puerile travaglio quotidiano

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“A volte percepiva, nella profondità dell’anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch’egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch’erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo.

Come un giocoliere coi suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell’essere suo egli non era presente a queste cose.

E qualche volta egli rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

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il sacrificio è l’amore di una parte di sé 

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“La ragazza che ama desidera poter vagliare nell’infedeltà dell’amato la devota fedeltà del suo amore. Il soldato desidera cadere sul campo di battaglia per la sua patria vittoriosa: poiché nella vittoria della sua patria vincono insieme i suoi più alti desideri. La madre dà al figlio ciò che toglie a se stessa, il sonno, il miglior cibo, e in certi casi la salute e gli averi.

Ma sono, tutti questi, stati altruistici? Non è evidente che in tutti questi casi l’uomo ama qualcosa di Sé, un pensiero, un’aspirazione, una creatura, più di qualche altra cosa di sé, che egli, cioè, scinde il suo essere e ne sacrifica una parte all’altra? Avviene forse qualcosa di essenzialmente diverso, quando un caparbio dice: «Preferisco farmi ammazzare che spostarmi d’un passo davanti a quest’uomo»? In tutti i casi detti esiste l’inclinazione verso qualche cosa (desiderio, istinto, aspirazione); assecondarla, con tutte le conseguenze, non è, in ogni caso, «altruistico».
Nella morale l’uomo tratta se stesso non come individuum, ma come dividuum.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

le convinzioni

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“Avere delle opinioni è inevitabile, è normale; avere delle convinzioni lo è di meno.
Ogni volta che incontro qualcuno che ne possiede mi chiedo quale vizio del suo spirito, quale insania gliele abbia fatte acquisire.

Per quanto legittima sia questa domanda, l’abitudine che ho di farmela mi rovina il piacere della conversazione, mi fa sentire la coscienza sporca, mi rende odioso ai miei stessi occhi.

Ha convinzioni solo chi non ha approfondito niente.”

Emil Cioran. L’inconveniente di essere nati.

effimero stordimento contro il dolore insensato della vita

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“Che è la concentrazione? Che l’abbandono del corpo? Che cos’è il digiuno? la sospensione del respiro?

Tutto questo è fuga di fronte all’Io, breve pausa nel tormento di essere Io, è un effimero stordimento contro il dolore insensato della vita. La stessa evasione, lo stesso effimero stordimento prova il bovaro all’osteria, quando si tracanna alcuni bicchieri di acquavite o di latte di cocco fermentato. Allora egli non sente più il proprio Io, allora non sente più le pene della vita, allora prova un effimero stordimento. E prova lo stesso, sonnecchiando sul suo bicchiere di acqua-vite, che provano Siddharta e Govinda, quando riescono a sfuggire, grazie a lunghi esercizi, dai loro corpi, e a indugiare nel non-Io.

Così è, o Govinda.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

è stolto far torto

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“Il proprio torto, quello che abbiamo arrecato, è molto più pesante da portare dell’altrui, di quello che ci è stato arrecato (non precisamente per ragioni morali, beninteso); chi lo fa è propriamente sempre colui che soffre, nel caso cioè in cui sia accessibile o ai rimorsi all’idea che, con la sua azione, egli ha armato la società contro di sé e si è isolato.
Perciò bisognerebbe guardarsi – se non altro per amore della propria felicità intima, cioè per non perdere il proprio benessere, prescindendo completamente da tutto ciò che la ragione e la morale comandano dal far torti ancor più che dal subir torti: quest’ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza della vendetta, della compassione e del consenso dei giusti, anzi dell’intera società, la quale ha paura di chi fa il male.
Non pochi sono abili in quella sconcia arte di raggirare se stessi, consistente nello spacciare ogni torto proprio per uno altrui ad essi arrecato e di riservarsi, a scusante di ciò che essi stessi hanno fatto, il diritto eccezionale della legittima difesa: per portare in questo modo molto più facilmente il loro peso.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

attaccamento all’insostanziale e all’impermanente

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“Nella maggioranza dei casi si lascia la mente in balia dei sensi e degli impulsi, ossia se si lascia che divenga preda dell’ignoranza (avzjfa) sempre associata all’attaccamento (upadana). Ma in che consiste l’ignoranza? Essa non coincide, certo, con la scarsità di nozioni, ma con l’illusione che vi sia qualcosa di sostanziale e di permanente. Tale ignoranza-illusione crea le premesse perché sorga e si sviluppi ogni sorta di attaccamento: attaccamento all’oggetto delle sensazioni; attaccamento al desiderio di possederlo; attaccamento al desiderio di consumarlo; attaccamento al desiderio di utilizzarlo in vista di uno scopo; attaccamento allo scopo; e infine, ma soprattutto, attaccamento all’io come soggetto del sentire, del possedere, dell’utilizzare e del finalizzare.

Così, la mente che ignora la natura insostanziale e impermanente della realtà tutta – sia oggettiva che soggettiva – finisce inevitabilmente con l’attaccarsi a qualcosa che crede autonomo e permanente; in tal modo rimane invischiata senza scampo nel ciclo delle vite dominate dall’attaccamento, stritolata dalla ruota della vita, schiacciata dalla paura della morte.

La mente di chi è convinto che il mondo sia fatto di semplici cose separate da sé e tra loro, vive in un ” inferno” di desideri senza fine, di tensioni a possedere sempre di più, di ” ipertensioni” rivolte a mantenere ciò che riesce a possedere e ad accumulare: una simile mente sprofondata nell’ignoranza-illusione, da un lato, poiché non si rende conto di essere costituita dal mondo, continua a pretendere di conquistarlo, e vive perciò nell’ansia di vincere; dall’altro, poiché ignora di essere, al pari del mondo, impermanente, continua a preoccuparsi dell’immortalità, e vive, pertanto, nella continua paura della morte.

Ostinata in queste sue illusioni, la mente accecata dall’ignoranza inventa sempre nuovi simulacri di sostanzialità e di permanenza: non solo beni materiali, ricchezze, monumenti, stati e imperi, ma anche beni immateriali, come Verità Eterne, Principi Assoluti, Nobili Ideali, eccetera, tutti destinati a perire. Questa ostinazione e questo accecamento non sono privi di conseguenze, ma producono, sempre e comunque, sofferenza.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

la potenza di un’idea come la legge ideale di tutta la vita

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“Il primo atto di cultura della volontà deve essere un atto di riflessione generale, che traduca in una visione semplice e precisa le innumerevoli esperienze e riflessioni che abbiamo fatto sulla vita, e ci orienti almeno in modo sommario sul cammino che dobbiamo tenere.

La maggior parte degli uomini manca di una volontà decisa, perchè manca di un pensiero chiaro e preciso. Travolti dalle impressioni, dominati dagli impulsi, raramente essi trovano il tempo di gettare uno sguardo al di là delle circostanze presenti, di riflettere seriamente sul corso della vita: spesso anche la loro leggerezza ne rifugge, perché il fondo delle cose non è nè facile nè lieto. La loro vita è diretta più dalle circostanze e dalle pressioni esteriori che da una legge interiore; ed anche ciò che essi hanno di volontà e di ragione è messo il più delle volte al servizio degli impulsi più irragionevoli.

Educare in sè la volontà, creare in sè un carattere, vuol dire creare in sè un’unità di direzione, imporre a tutta la propria vita un fine ed una legge. Ma questa imposizione non è qualche cosa che possa scaturire in noi per un atto magico; la volontà nuova che in essa si rileva, è l’energia stessa che è contenuta nella razionalità del fine, è la potenza di un’idea che noi abbiamo riconoscìuta esprimere la verità delle cose e che perciò si è imposta come il valore più alto, come la legge ideale di tutta la vita.”

Piero Martinetti, “Educazione della volontà”.