siamo ciò che avevamo finto di essere

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“L’ipocrita che rappresenta sempre la stessa parte, cessa alla fine di essere ipocrita; per esempio i preti, che da uomini giovani sono spesso consciamente o inconsciamente ipocriti, divengono alla fine naturali e allora sono veramente, senza alcuna affettazione, appunto preti; oppure se non ci arriva il padre, ci arriva magari il figlio, che sfrutta il vantaggio del padre, eredita la sua assuefazione. Se uno vuole per molto tempo e ostinatamente sembrare qualcosa, alla fine gli diventa difficile essere qualcos’altro. La professione di quasi ogni uomo, persino dell’artista, comincia con l’ipocrisia, con un imitare dall’esterno, con un copiare ciò che è di effetto. Colui che porta sempre la maschera di espressioni amichevoli, deve acquistare alla fine un potere sulle disposizioni benevole, senza il quale non si può ottenere l’espressione della cordialità – e a loro volta queste finiscono con l’acquistare potere su di lui, egli è benevolo.”

Nietzsche

il peso della continua osservazione di se stessi

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“Questa è una materia non trascurabile di inquietudini, se tu ti affatichi a darti una posa e non ti mostri a nessuno nella tua schiettezza, così come fanno molti, la cui vita è finta e costruita per l’esibizione; infatti è fonte di tormento la continua osservazione di se stessi, e alimenta il timore di essere scoperti diversi da come si è soliti presentarsi. Né mai ci liberiamo dall’ansietà, se pensiamo di essere giudicati ogni volta che siamo guardati; infatti, da una parte accadono molte cose che contro la nostra volontà ci mettono a nudo, dall’altra, per quanto abbia successo tanta cura di sé, tuttavia non è piacevole o sicura una vita che si nasconde sempre sotto la maschera.”

Seneca