sancta simplicitas degli sapienti indiani

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“Il bene spirituale appare loro leggero come il vento, e le scritture che possiedono non offrono alcun mezzo per migliorare la loro condizione. A voler riassumere le idee più diffuse, il loro credo sarebbe il seguente: c’è un solo Dio, e nessuno all’infuori di lui; qualunque cosa esista è lui stesso in forma mascherata: quella forma non esiste veramente, sebbene noi la percepiamo. Qualunque cosa sia fatta, è fatta da Dio: egli ci fa peccare al fine di punire peccati compiuti in una nascita precedente. Da dove viene il peccato? Lo ha creato Dio – chi altri potrebbe? Mayà (l’illusione) fa peccare gli uomini: non si può dire che Maya sia Dio, non si può neanche dire che non sia un Dio, ma, secondo i Veda, questo male è Dio stesso… Il loro codice morale … Sentimenti del genere quali stimoli al miglioramento possono mai produrre? Anche la salvezza che essi si aspettano, quando è perfetta, è l’assorbimento nella divinità, o, in altre parole, l’annichilamento dell’esistenza personale: e, se non è perfetta, è il godimento animale in uno dei loro presunti cieli, in cima all’Himalaya, e, dopo quello, di nuovo il ritorno a questa vita.”

Deerr, Journal Asiatique

vantaggio del mito indiano rispetto ai dogmi

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“Ma il mito indiano, in confronto ai dogmi, ha grandi vantaggi: in parte perché aderisce più strettamente alla verità, in parte perché è meno trascendente, non accogliendo elemento alcuno che non si presenti all’esperienza in questo mondo reale; tutti i suoi concetti, piuttosto, sono attestabili con intuizioni derivanti da essa, visto che i tormenti che minaccia al vizioso si possono vedere già in questo mondo: per esempio gli promette che migrerà nel corpo di un paria, o di un lebbroso, o di un coccodrillo, eccetera, e di rinascere varie volte in questo mondo pieno di sofferenze.
Alla virtù, certo, può indicare la sua ricompensa solo in modo negativo: “non adsumes iterum existentiam apparentem” (Non ripercorrerai un’esistenza apparente) come spesso si dice nei Veda; o, secondo la dottrina di Buddha: devi avere nirvana, ossia uno stato in cui non ci sono quattro cose: peso, vecchiaia, malattia e morte.”

Arthur Schopenhauer