Pensare, Aspettare, Digiunare

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“Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito.

Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.

Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

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in ogni momento della vita sperimentare la transitorietà e l’impermanenza

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“L’agire di chi teme la morte è allora improntato dall’ansia in attesa della morte oppure dalla lotta contro la morte, nella presunzione che il proprio io, finché vive, sia esente da mutamento: in effetti questa presunzione colpisce, oltre che il timoroso, anche il temerario, ossia colui che tenta di allontanare la morte accumulando e intensificando atti vitali, alla ricerca ansiosa di occasioni estreme di insicurezza, con la volontà di sfidare ovvero, addirittura, con l’assurda pretesa di sconfiggere la morte.

Diversamente dal timoroso e dal temerario, vero coraggio di fronte alla morte dimostra quel soggetto capace di mente vuota (mushin), il quale, sperimentando in ogni momento della vita l’insicurezza, la transitorietà, l’impermanenza come condizione normale, affronta la morte come un passaggio estremo, non come un termine ultimo.
Costui, infatti, grazie al suo farsi vuoto, vive ogni momento come un termine che si disfa, come un punto che si fa onda, come un attimo che si dilegua; in tal modo, cogliendo il nesso nascita-morte come costitutivo della vita, è portato a produrre azioni esenti sia dall’ansia paralizzante del timoroso sia dall’ansia aggressiva del temerario.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

la realtà è un aggregato di elementi in divenire

Francesco Filippo Pellegrini

“La metafora buddhista della «fiamma che brucia tutta la notte» illustra bene questa continuità operante dovuta alla legge del karma: la fiamma è, in ciascun momento, se stessa ma anche qualcosa di diverso non possiamo separare, nel suo bruciare, i momenti in cui vive da quelli in cui muore, le fasi in cui si alimenta da quelle in cui si consuma.

Anche nella vita presente quello che noi chiamiamo “soggetto” non è in realtà che un aggregato di elementi in divenire, ossia una combinazione provvisoria di processi: la morte è un evento, particolare ma non eccezionale, che disgrega e “redistribuisce” questi processi.

Allora, una volta che concepiamo la vita come un divenire, ossia come un susseguirsi di fenomeni impermanenti, la morte, oggettivamente, non appare più come una cesura definitiva, come, un eccezione, come un evento traumatico, ma si presenta come una trasformazione particolarmente intensa, come un “passaggio ad altro stato”, così come accade quando l’acqua passa, dallo stato liquido, a quello gassoso del vapore o a quello solido del ghiaccio.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

attaccamento all’insostanziale e all’impermanente

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“Nella maggioranza dei casi si lascia la mente in balia dei sensi e degli impulsi, ossia se si lascia che divenga preda dell’ignoranza (avzjfa) sempre associata all’attaccamento (upadana). Ma in che consiste l’ignoranza? Essa non coincide, certo, con la scarsità di nozioni, ma con l’illusione che vi sia qualcosa di sostanziale e di permanente. Tale ignoranza-illusione crea le premesse perché sorga e si sviluppi ogni sorta di attaccamento: attaccamento all’oggetto delle sensazioni; attaccamento al desiderio di possederlo; attaccamento al desiderio di consumarlo; attaccamento al desiderio di utilizzarlo in vista di uno scopo; attaccamento allo scopo; e infine, ma soprattutto, attaccamento all’io come soggetto del sentire, del possedere, dell’utilizzare e del finalizzare.

Così, la mente che ignora la natura insostanziale e impermanente della realtà tutta – sia oggettiva che soggettiva – finisce inevitabilmente con l’attaccarsi a qualcosa che crede autonomo e permanente; in tal modo rimane invischiata senza scampo nel ciclo delle vite dominate dall’attaccamento, stritolata dalla ruota della vita, schiacciata dalla paura della morte.

La mente di chi è convinto che il mondo sia fatto di semplici cose separate da sé e tra loro, vive in un ” inferno” di desideri senza fine, di tensioni a possedere sempre di più, di ” ipertensioni” rivolte a mantenere ciò che riesce a possedere e ad accumulare: una simile mente sprofondata nell’ignoranza-illusione, da un lato, poiché non si rende conto di essere costituita dal mondo, continua a pretendere di conquistarlo, e vive perciò nell’ansia di vincere; dall’altro, poiché ignora di essere, al pari del mondo, impermanente, continua a preoccuparsi dell’immortalità, e vive, pertanto, nella continua paura della morte.

Ostinata in queste sue illusioni, la mente accecata dall’ignoranza inventa sempre nuovi simulacri di sostanzialità e di permanenza: non solo beni materiali, ricchezze, monumenti, stati e imperi, ma anche beni immateriali, come Verità Eterne, Principi Assoluti, Nobili Ideali, eccetera, tutti destinati a perire. Questa ostinazione e questo accecamento non sono privi di conseguenze, ma producono, sempre e comunque, sofferenza.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici

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“La libertà di pensiero si spinge fino a questo punto, ossia fino al centro del pensiero stesso, a maggior ragione essa opera nei confronti dei grandi problemi metafisici, come quello dell’eternità o non eternità dell’universo, quello della mortalità o immortalità dell’anima e quello sull’esistenza o meno di un Assoluto.

Su questo argomento il Buddha ebbe un colloquio assai significativo e chiarificatore con un suo discepolo, Malunkyaputta. Alla fine del colloquio, il Buddha cercò di spiegarsi ricorrendo a un’analogia: chi si pone problemi di questo tipo assomiglia a un uomo ferito da una freccia il quale, prima di farsela togliere, esige di sapere a che classe appartenga chi l’ha colpito, quale sia il suo nome, la sua statura, la sua carnagione, da quale villaggio provenga, quale tipo di arco, di corda e di frecce ha usato. Ovviamente il malcapitato morirebbe dissanguato prima di avere avuto risposta anche a uno solo di questi interrogativi.
Parimenti, conclude il Buddha, la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici: qualsiasi sia la posizione che si assume nei riguardi di essi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, la morte, la sofferenza, «di cui già in questa vita io insegno a realizzare la fine».”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

il mondo dell’illusione

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“Narada è un fedelissimo seguace e discepolo di Vishnu. Un giorno va dal suo maestro e gli chiede la differenza fra maya, il mondo dell’illusione, e la verità. Vishnu non ha nessuna voglia di mettersi a spiegarglielo. E un giorno caldissimo e ha sete.
«Senti», dice a Narada. «Intanto vammi a prendere un bicchier d’acqua.»
Narada corre via. Arriva a un villaggio, bussa a una porta e una bellissima ragazza viene ad aprirgli. Narada chiede dell’acqua, la ragazza lo invita a entrare e i due incominciano a parlare. Narada si innamora, sposa la ragazza e da lei ha vari figli. Passano dodici anni e un giorno sul villaggio si abbatte un terribile uragano. Il fiume straripa, le case vengono trascinate via e Narada vede scomparire nei flutti la moglie e, uno dopo l’altro, tutti i figli. Gli resta solo il più piccolo che cerca di salvare tenendolo alto sulla testa. Ma l’acqua continua a salire, a salire, gli arriva già alla gola, Narada è disperato, non sa più cosa fare e con gli occhi rivolti al cielo, implora: «Ti prego, Signore, aiutami!»
E subito, fra i tuoni e i lampi, sente una voce:
«… e il bicchier d’acqua?»

Il senso della storia è che, mandando Narada a prendergli da bere, Vishnu ha dato al suo allievo la risposta che quello cercava: il villaggio, la ragazza, la famiglia, i figli… tutto quello è maya, il mondo del divenire, del mutamento. Non è la Verità, ciò che non cambia. E l’esperienza, più di ogni spiegazione, ha fatto capire a Narada la differenza fra i due.”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

Schopenhauer, il miglior apostolo del Buddha in Europa, ma al tempo stesso anche il suo peggior allievo 

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“Insomma, se la metafisica, cioè la mistica, di Schopenhauer, guarda a Oriente, la sua filosofia pratica, cioè la sua saggezza, guarda talmente a Occidente da impedirgli una adeguata valorizzazione del lato positivo degli insegnamenti del Buddha, con cui tale saggezza in parte concorda. Questa distanza pregiudiziale dal suo Buddha appare tanto più accentuata se si considera il distacco – inconcepibile nella prospettiva orientale – che Schopenhauer pone programmaticamente fra teoria e prassi della salvezza:
«Non è necessario», scrive nel Mondo «a un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo: dire il contrario, sarebbe come sostenere che un bell’uomo debba di necessità essere un grande scultore, o che un grande scultore debba anche essere un bell’uomo».
Ma proprio questo iato, tutto moderno-occidentale, tra percorso di vita e percorso di pensiero, questo primato della teoria e della metafisica trascendentale sulla prassi esistenziale e meditativa, l’accesso speculativo, astratto, disincarnato alla spiritualità e alla salute, è l’impensabile tout court per un «buddhista». Il che vale sia per l’opera sia per la vita di Schopenhauer, almeno stando a quanto ne emerge se si sfogliano le pagine del suo diario segreto. Quello che ci parla da queste carte manoscritte non è certo un santo, e nemmeno un saggio, bensì appunto un filosofo, un metafisico, un anacoreta del pensiero puro, che identifica aristotelicamente vita felice e vita teoretica: «Volere il meno possibile e conoscere il più possibile» annota, «è la massima che ha guidato la mia vita». Ciò significa, di fatto, che la vita, la volontà, la persona, il corpo, la prassi esistenziale di Schopenhauer furono da lui ridotte al minimo indispensabile per offrire un mero punto d’appoggio all’uomo intellettuale immortale. Qui non v’è alcuna traccia di Yoga e meditazione. A dispetto del Buddhismo del suo estensore, il diario non custodisce insegnamenti del Buddha, e le massime di vita che Schopenhauer riserva, in segreto, a se stesso, sono esclusivamente finalizzate a tutelare l’esercizio di capacità intellettuali superiori a un uomo che si intese niente più che come un «monaco dello spirito», dedito a una vita puramente mentale. Ma non v’era né gioia né salute né quiete in questo monaco. Le pagine che raccolgono le sue riflessioni più intime – in cui si rispecchia la sua intera opera edita e inedita – ci consegnano la figura di un uomo melanconico, malato di solipsismo, un misantropo-misogino sdegnosamente arroccato su se stesso, che fece dello homo homini lupus, e non già del tat tvam usi, la legge della propria vita. Non vi fu estasi indofila e indologica che poté mai guarire il filosofo Schopenhauer dal suo inestirpabile pessimismo e dal suo occidentalissimo senso tragico della vita e dell’esistenza – radicati nella metafisica tragica della volontà -, che gli impedirono di indicare qualsiasi altra via di conoscenza, di trasformazione e di superamento di sé e dei mali del mondo che non consistesse esclusivamente nella loro drastica, disperata negazione.
Il fatto che personaggi del calibro di Nietzsche, von Hartmann, Scheler, Schweitzer, Jaspers, Keyserling, Mann, Hesse, Fromm debbano a Schopenhauer il proprio vivido interesse per l’India e il Buddhismo – e che ancora oggi il suo nome resti universalmente legato alla diffusione della cultura orientale in Occidente – dimostra che egli, a suo modo, fu senz’altro il miglior apostolo del Buddha in Europa. Ma al tempo stesso fu forse, anche, il suo peggior allievo. Malgré lui.”

Giovanni Gurisatti