il male del volere

0_1000ab_2e202a8c_xxl

“Il fatto che vogliamo in generale è la nostra sventura: non ha alcuna importanza che cosa vogliamo. Ma il volere (l’errore fondamentale) non può essere mai soddisfatto; per questo non cessiamo mai di volere e la vita è una miseria continua: non è per l’appunto che l’apparenza del volere, il volere oggettivato. Ci illudiamo in continuazione che l’oggetto voluto possa porre fine al nostro volere, invece non appena è raggiunto, assume solo un’altra forma ed è subito di nuovo qui: è il vero demonio, che in continuazione si fa beffe di noi sotto altre forme. I motivi che mutano con varietà infinita sono solo gli esempi dalla cui totalità dobbiamo astrarre l’essenza della nostra volontà.
Senza i motivi non si potrebbe pervenire alla conoscenza della volontà: allo stesso modo che gli occhi non vedrebbero senza lo stimolo della luce. Occhio e sole, la volontà e i suoi motivi, in breve, il mondo intero ci sono di colpo. Anzi, non sono che l’apparenza della volontà unica.
Siamo solo noi stessi a poter porre fine al nostro volere, cessando appunto di volere; questo (la liberazione dal volere) avviene tramite la conoscenza migliore.
L’amore per l’oggetto la cui oggettivazione o apparenza è il mondo, e che, in quanto errore fondamentale, è a un tempo per così dire l’origine del male e del mondo (che sono propriamente tutt’uno). Dall’ultima cosa detta risulta chiaro che è incomparabilmente più vero dire: il diavolo ha creato il mondo, che non: Dio ha creato il mondo. La coscienza migliore non appartiene appunto al mondo, ma gli è contrapposta, non lo vuole.”

Arthur Schopenhauer

desiderio e ragione

ragione-o-sentimento

“Dobbiamo smettere di pensarci a partire dall’animalità come pretende la nostra cultura quando ci definisce “animali ragionevoli”. Imprigionati da questa definizione, guardiamo le nostre passioni come gli animali guardano alla loro fame e alla loro sete, pure esigenze da soddisfare. Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.
Cos’altro significa infatti essere “ragionevoli”? Non essere ostinati, adattarsi alla realtà così com’è, controllare le emozioni profonde, guardarsi dagli amori passionali non meno che dagli odii. La ragione è misura, e chi non vi si attiene ospita quel desiderio “fuori misura”, e che lo colloca fuori dalla ragione.
Ma il desiderio rimanda alle stelle (de-sidera), allo struggimento delle passioni. In mezzo l’immenso vuoto che separa l’abisso delle passioni dall’altezza del cielo.”

Umberto Galimberti, l’ospite inquietante