il rifugio in se stessi

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“«Tu sei come me, sei diversa dalla maggior parte delle altre persone. Tu sei Kamala, e nient’altro, e in te c’è un silenzio, un riparo nel quale puoi rifugiarti in ogni momento e rimanervi a tuo agio; anche a me succede così. Ma poche persone posseggono questa dote, sebbene tutti potrebbero averla»

«Non tutti gli uomini sono intelligenti» disse Kamala.

«No,» disse Siddharta, «non si tratta di questo. Kamaswami è tanto intelligente quanto lo son io, eppure non ha alcun rifugio in se stesso. Altri lo posseggono, eppure in quanto a ragione sono bambini.
La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo.
Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.»”

Herman Hesse, “Siddharta”.

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il suicidio come vittoria della ragione

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“Prescindendo dalle istanze che la religione pone, si può ben chiedere: perché dovrebbe essere più lodevole per un uomo invecchiato, che sente il declino delle proprie forze, attendere la propria lenta consunzione e il disfacimento, che non porre termine in piena coscienza alla propria vita?
In questo caso il suicidio è un’azione del tutto naturale e a portata di mano, che, come vittoria della ragione, dovrebbe giustamente suscitare rispetto: e lo ha anche suscitato, in quei tempi in cui i capi della filosofia greca e i più forti patrioti romani solevano morire dandosi la morte da sé.

Al contrario la brama di continuare a trascinarsi di giorno in giorno, fra angosciose consultazioni mediche e in penosissime condizioni di vita, di giungere, senza forze, ancor più vicino al termine della propria vita, è molto meno rispettabile.

Le religioni sono ricche di scappatoie contro l’istanza del suicidio. Con esse si ingraziano coloro che sono innamorati della vita.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

senza paura di contraddirsi

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“Uno dei timori che ci allontana dalla fiducia in noi stessi è la nostra coerenza: ci trattiene il rispetto per le azioni fatte e le parole dette, dato che gli occhi altrui non hanno altri elementi per calcolare la nostra orbita se non le nostre passate azioni, e noi siamo riluttanti a deluderli.

Ma perché continuare a tenere la testa dietro le spalle? Perché trascinarti dietro il cadavere della memoria, per paura di contraddire quel che hai detto e fatto in questo o quel luogo pubblico? Supponiamo che ti contraddica; e con questo?

A me sembra buona norma di saggezza quella di non contare esclusivamente sulla sola memoria e di farne poco, anzi, anche in atti di pura memoria; e allora trascina in giudizio quel passato in un presente dai mille occhi, vivi in un giorno sempre nuovo!”

Ralf Emerson, “La fiducia in se stessi”.

bisognerebbe leggere i libri che ci fanno male

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“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso.
Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno dei libri che abbiano su di noi l’effetto di una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno cui volevamo bene più che a noi stessi, come se venissimo cacciati nei boschi, lontano da tutti, come un suicidio, un libro deve essere l’ascia che rompe il mare ghiacciato dentro di noi. Questo credo.”

Franz Kafka, “Lettera a Oskar Pollak”.

la costanza e la perseveranza nella vita

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“L’ordinamento sistematico, secondo il tempo e secondo la forma, delle nostre attività subordinate, ha anche altri vantaggi notevoli che val pure la pena di ricordare. Esso rende infatti possibile un lavoro molto più intenso e fecondo; che l’attività saltuaria e disordinata: le grandi opere sono compiute dal lavoro paziente e perseverante, non dagli sforzi tumultuari e temporanei a cui succedono inevitabilmente periodi di depressione e d’inerzia. In secondo luogo rende possibile l’utilizzazione perfetta del tempo che si perde spesso cosi scioccamente e che non manca mai a chi sa metterlo a profitto: quando ogni giorno ed ogni parte del giorno ha il suo compito assegnato, non vi è più luogo ad esitazioni, a pigre incertezze: tutto è fatto a suo tempo ed è fatto a fondo come esige l’ordine prefisso.
Infine la vita ordinata e sistematica, imponendo ad ogni ora il suo compito, ci salva dal pericolo delle fantasticherie vane in cui si disperdono spesso inutilmente il tempo e l’energia interiore; ci tien lontani dai lavori oziosi, nei quali ci illudiamo di essere attivi, mentre in realtà cerchiamo solo in essi il mezzo di sfuggire ad occupazioni più necessarie, ma più penose; e ci sostiene infine nelle ore di avvilimento e di tristezza, in cui unico rimedio è l’abitudine del lavoro perseverante e regolare.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

l’animo libero

Encuentra tu propio camino

“È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità, perché sono dubbi relativi ad argomenti controversi. Ora ascoltate, non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, né solo dalla logica e dall’inferenza, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere della speculazione, né dalla verosimiglianza, né dal rispetto per il vostro maestro.
Ma quando capite da soli che certe cose sono non salutari, sbagliate e cattive, allora abbandonatele, e quando capite da soli che certe cose sono salutari e buone, allora accettatele e seguitele.”

Buddha, “Il discorso a Kalama”.

come fare acquistare forza a un buon proposito

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“Naturalmente la ripetizione quotidiana non deve essere una stanca ed affrettata ripetizione meccanica di parole. Le parole sono soltanto dei segni astratti e morti, che non hanno alcuna ripercussione sulla vita interiore; esse debbono servire alla rievocazione delle immagini, che sole hanno reale efficacia; ma se la rievocazione non ha luogo, non giovano a nulla. Non bisogna quindi appagarsi di una ripetizione verbale: bisogna arrestarsi ad ogni massima, commentare mentalmente ogni parola, cercando di richiamare con tutta la vivezza possibile le immagini che essa suggerisce.

È un precetto che ci impone di essere forti dinanzi al dolore? Bisogna rievocare in noi il ricordo dei momenti dolorosi in cui abbiamo trovato la forza di resistere, assaporare la soddisfazione profonda che questa superiorità ci ha procurato, richiamare la visione degli esempi di vigore d’animo che ci hanno riempito il cuore di ammirazione e di invidia: quale forza non acquisterà in noi questo proposito quando venga così costantemente per un lungo tempo esercitato e tenuto presente, come una suggestione efficace, allo spirito!

A questa meditazione dei principi i moralisti antichi consigliano di aggiungere l’esercizio, vale a dire di farne mentalmente l’applicazione ai casi immaginati o reali della vita. Epitteto, specialmente, nei Discorsi, ce ne offre eccellenti esempi. Quando ci siamo proposti una norma di vita, noi dobbiamo considerarne le possibili applicazioni e chiederci: Che cosa farei in questa circostanza? Quale dovrebbe essere la mia condotta, se dovessi cadere in povertà? Se una malattia mi colpisse? Avrei l’energia di dirigere i miei atti secondo le norme che con tanta saggezza ho stabilito? E più efficace ancora sarà l’applicazione ai casi reali, la comparazione tra la nostra condotta e il nostro ideale, l’esame di coscienza fatto giorno per giorno nella quiete della propria stanza, alla sera quando tacciono attorno a noi le agitazioni del mondo e più viva risuona nell’anima la voce del nostro giudice interiore, piena di profondi avvertimenti e di salutari ammonizioni.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.