entra) degno d’esser primo fra i sommi.
Morto sei; né di te traccia alcuna in questo cieco mondo tu lasci, nol niego, per cui abbiano i presenti e futuri uomini a sapere con loro espresso vantaggio, che la rara tua luce nel mondo già fu.
Ignoto ai contemporanei tuoi tu vivevi, perché degni non erano di conoscerti forse; e ad un reo silenzio mal mio grado ostinandoti, d’essere a’ tuoi posteri ignoto sceglievi, perché forse la presaga tua mente, con vero e troppo dolore antivedea, che in nulla migliori delle presenti le future generazioni sarebbero.
Ma io, ben rimembrartelo dei, tante volte pur ti diceva, che uffizio e dovere d’ogni alto ingegno con umano cuore accoppiato si era il tentare almeno di renderle migliori d’alquanto, tramandando ad esse sublimi verità in sublime stile notate.

FRANCESCO
Sì, mel dicevi, e il rimembro. Ma rispondevati io, che de’ libri, benché pochi sian gli ottimi, e ch’io tali fatti mai non gli avrei, bastanti pure ve ne sono nel mondo, a chi volesse ben leggerli, per ogni cosa al retto e sublime vivere necessaria imparare. A ciò ti aggiungea; che ufficio e dovere d’uomo altamente pensante egli era ben altrimenti il fare che il dire.
Temerità pareami il volere dalla feccia nostra presente sorger puro ed illibato d’esempio; e che viltà mi parea lo imprendere a dire ciò, che fare da noi non si ardirebbe giammai; e che stolto orgoglio in fin mi parea l’offendere i nostri conservi con liberi ed alti sensi; i quai sensi in me più accattati da’ libri, che miei proprj, riputerebbero essi; e con ragione forse, vedendomi di sì alti sensi severo maestro, e di sì vile vita, quale è la nostra, arrendevol discepolo.
Ma la più verace ragione che men distolse, fu, che a ciò non m’essendo io destinato fin dalla prima età mia, le poche forze del mio ingegno tutte al pensare, e al dedurre rivolsi assai più che allo scrivere: onde lo stile, quella possente magica arte delle parole, per cui sola vincitore e sovrano si fa essere il vero, lo stile mancavami affatto.

VITTORIO
E in ciò, soffri che io a te contraddica, sommamente pur t’ingannavi. Tu, pieno, ridondante di forti, veraci, e sublimi pensieri, avresti senza avvedertene l’ottimo tuo naturale stile perfettissimo ridotto scrivendo; e da libro nessuno non lo avendo imparato, uscito sarebbe dal tuo robusto capo col getto della originalità da imitazione nessuna contaminato.
Nuove cose in nuovi modi a te si aspettava di scrivere; ed hai pure, col non volerlo, agli uomini tolto il diletto, il vantaggio, e la maraviglia; a me la infinita dolcezza di vederti degnamente conosciuto e onorato; a te stesso la gloria ed il nome.
Finché vivo dintorno a me ti vedea, (me misero!) sulla fallace instabilità delle umane cose affidandomi, nella mente tua nobile, e nel caldo tuo cuore, come in un vivo e continuo libro, te, gli uomini tutti, e me stesso imparava io a studiare, e conoscere.
Allettato dal tuo dotto, piacevole, saggio, eppure sì appassionato parlare, securo io troppo nella tua ancor verde età riposando, più a goderne pensava, che a porne con sollecitudine in salvo il migliore, insistendo, incalzandoti, e anche bisognando, amichevolmente sforzandoti a scrivere per tutti, e per me, invece di parlar per me solo; poiché tu con ogni altro uomo quasi del tutto chiuso vivevi.
Di questa mia inescusabile sconsideratezza e notte e giorno piango io.”

Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta