bisognerebbe leggere i libri che ci fanno male

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“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso.
Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno dei libri che abbiano su di noi l’effetto di una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno cui volevamo bene più che a noi stessi, come se venissimo cacciati nei boschi, lontano da tutti, come un suicidio, un libro deve essere l’ascia che rompe il mare ghiacciato dentro di noi. Questo credo.”

Franz Kafka, “Lettera a Oskar Pollak”.

il nirvana

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“La dottrina buddhista tratta sempre la vita, nello stadio dell’esistenza umana, come uno stato di sofferenza e sventura, considerandola un susseguirsi di prove dolorose, derivanti dai suoi cambiamenti, ai quali non è possibile sfuggire in altro modo che ottenendo lo stato immutabile del nirvana. Alla vita viene applicata ogni espressione che indichi illusione, inganno e dolore; e gli epiteti contrari di pace imperturbata, riposo e profonda tranquillità sono attribuiti all’ambito premio del nirvana; espressioni che arrivano persino a chiamarlo non-esistenza. Il nirvana è definito come qualcosa di simile al recupero della salute dopo una malattia, in cui, se se ne chiedesse il significato all’essere che ne beneficia, egli potrebbe solo dire che è la cessazione del dolore e l’ottenimento del piacere, ricavato anche dal contrasto. ”

Upham, Doctrine of Buddhism

la filosofia è la preparazione alla morte

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“Una vita individuale ha ottenuto il suo pieno risultato quando l’uomo se ne separa senza più nutrire il desiderio di essa e delle sue gioie, quando cioè è guarito dalla smania che inizialmente gli si era rivelata come vita; ogni altra cosa gli è indifferente e può avere un valore subordinato soltanto come causa sufficiente: trattasi dei suoi destini e delle sue azioni.
È attraverso il dolore che l’uomo viene nobilitato e infine santificato, cioè liberato dalla volontà di vita. Il timore reverenziale suscitato in noi da un grande dolore è ancora più intenso nei confronti di un defunto: ogni morte è una sorta di apoteosi o di canonizzazione, e persino la salma dell’uomo più comune suscita in noi tale timore reverenziale.
Occorre dunque considerare la morte come il principale scopo morale della vita, e in tale attimo si ottiene di più che in tutti gli anni che si sono vissuti e che ne sono stati solo la preparazione e il praeludium. La morte è il résumé della vita, la sua somma complessiva, che in un’unica proposizione esprime tutto ciò che la vita ha insegnato volta per volta e a piccoli passi: la volontà di vita, cioè tutta la tensione di cui la vita è l’apparenza, è vana, futile e contraddittoria, e da essa ci si redime soltanto tornandone indietro. Perciò il Socrate platonico definì la filosofia “preparazione alla morte”.”

Arthur Schopenhauer

siamo spettatori del nostro stesso recitare

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“Anche nel dolore più profondo, l’attore non può alla fine smettere di pensare all’impressione prodotta dalla sua persona e all’effetto scenico complessivo, per esempio persino ai funerali del suo bambino; piangerà sul proprio dolore e sulle sue manifestazioni come spettatore di se stesso.”

Friedrich Nietzsche

l’eterno ritorno

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“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”

Nietzsche

insegna di più la sofferenza che l’allegria

saggio

“Chi sa quel che è meglio per l’uomo? La sua vita ha i giorni contati, passa come un soffio, come l’ombra. Chi può dire che cosa succederà nel mondo dopo di noi? Meglio visitare una casa in lutto che una casa in festa. Davanti a un morto ricordo la fine, quella che tocca a tutti. Insegna più la sofferenza che l’allegria perché vedere un volto triste fa riflettere”.

Salomone