il bisogno umano di cause per non brancolare nel buio

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“Fin dai suoi primordi l’umanità si è difesa dall’angoscia dell’imprevedibile andando affannosamente alla ricerca di nessi di causalità che consentissero, in presenza di un evento, di reperirne la causa. Quando la causa non era reperibile su questa terra, la si cercava in cielo, nell’intervento di Dio. Da qui sono nate le religioni, che rispondono al bisogno irrinunciabile di rintracciare nessi di causalità per non brancolare nel buio e nell’indecifrabile di fronte agli eventi incomprensibili della terra.”

Galimberti Umberto. L’ospite inquietante.

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l’uomo di oggi: animale sociale-individualista

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“Come dice bene Aristotele: “l’uomo non basta a se stesso ha bisogno degli altri”, donde quella definizione: animale sociale, zoòn politikòn.  Il problema è che la nozione di individuo è una nozione cristiana, perché il primato dell’individuo è stato introdotto dal cristianesimo con la nozione di anima, la cosa più importante è salvare l’anima, ecco qui dove nasce l’individuo. Per il mondo greco l’individuo aveva senso all’interno della città, il primato era della città, della società, e non dell’individuo. Con il cristianesimo si capovolge il rapporto, primato dell’individuo, tant’è che a partire da Agostino, dal momento che la cosa importante è salvare l’anima, l’anima la si salva individualmente, allo Stato viene conferito solamente il compito di togliere gli ostacoli che si dovessero frapporre alla salvezza dell’anima e non la realizzazione del bene comune come invece era per i greci. Questo capovolgimento fa si che oggi la chiesa si lamenti dell’eccessivo individualismo, dell’egoismo, ma la nozione di individuo nasce proprio all’interno del cristianesimo con la nozione di anima e quindi è responsabile delle conseguenze.”

Umberto Galimberti

la buona realizzazione del tuo demone

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“La felicità è l’autorealizzazione di se medesimi, di se stessi, e questa è una definizione di Aristotele il quale ritiene che ogni uomo sia fornito di una vocazione, di una inclinazione, che lui chiama daimon, ciascuno ha il suo demone, il musicista, l’artista, il filosofo, l’uomo che lavora manualmente, e la felicità in greco si dice eudaimonia: “la buona realizzazione del tuo demone”. Questa è la definizione di felicità di Aristotele e io sto a questa definizione, l’autorealizzazione, uno se si autorealizza, se fa ciò per cui è chiamato o che è evocato, appunto, è felice.”

Umberto Galimberti

intelligenza emotiva

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“Poi si cresce, e nell’educazione della prima infanzia vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e un’educazione intellettuale, ma non un’educazione emotiva, che e poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure. Tutte queste cose il bambino le organizza da sé come può e soprattutto con gli strumenti che non ha.
Tra una palestra e un corso di nuoto perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po’ imbrogliata perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte il proprio fianco nei primi movimenti un po’ impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell’intelligenza, ma quanta cura dell’anima?
Qui gli adulti annaspano un po’. E veicolano l’amore attraverso le cose che in abbondanza acquistano per soddisfare quei desideri infantili che vanno a occupare il vuoto di comunicazione, che già manifesta i suoi primi segni nella svogliatezza, nell’indolenza, nella pigrizia, nella ribellione e, nei casi più gravi e anche se meno eclatanti, nella rassegnazione depressiva.”

Umberto Galimberti, l’ospite inquietante

desiderio e ragione

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“Dobbiamo smettere di pensarci a partire dall’animalità come pretende la nostra cultura quando ci definisce “animali ragionevoli”. Imprigionati da questa definizione, guardiamo le nostre passioni come gli animali guardano alla loro fame e alla loro sete, pure esigenze da soddisfare. Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.
Cos’altro significa infatti essere “ragionevoli”? Non essere ostinati, adattarsi alla realtà così com’è, controllare le emozioni profonde, guardarsi dagli amori passionali non meno che dagli odii. La ragione è misura, e chi non vi si attiene ospita quel desiderio “fuori misura”, e che lo colloca fuori dalla ragione.
Ma il desiderio rimanda alle stelle (de-sidera), allo struggimento delle passioni. In mezzo l’immenso vuoto che separa l’abisso delle passioni dall’altezza del cielo.”

Umberto Galimberti, l’ospite inquietante