il peggiore dei mali

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“Pandora portò il vaso coi mali e lo aprì. Era il dono degli dèi agli uomini, un dono di fuori bello e seducente, chiamato «vaso della felicità». Subito tutti i mali, esseri vivi e alati, volarono fuori: da allora girano per il mondo e arrecano danno agli uomini di giorno e di notte. Un unico male non era ancora guizzato fuori dal vaso: allora Pandora riabbassò per volontà di Giove il coperchio, e così esso vi rimase dentro.

Ora l’uomo ha in casa per sempre il vaso della felicità e crede mirabilia del gran tesoro che in esso possiede: esso è a sua disposizione, egli lo prende, quando gliene viene voglia; poiché non sa che quel vaso che Pandora portò era il vaso dei mali, e tiene il male rimasto lì dentro per il più gran bene di felicità – esso è la speranza.

Giove volle cioè che l’uomo, per quanto tormentato dagli altri mali, tuttavia non gettasse via la vita, e continuasse invece a farsi tormentare sempre di nuovo. Perciò egli dà agli uomini la speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

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assaporare la meraviglia di essere un corpo vivente

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“Io penso però che dovremmo andare oltre i concetti, oltre la dimensione mentale. Dovremmo entrare veramente in contatto con la realtà, con il mistero contenuto nella natura e dentro di noi. L’arte ci può essere di grande aiuto al riguardo perché risveglia in noi il senso della meraviglia. Quale meraviglia? Quella che nasce constatando che il mondo è dotato di organizzazione e bellezza. Solo da organizzazione e bellezza infatti possono nascere fenomeni così complessi come la nostra vita e la nostra intelligenza, e l’arte è corona e celebrazione di tutto questo.

So bene che la vita e l’intelligenza non nascono e non sussistono senza dolore, tutto ciò che vive è impastato di dolore: ma l’arte è celebrazione anche di questo dolore. Anzi, senza la sofferenza la vera arte non nasce. È vero: i nostri corpi sono segnati dalla vita, lo saranno sempre più fino a esserne consumati, la vita preme e spreme, passa su di noi, ci segna, ci fende, ci solca, ci ferisce.

E tuttavia assaporare la meraviglia di essere un corpo vivente, giungere alla libera consapevolezza di ciò, e generare bellezza dentro e fuori di noi in accordo con la legge cosmica dell’armonia, è un’esperienza per la quale vale la pena essere. E Il sale della vita. E il sigillo dell’essere umani.”

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.

effimero stordimento contro il dolore insensato della vita

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“Che è la concentrazione? Che l’abbandono del corpo? Che cos’è il digiuno? la sospensione del respiro?

Tutto questo è fuga di fronte all’Io, breve pausa nel tormento di essere Io, è un effimero stordimento contro il dolore insensato della vita. La stessa evasione, lo stesso effimero stordimento prova il bovaro all’osteria, quando si tracanna alcuni bicchieri di acquavite o di latte di cocco fermentato. Allora egli non sente più il proprio Io, allora non sente più le pene della vita, allora prova un effimero stordimento. E prova lo stesso, sonnecchiando sul suo bicchiere di acqua-vite, che provano Siddharta e Govinda, quando riescono a sfuggire, grazie a lunghi esercizi, dai loro corpi, e a indugiare nel non-Io.

Così è, o Govinda.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

bisognerebbe leggere i libri che ci fanno male

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“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso.
Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno dei libri che abbiano su di noi l’effetto di una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno cui volevamo bene più che a noi stessi, come se venissimo cacciati nei boschi, lontano da tutti, come un suicidio, un libro deve essere l’ascia che rompe il mare ghiacciato dentro di noi. Questo credo.”

Franz Kafka, “Lettera a Oskar Pollak”.

il nirvana

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“La dottrina buddhista tratta sempre la vita, nello stadio dell’esistenza umana, come uno stato di sofferenza e sventura, considerandola un susseguirsi di prove dolorose, derivanti dai suoi cambiamenti, ai quali non è possibile sfuggire in altro modo che ottenendo lo stato immutabile del nirvana. Alla vita viene applicata ogni espressione che indichi illusione, inganno e dolore; e gli epiteti contrari di pace imperturbata, riposo e profonda tranquillità sono attribuiti all’ambito premio del nirvana; espressioni che arrivano persino a chiamarlo non-esistenza. Il nirvana è definito come qualcosa di simile al recupero della salute dopo una malattia, in cui, se se ne chiedesse il significato all’essere che ne beneficia, egli potrebbe solo dire che è la cessazione del dolore e l’ottenimento del piacere, ricavato anche dal contrasto. ”

Upham, Doctrine of Buddhism

la filosofia è la preparazione alla morte

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“Una vita individuale ha ottenuto il suo pieno risultato quando l’uomo se ne separa senza più nutrire il desiderio di essa e delle sue gioie, quando cioè è guarito dalla smania che inizialmente gli si era rivelata come vita; ogni altra cosa gli è indifferente e può avere un valore subordinato soltanto come causa sufficiente: trattasi dei suoi destini e delle sue azioni.
È attraverso il dolore che l’uomo viene nobilitato e infine santificato, cioè liberato dalla volontà di vita. Il timore reverenziale suscitato in noi da un grande dolore è ancora più intenso nei confronti di un defunto: ogni morte è una sorta di apoteosi o di canonizzazione, e persino la salma dell’uomo più comune suscita in noi tale timore reverenziale.
Occorre dunque considerare la morte come il principale scopo morale della vita, e in tale attimo si ottiene di più che in tutti gli anni che si sono vissuti e che ne sono stati solo la preparazione e il praeludium. La morte è il résumé della vita, la sua somma complessiva, che in un’unica proposizione esprime tutto ciò che la vita ha insegnato volta per volta e a piccoli passi: la volontà di vita, cioè tutta la tensione di cui la vita è l’apparenza, è vana, futile e contraddittoria, e da essa ci si redime soltanto tornandone indietro. Perciò il Socrate platonico definì la filosofia “preparazione alla morte”.”

Arthur Schopenhauer

siamo spettatori del nostro stesso recitare

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“Anche nel dolore più profondo, l’attore non può alla fine smettere di pensare all’impressione prodotta dalla sua persona e all’effetto scenico complessivo, per esempio persino ai funerali del suo bambino; piangerà sul proprio dolore e sulle sue manifestazioni come spettatore di se stesso.”

Friedrich Nietzsche