la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici

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“La libertà di pensiero si spinge fino a questo punto, ossia fino al centro del pensiero stesso, a maggior ragione essa opera nei confronti dei grandi problemi metafisici, come quello dell’eternità o non eternità dell’universo, quello della mortalità o immortalità dell’anima e quello sull’esistenza o meno di un Assoluto.

Su questo argomento il Buddha ebbe un colloquio assai significativo e chiarificatore con un suo discepolo, Malunkyaputta. Alla fine del colloquio, il Buddha cercò di spiegarsi ricorrendo a un’analogia: chi si pone problemi di questo tipo assomiglia a un uomo ferito da una freccia il quale, prima di farsela togliere, esige di sapere a che classe appartenga chi l’ha colpito, quale sia il suo nome, la sua statura, la sua carnagione, da quale villaggio provenga, quale tipo di arco, di corda e di frecce ha usato. Ovviamente il malcapitato morirebbe dissanguato prima di avere avuto risposta anche a uno solo di questi interrogativi.
Parimenti, conclude il Buddha, la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici: qualsiasi sia la posizione che si assume nei riguardi di essi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, la morte, la sofferenza, «di cui già in questa vita io insegno a realizzare la fine».”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

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l’animo libero

Encuentra tu propio camino

“È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità, perché sono dubbi relativi ad argomenti controversi. Ora ascoltate, non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, né solo dalla logica e dall’inferenza, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere della speculazione, né dalla verosimiglianza, né dal rispetto per il vostro maestro.
Ma quando capite da soli che certe cose sono non salutari, sbagliate e cattive, allora abbandonatele, e quando capite da soli che certe cose sono salutari e buone, allora accettatele e seguitele.”

Buddha, “Il discorso a Kalama”.

Schopenhauer, il miglior apostolo del Buddha in Europa, ma al tempo stesso anche il suo peggior allievo 

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“Insomma, se la metafisica, cioè la mistica, di Schopenhauer, guarda a Oriente, la sua filosofia pratica, cioè la sua saggezza, guarda talmente a Occidente da impedirgli una adeguata valorizzazione del lato positivo degli insegnamenti del Buddha, con cui tale saggezza in parte concorda. Questa distanza pregiudiziale dal suo Buddha appare tanto più accentuata se si considera il distacco – inconcepibile nella prospettiva orientale – che Schopenhauer pone programmaticamente fra teoria e prassi della salvezza:
«Non è necessario», scrive nel Mondo «a un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo: dire il contrario, sarebbe come sostenere che un bell’uomo debba di necessità essere un grande scultore, o che un grande scultore debba anche essere un bell’uomo».
Ma proprio questo iato, tutto moderno-occidentale, tra percorso di vita e percorso di pensiero, questo primato della teoria e della metafisica trascendentale sulla prassi esistenziale e meditativa, l’accesso speculativo, astratto, disincarnato alla spiritualità e alla salute, è l’impensabile tout court per un «buddhista». Il che vale sia per l’opera sia per la vita di Schopenhauer, almeno stando a quanto ne emerge se si sfogliano le pagine del suo diario segreto. Quello che ci parla da queste carte manoscritte non è certo un santo, e nemmeno un saggio, bensì appunto un filosofo, un metafisico, un anacoreta del pensiero puro, che identifica aristotelicamente vita felice e vita teoretica: «Volere il meno possibile e conoscere il più possibile» annota, «è la massima che ha guidato la mia vita». Ciò significa, di fatto, che la vita, la volontà, la persona, il corpo, la prassi esistenziale di Schopenhauer furono da lui ridotte al minimo indispensabile per offrire un mero punto d’appoggio all’uomo intellettuale immortale. Qui non v’è alcuna traccia di Yoga e meditazione. A dispetto del Buddhismo del suo estensore, il diario non custodisce insegnamenti del Buddha, e le massime di vita che Schopenhauer riserva, in segreto, a se stesso, sono esclusivamente finalizzate a tutelare l’esercizio di capacità intellettuali superiori a un uomo che si intese niente più che come un «monaco dello spirito», dedito a una vita puramente mentale. Ma non v’era né gioia né salute né quiete in questo monaco. Le pagine che raccolgono le sue riflessioni più intime – in cui si rispecchia la sua intera opera edita e inedita – ci consegnano la figura di un uomo melanconico, malato di solipsismo, un misantropo-misogino sdegnosamente arroccato su se stesso, che fece dello homo homini lupus, e non già del tat tvam usi, la legge della propria vita. Non vi fu estasi indofila e indologica che poté mai guarire il filosofo Schopenhauer dal suo inestirpabile pessimismo e dal suo occidentalissimo senso tragico della vita e dell’esistenza – radicati nella metafisica tragica della volontà -, che gli impedirono di indicare qualsiasi altra via di conoscenza, di trasformazione e di superamento di sé e dei mali del mondo che non consistesse esclusivamente nella loro drastica, disperata negazione.
Il fatto che personaggi del calibro di Nietzsche, von Hartmann, Scheler, Schweitzer, Jaspers, Keyserling, Mann, Hesse, Fromm debbano a Schopenhauer il proprio vivido interesse per l’India e il Buddhismo – e che ancora oggi il suo nome resti universalmente legato alla diffusione della cultura orientale in Occidente – dimostra che egli, a suo modo, fu senz’altro il miglior apostolo del Buddha in Europa. Ma al tempo stesso fu forse, anche, il suo peggior allievo. Malgré lui.”

Giovanni Gurisatti

bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi

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“Un giorno Buddha è in viaggio e vuole attraversare una foresta. Tutti glielo sconsigliano. La foresta è pericolosissima. Ci si nasconde un bandito malvagio che si diverte ad assaltare i viandanti, derubarli e tagliare loro le dita per aggiungerle alla collana che tiene sul petto. Il suo nome è, appunto, Angulimal: anguli, le dita, mala, la collana. Buddha non si fa distogliere dal suo intento e da solo si avvia. Appena il bandito lo vede, si getta al suo inseguimento, ma non riesce a raggiungerlo. Angulimal va da una parte e Buddha e dall’altra, corre dall’altra e Buddha è altrove.
Esausto, Angulimal urla:
«Ma chi sei? Uomo o superuomo? Dio o diavolo? Ti corro dietro e non ti raggiungo mai. Come puoi essere così più svelto di me?»
«Sei tu che corri. Io non mi sono mai mosso» risponde Buddha. «Eccomi qua.»
Angulimal allora si ferma e finalmente «raggiunge» Buddha. Capisce, si getta ai suoi piedi e diventa suo discepolo.

«Il punto della storia», concluse il Vecchio, «è che bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi.»”

Tiziano Terzani

colui che è passato da qui

impronte

“A un discepolo che lo tempestava di domande intellettuali e che era tornato alla carica chiedendogli se l’anima già esiste prima della nascita, Buddha rispose con la storia del soldato trafitto dalle frecce che viene portato d’urgenza dal cerusico perché gliele tolga e lo salvi, ma lui insiste a voler sapere prima chi lo ha ferito e con quale intenzione l’ha fatto. Con questo aneddoto Buddha vuole spiegare all’allievo che la sua domanda è irrilevante perché, qualunque sia la risposta, quel che conta è capire il significato del nascere, dell’invecchiare, del morire e del soffrire. A Buddha non piacevano le definizioni. Sapeva che potevano essere trappole, come le parole. Una volta i discepoli gli chiesero se, quando fosse morto, lui ci sarebbe stato ancora. E la risposta fu:
«Se dico di si, do adito a una confusione, se dico di no a un’altra. Dopo la morte Tathagata sarà senza confini come l’oceano».
Tathagata era il modo con cui lui parlava di sé e il nome con cui voleva essere chiamato. Significa «Colui che è passato da qui». Con questo voleva sottolineare di non essere nessuno di particolare, di non essere né il primo né l’ultimo Illuminato, di non essere dio, ma solo un uomo come gli altri, uno che è passato da qui, da dove possono passare tutti quelli che lo seguono sulla Via.”

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

il nirvana

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“La dottrina buddhista tratta sempre la vita, nello stadio dell’esistenza umana, come uno stato di sofferenza e sventura, considerandola un susseguirsi di prove dolorose, derivanti dai suoi cambiamenti, ai quali non è possibile sfuggire in altro modo che ottenendo lo stato immutabile del nirvana. Alla vita viene applicata ogni espressione che indichi illusione, inganno e dolore; e gli epiteti contrari di pace imperturbata, riposo e profonda tranquillità sono attribuiti all’ambito premio del nirvana; espressioni che arrivano persino a chiamarlo non-esistenza. Il nirvana è definito come qualcosa di simile al recupero della salute dopo una malattia, in cui, se se ne chiedesse il significato all’essere che ne beneficia, egli potrebbe solo dire che è la cessazione del dolore e l’ottenimento del piacere, ricavato anche dal contrasto. ”

Upham, Doctrine of Buddhism

quello che pensiamo diventiamo

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“Si racconta la storia di due cani, che, in momenti diversi entrarono nella stessa stanza. Uno ne uscì scodinzolando l’altro ne uscì ringhiando. Una donna li vide e, incuriosita, entrò nella stanza per scoprire cosa rendesse uno felice e l’altro così infuriato. Con grande sorpresa scoprì che la stanza era piena di specchi. Il cane felice aveva trovato cento cani felici che lo guardavano, mentre il cane arrabbiato aveva visto solo cani arrabbiati che gli abbaiavano contro. Quello che vediamo nel mondo intorno a noi è un riflesso di ciò che siamo. Tutto ciò che siamo è un riflesso di quello che abbiamo pensato. La mente è tutto. Quello che pensiamo diventiamo.”

Buddha