il sacrificio è l’amore di una parte di sé 

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“La ragazza che ama desidera poter vagliare nell’infedeltà dell’amato la devota fedeltà del suo amore. Il soldato desidera cadere sul campo di battaglia per la sua patria vittoriosa: poiché nella vittoria della sua patria vincono insieme i suoi più alti desideri. La madre dà al figlio ciò che toglie a se stessa, il sonno, il miglior cibo, e in certi casi la salute e gli averi.

Ma sono, tutti questi, stati altruistici? Non è evidente che in tutti questi casi l’uomo ama qualcosa di Sé, un pensiero, un’aspirazione, una creatura, più di qualche altra cosa di sé, che egli, cioè, scinde il suo essere e ne sacrifica una parte all’altra? Avviene forse qualcosa di essenzialmente diverso, quando un caparbio dice: «Preferisco farmi ammazzare che spostarmi d’un passo davanti a quest’uomo»? In tutti i casi detti esiste l’inclinazione verso qualche cosa (desiderio, istinto, aspirazione); assecondarla, con tutte le conseguenze, non è, in ogni caso, «altruistico».
Nella morale l’uomo tratta se stesso non come individuum, ma come dividuum.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

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se la maternità è l’incarnazione del sacrificio

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“Quando ebbe constatato di aver perso ogni cosa, cercò il colpevole. Colpevoli erano tutti: colpevole era il primo marito, virile e non amato, che non le aveva dato ascolto quando lei gli sussurrava all’orecchio di stare attento. Colpevole era il secondo marito, non virile e amato, che l’aveva trascinata via da Praga in una cittadina di provincia e correva dietro a tutte le donne, tenendola in un continuo stato di gelosia.

Contro due mariti lei era impotente. L’unica persona che le appartenesse e non potesse sfuggirle, l’ostaggio che poteva pagare per tutti gli altri, era sua figlia Tereza.

Del resto, forse era davvero proprio lei la colpevole del destino della madre. Lei, l’assurdo incontro dello sperma del virile degli uomini con l’ovulo della più bella delle donne. In quel fatale istante che rispondeva al nome di Tereza aveva preso il via la maratona della sua vita rovinata.

La madre le spiegava continuamente che essere madre significava sacrificare ogni cosa. Le sue parole suonavano convincenti perché dietro c’era l’esperienza di una donna che aveva perso ogni cosa a causa della figli Tereza ascolta e crede che il valore supremo della vita sia la maternità, e che la maternità sia un grosso sacrificio. E se la maternità è l’incarnazione del Sacrificio, allora il destino di figlia è la Colpa che non si potrà mai espiare.”

Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

qual padre ha potuto proteggere il proprio figlio dalla necessità di vivere egli stesso la sua vita

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“Siddharta guardava a terra, colpito.
Chiese a bassa voce: « Che cosa dovrei fare con il mio figlio, secondo te? ».
Vasudeva parlò: « Riportalo in città, riportalo nella casa di sua madre: là ci saranno ancora servitori, affidalo a loro. E se non ce ne saranno più portalo a un maestro, non tanto perché studi, ma perché si trovi con altri ragazzi e ragazze, ed entri nel mondo che è suo. Non ci hai mai pensato? ».
« Tu vedi dentro il mio cuore » disse Siddharta con tristezza. « Ci ho pensato spesso. Ma vedi, come posso affidarlo a quel mondo, lui, che è tutt’altro che un cuore mite? Non mi diventerà protervo, non si perderà nei piaceri e nel gusto della potenza, non ripeterà tutti gli errori di suo padre, non correrà forse il rischio di perdersi irrimediabilmente nella samsara? ».

Il sorriso del barcaiolo si fece luminoso; egli toccò con dolcezza il braccio di Siddharta, e disse: « Ma su questo interroga il fiume, amico! Ascolta come ne ride! Dunque, tu credi proprio d’aver commesso le tue follie per risparmiarle a tuo figlio? E puoi forse proteggere tuo figlio dalla samsara? In che modo? Con la dottrina, con la preghiera, con le esortazioni? Caro mio, hai dunque interamente dimenticato quella storia, quella istruttiva storia di Siddharta, il figlio del Brahmino, che tu mi raccontasti proprio qui, in questo stesso posto? Chi ha protetto il Samana Siddharta dalla samsara, dal peccato, dall’avidità, dalla stoltezza? Forse l’hanno potuto proteggere la compunzione di suo padre, le esortazioni dei suoi maestri, la sua stessa dottrina, la sua stessa ansia di ricerca? Qual padre, qual maestro ha potuto proteggerlo da questa necessità di vivere egli stesso la sua vita, di caricarsi egli stesso la sua parte di colpe, di bere egli stesso l’amaro calice, di trovare egli stesso la sua via? Credi dunque, amico, che questa via qualcuno se la possa risparmiare? Forse il tuo figlioletto, perché tu gli vuoi bene, perché tu vorresti risparmiargli sofferenze, dolore, delusione? Ma anche se tu morissi per lui dieci volte, non potresti sollevarlo della più piccola particella del suo destino ».”

Herman Hesse, “Siddharta”.

cercare di scorgere la propria anima nello specchio

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“Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto.
Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l’estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l’espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.”

Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

intelligenza emotiva

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“Poi si cresce, e nell’educazione della prima infanzia vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e un’educazione intellettuale, ma non un’educazione emotiva, che e poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure. Tutte queste cose il bambino le organizza da sé come può e soprattutto con gli strumenti che non ha.
Tra una palestra e un corso di nuoto perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po’ imbrogliata perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte il proprio fianco nei primi movimenti un po’ impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell’intelligenza, ma quanta cura dell’anima?
Qui gli adulti annaspano un po’. E veicolano l’amore attraverso le cose che in abbondanza acquistano per soddisfare quei desideri infantili che vanno a occupare il vuoto di comunicazione, che già manifesta i suoi primi segni nella svogliatezza, nell’indolenza, nella pigrizia, nella ribellione e, nei casi più gravi e anche se meno eclatanti, nella rassegnazione depressiva.”

Umberto Galimberti, l’ospite inquietante