dovremmo stare attenti a non fare dell’intelletto il nostro dio

picture-1

“Noi dovremmo stare attenti a non fare dell’intelletto il nostro dio. Esso ha, naturalmente, muscoli possenti, ma non è dotato di alcuna personalità. Non può guidare, può solo servire; e non è esigente nella sua scelta di un capo. Questa caratteristica si riflette nella qualità dei suoi sacerdoti, gli intellettuali. L’intelletto ha la vista lunga in fatto di metodi e strumenti, ma è cieco rispetto ai fini e ai valori.

I nostri antenati ebrei, i profeti e gli antichi saggi cinesi compresero e proclamarono che il fattore più importante nel dare forma alla nostra esistenza umana e individuare e fissare una meta; e la meta è una società di esseri umani liberi e felici che si prodighino con costante sforzo interiore per liberarsi dal retaggio degli istinti antisociali e distruttivi.
È in questo sforzo che l’intelletto può offrire l’aiuto più potente. I frutti dello sforzo intellettivo, insieme allo sforzarsi in sé, in cooperazione con l’attività creativa dell’artista, danno contenuto e senso alla vita.”

Albert Einstein, “Il fine dell’esistenza umana”.

Annunci

i prigionieri

shawshankredemption

“Una mattina i prigionieri entrarono nel cortile di lavoro: il guardiano non c’era. Alcuni di loro andarono subito al lavoro, com’era loro abitudine, altri se ne stavano oziosi e guardavano caparbiamente intorno.

Allora si fece avanti uno e disse ad alta voce: “Lavorate quanto volete o non fate niente: non importa. I vostri complotti segreti sono venuti alla luce, il guardiano della prigione vi ha di recente spiati e nei prossimi giorni pronuncerà su di voi un terribile giudizio. Lo conoscete, egli è duro e di animo vendicativo. Ora però fate attenzione: voi mi avete finora conosciuto male: io non sono quel che sembro, ma molto di più: io sono il figlio del guardiano e posso tutto presso di lui. Io posso salvarvi, io voglio salvarvi; ma, beninteso, solo quelli di voi che credono che io sono il figlio del guardiano; che gli altri raccolgano i frutti della loro incredulità”.

“Ebbene,” disse dopo un breve silenzio, un prigioniero piuttosto anziano, “che cosa può importarti se ti crediamo o se non ti crediamo? Se sei veramente il figlio e puoi ciò che dici, metti una buona parola per noi tutti: sarebbe realmente assai buono da parte tua. Ma lascia stare il discorso del credere e del non credere!”.

“E” intervenne a dire un uomo più giovane “del resto io non gli credo: egli si è solo messo qualcosa in testa. Scommetto che fra otto giorni ci troveremo ancora esattamente così qui come oggi, e che il guardiano non sa nulla”.

“E se ha saputo qualcosa, non lo sa più,”disse l’ultimo dei prigionieri, che scendeva solo ora nel cortile “il guardiano è or ora morto improvvisamente”.

“Olà!” gridarono parecchi tutti insieme “olà! Signor figlio, signor figlio, come la mettiamo con l’eredità? Siamo forse ora tuoi prigionieri?”

“Ve l’ho detto,” replicò dolcemente l’interrogato “libererò tutti quelli che credono in me, così certamente come è certo che mio padre vive ancora”.

I prigionieri non risero, ma si strinsero nelle spalle e lo lasciarono.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

nessuna risposta

silence

“Quando pongo le domande fondamentali davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta.

Ma è un “nessuna risposta” di tipo speciale. Non è la porta sprangata. Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda. Come a dire: «Zitto, bimbo; tu non capisci».

Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta. Quante ore ci sono in un metro? Giallo è quadrato o rotondo? È probabile che buona parte dei nostri interrogativi – buona parte delle nostre grandi questioni teologiche e metafisiche – siano domande di questo genere”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

quel terribile ossimoro che è un “animale spirituale”

356995_1_f

“A volte, Signore, viene la tentazione di dire che se tu ci volevi come i gigli della campagna avresti potuto darci un’organizzazione più simile alla loro. Ma proprio qui, immagino, sta il tuo grande esperimento. Anzi, no: non un esperimento, perché tu non hai bisogno di scoprire nulla.

Meglio dire: la tua grande impresa. Fare un organismo che sia anche uno spirito; fare quel terribile ossimoro che è un “animale spirituale”.

Prendere un povero primate, una bestia coperta di terminazioni nervose, una creatura con uno stomaco che vuole essere riempito, un animale riproduttivo che ha bisogno di un compagno, e dire:
«Avanti, forza! Diventa un dio».”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

libero e sovrano, artefice di te stesso

david-hand-760x970

“Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quei posti, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi.
La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di la meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerati nelle cose superiori che sono divine.”

Giovanni Pico della Mirandola, “Oratio de hominis dignitate”.

la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici

664208338-arma-tradizionale-industria-degli-armamenti-metter-giu-arco-e-freccia

“La libertà di pensiero si spinge fino a questo punto, ossia fino al centro del pensiero stesso, a maggior ragione essa opera nei confronti dei grandi problemi metafisici, come quello dell’eternità o non eternità dell’universo, quello della mortalità o immortalità dell’anima e quello sull’esistenza o meno di un Assoluto.

Su questo argomento il Buddha ebbe un colloquio assai significativo e chiarificatore con un suo discepolo, Malunkyaputta. Alla fine del colloquio, il Buddha cercò di spiegarsi ricorrendo a un’analogia: chi si pone problemi di questo tipo assomiglia a un uomo ferito da una freccia il quale, prima di farsela togliere, esige di sapere a che classe appartenga chi l’ha colpito, quale sia il suo nome, la sua statura, la sua carnagione, da quale villaggio provenga, quale tipo di arco, di corda e di frecce ha usato. Ovviamente il malcapitato morirebbe dissanguato prima di avere avuto risposta anche a uno solo di questi interrogativi.
Parimenti, conclude il Buddha, la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici: qualsiasi sia la posizione che si assume nei riguardi di essi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, la morte, la sofferenza, «di cui già in questa vita io insegno a realizzare la fine».”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

se un Dio ha creato il mondo, egli ha creato l’uomo come scimmia di Dio

proboscis-monkey-imagur

“Ci dovrebbero essere creature dotate di spirito più di quanto non siano gli uomini, anche solo per gustare a fondo l’umorismo insito nel fatto che l’uomo si considera lo scopo dell’intera esistenza del mondo, e l’umanità è veramente soddisfatta solo se può assegnarsi una missione mondiale. Se un Dio ha creato il mondo, egli ha creato l’uomo come scimmia di Dio, come continuo motivo di divertimento nelle sue troppo lunghe eternità. La musica delle sfere tutt’intorno alla terra sarebbe allora la risata di scherno di tutte le altre creature intorno all’uomo. Quell’annoiato immortale solletica con il dolore il suo animale preferito, per gioire dei gesti tragici e orgogliosi, delle interpretazioni delle sue sofferenze e soprattutto dell’inventiva spirituale della più vana creatura – come inventore di questo inventore. Giacché chi per divertimento ideò l’uomo ebbe più spirito dell’uomo, e anche più diletto per lo spirito.
Anche qui, dove la nostra umanità vuole per una volta umiliarsi volontariamente, la vanità ci giuoca un tiro, in quanto noi uomini vorremmo essere, almeno in questa vanità, qualcosa di affatto incomparabile e meraviglioso. La nostra unicità nell’universo! ohimè, è una cosa fin troppo inverosimile! Gli astronomi, a cui tocca talvolta realmente di scrutare un orizzonte staccato dalla terra, fanno capire che la goccia di vita che è nel mondo è senza importanza per il carattere totale del mostruoso oceano di divenire e trapassare: che un numero indeterminato di astri presentano condizioni simili a quelle della terra per la produzione della vita, moltissimi cioè, e però sempre un gruppo ristretto in confronto agli infiniti altri che non hanno mai avuto la vivente eruzione che ne sono da lungo tempo guariti; che la vita su ognuno di questi astri, misurata sulla durata della sua esistenza, è stata un attimo, una vampata, con lunghi, lunghi spazi di tempo dietro di sé, e dunque in nessun modo la meta e lo scopo ultimo della sua esistenza.
Forse la formica nel bosco immagina altrettanto fortemente di essere meta e scopo dell’esistenza del bosco, come facciamo noi quando alla fine dell’umanità, nella nostra fantasia, ricolleghiamo quasi involontariamente la fine della terra: anzi siamo ancora modesti quando ci fermiamo a ciò e non organizziamo, per i funerali dell’ultimo uomo, un crepuscolo universale del mondo e degli dèi. Anche l’astronomo più spregiudicato quasi non può immaginare la terra senza vita altro che come lo splendente e fluttuante tumulo dell’umanità.”

Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano