la meta del viaggio

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“Il mio viaggio non era più in cerca di una cura per il mio cancro, ma per quella malattia che è di tutti: la mortalità.

Ma anche quella, è davvero una “malattia”? Qualcosa di cui temere, un “male” da cui star lontani? Magari no.

“Immagina come sarebbe affollato il mondo se fossimo tutti immortali e dovessimo restare a giro per sempre, e con noi ci dovessero essere, anche loro immortali, tutti quelli che ci hanno preceduto nei secoli!”, disse un giorno il mio vecchio compagno durante una passeggiata nella foresta. “Si tratta di capire che la vita e la morte sono due aspetti della stessa cosa.”

Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo: un viaggio di cui io stesso non so granché, tranne che la sua direzione – ora ne sono convinto – è dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre più verso il grande.”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

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morire è un dovere biologico

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“In termini biologici la morte è non solo inevitabile, ma è una necessità. Io dico sempre che morire è un “dovere biologico”, perché fa parte del concetto della rigenerazione. Pensi agli animali, alle piante e, quindi, anche agli esseri umani. L’eternità sarebbe una catastrofe biologica, perché se vogliamo davvero la rigenerazione, se davvero amiamo i nostri figli, noi dobbiamo sparire.

La nostra eternità, o immortalità come vogliamo chiamarla, resta affidata alle nostre idee, al nostro pensiero, alle nostre opere. Questa è l’immortalità che dobbiamo loro, ma fisicamente dobbiamo andarcene, ed è un dovere affrontare la morte serenamente, come gli elefanti, che si ritirano per morire, o gli alberi che cadono perché hanno concluso il loro ciclo vitale.”

Umberto Veronesi, “Scienza e Futuro dell’uomo”.

la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici

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“La libertà di pensiero si spinge fino a questo punto, ossia fino al centro del pensiero stesso, a maggior ragione essa opera nei confronti dei grandi problemi metafisici, come quello dell’eternità o non eternità dell’universo, quello della mortalità o immortalità dell’anima e quello sull’esistenza o meno di un Assoluto.

Su questo argomento il Buddha ebbe un colloquio assai significativo e chiarificatore con un suo discepolo, Malunkyaputta. Alla fine del colloquio, il Buddha cercò di spiegarsi ricorrendo a un’analogia: chi si pone problemi di questo tipo assomiglia a un uomo ferito da una freccia il quale, prima di farsela togliere, esige di sapere a che classe appartenga chi l’ha colpito, quale sia il suo nome, la sua statura, la sua carnagione, da quale villaggio provenga, quale tipo di arco, di corda e di frecce ha usato. Ovviamente il malcapitato morirebbe dissanguato prima di avere avuto risposta anche a uno solo di questi interrogativi.
Parimenti, conclude il Buddha, la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici: qualsiasi sia la posizione che si assume nei riguardi di essi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, la morte, la sofferenza, «di cui già in questa vita io insegno a realizzare la fine».”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

il dovere d’ogni alto ingegno e grande cuore umano, è lasciare una traccia dietro di sé, in questo cieco mondo

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Vittorio Alfieri parla al suo amico, prematuramente morto, Francesco; uomo virtuoso ma caduto nell’oblio, non avendo lasciato nulla di scritto:

“FRANCESCO
Morte ch’io non temeva, né bramava; morte che a me dolse soltanto perché, senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te immerso fra le tempeste di mille umane passioni; ma pure, morte che al mio cuore e pensamento giovava, poiché da tanti sì piccioli e nauseosi aspetti per sempre toglieami.
Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola, e non libera cittade; e, nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto né tentato di grande; ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l’oblio.

VITTORIO
Sprezzator di te stesso io ti conobbi pur sempre già in vita; degno ti credeva, e ti credo (soffri ch’io il dica; adulazion qui non entra) degno d’esser primo fra i sommi.
Morto sei; né di te traccia alcuna in questo cieco mondo tu lasci, nol niego, per cui abbiano i presenti e futuri uomini a sapere con loro espresso vantaggio, che la rara tua luce nel mondo già fu.
Ignoto ai contemporanei tuoi tu vivevi, perché degni non erano di conoscerti forse; e ad un reo silenzio mal mio grado ostinandoti, d’essere a’ tuoi posteri ignoto sceglievi, perché forse la presaga tua mente, con vero e troppo dolore antivedea, che in nulla migliori delle presenti le future generazioni sarebbero.
Ma io, ben rimembrartelo dei, tante volte pur ti diceva, che uffizio e dovere d’ogni alto ingegno con umano cuore accoppiato si era il tentare almeno di renderle migliori d’alquanto, tramandando ad esse sublimi verità in sublime stile notate.

FRANCESCO
Sì, mel dicevi, e il rimembro. Ma rispondevati io, che de’ libri, benché pochi sian gli ottimi, e ch’io tali fatti mai non gli avrei, bastanti pure ve ne sono nel mondo, a chi volesse ben leggerli, per ogni cosa al retto e sublime vivere necessaria imparare. A ciò ti aggiungea; che ufficio e dovere d’uomo altamente pensante egli era ben altrimenti il fare che il dire.
Temerità pareami il volere dalla feccia nostra presente sorger puro ed illibato d’esempio; e che viltà mi parea lo imprendere a dire ciò, che fare da noi non si ardirebbe giammai; e che stolto orgoglio in fin mi parea l’offendere i nostri conservi con liberi ed alti sensi; i quai sensi in me più accattati da’ libri, che miei proprj, riputerebbero essi; e con ragione forse, vedendomi di sì alti sensi severo maestro, e di sì vile vita, quale è la nostra, arrendevol discepolo.
Ma la più verace ragione che men distolse, fu, che a ciò non m’essendo io destinato fin dalla prima età mia, le poche forze del mio ingegno tutte al pensare, e al dedurre rivolsi assai più che allo scrivere: onde lo stile, quella possente magica arte delle parole, per cui sola vincitore e sovrano si fa essere il vero, lo stile mancavami affatto.

VITTORIO
E in ciò, soffri che io a te contraddica, sommamente pur t’ingannavi. Tu, pieno, ridondante di forti, veraci, e sublimi pensieri, avresti senza avvedertene l’ottimo tuo naturale stile perfettissimo ridotto scrivendo; e da libro nessuno non lo avendo imparato, uscito sarebbe dal tuo robusto capo col getto della originalità da imitazione nessuna contaminato.
Nuove cose in nuovi modi a te si aspettava di scrivere; ed hai pure, col non volerlo, agli uomini tolto il diletto, il vantaggio, e la maraviglia; a me la infinita dolcezza di vederti degnamente conosciuto e onorato; a te stesso la gloria ed il nome.
Finché vivo dintorno a me ti vedea, (me misero!) sulla fallace instabilità delle umane cose affidandomi, nella mente tua nobile, e nel caldo tuo cuore, come in un vivo e continuo libro, te, gli uomini tutti, e me stesso imparava io a studiare, e conoscere.
Allettato dal tuo dotto, piacevole, saggio, eppure sì appassionato parlare, securo io troppo nella tua ancor verde età riposando, più a goderne pensava, che a porne con sollecitudine in salvo il migliore, insistendo, incalzandoti, e anche bisognando, amichevolmente sforzandoti a scrivere per tutti, e per me, invece di parlar per me solo; poiché tu con ogni altro uomo quasi del tutto chiuso vivevi.
Di questa mia inescusabile sconsideratezza e notte e giorno piango io.”

Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta

la prova della nostra immortalità è che siamo in questo momento

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“Il grande mistero del nostro essere e non essere, a chiarimento del quale si sono escogitate l’immortalità dell’anima e la metempsicosi, si fonda sulla contrapposizione fra il tempo e l’eternità, ovvero sull’identità fra ciò che è oggettivamente una serie temporale infinita, e ciò che è soggettivamente un punto, un presente indivisibile sempre presente. Ma chi è in grado di comprenderlo?
Se mai potessimo non essere, non saremmo nemmeno ora; dunque la prova più sicura della nostra immortalità è che siamo in questo momento. Ciò dimostra che nessun tempo può arrecarci danno, essendo già trascorso un tempo infinito. E del tutto impensabile che ciò che un tempo è stato con tutta la forza della realtà, sia pure per un attimo, debba in seguito non essere per l’eternità; la contraddizione è troppo evidente; su questa teoria si basano sia la dottrina cristiana della remissione di tutte le cose, sia quella indù dell’eterna creazione del mondo tramite il Brahman, nonché i dogmi simili di Platone e di altri filosofi.”

Arthur Schopenhauer

procreazione, lo slancio verso l’immortalità

2012

“La natura mortale cerca per quanto le è possibile di essere sempre e di essere immortale. Ma può farlo solo in questo modo, attraverso la procreazione, perché lascia sempre dietro di sé, al posto del vecchio, qualcos’altro di nuovo.
In effetti, anche nel tempo in cui ogni singolo vivente vive e si dice che sia lo stesso -per esempio si dice che è la stessa persona chi dalla fanciullezza arriva la vecchiaia – , questi, in realtà, non mantiene mai in se stesso le medesime cose, eppure è considerato identico, ma sempre diventa nuovo, perdendo altre cose, sia per quel che riguarda i capelli, sia per la carne sia per le ossa, sia per il sangue, sia per tutto quanto il corpo.
E non solo per quel che riguarda il corpo, ma anche per l’anima: modi, abitudini, opinioni, desideri, piaceri, dolori, paure, ciascuna di queste cose non rimane mai la stessa in ognuno, ma alcune nascono, altre muoiono. Ancora più strano è che anche le conoscenze, non solo alcune nascono e altre muoiono in noi, e quindi noi non siamo mai gli stessi neppure rispetto alle conoscenze, ma addirittura a ciascuna delle conoscenze, singolarmente, capita la stessa cosa.
Infatti, quel che si chiama “studiare” esiste perché una conoscenza se ne va: la dimenticanza è il ritirarsi di una conoscenza, mentre lo studio, instillando al contrario un nuovo ricordo al posto di quello che si è ritirato, salva la conoscenza, tanto che sembra sia sempre la stessa.
E questo è il modo in cui si salva tutto ciò che è mortale: non rimanendo sempre completamente identico, come il divino, ma perché ciò che si ritira e invecchia lascia dietro di sé qualcos’altro di giovane, simile a come esso stesso era. Attraverso questo artificio il mortale partecipa all’immortalità, sia quanto al corpo sia quanto a tutti gli altri aspetti. Non meravigliarti, allora, se ogni essere onora, per natura, il proprio germoglio: infatti è per l’immortalità che ognuno è preso da questa cura e questo eros.”

Platone, Simposio