pensare con il cuore

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“«Vedi», diceva Ochwìa Biano, «quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.»
Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi.
«Dicono di pensare con la testa», rispose.
«Ma certamente. Tu con che cosa pensi?» gli chiesi sorpreso.
«Noi pensiamo qui», disse, indicando il cuore.”

Carl Gustav Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”.

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la potenza di un’idea come la legge ideale di tutta la vita

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“Il primo atto di cultura della volontà deve essere un atto di riflessione generale, che traduca in una visione semplice e precisa le innumerevoli esperienze e riflessioni che abbiamo fatto sulla vita, e ci orienti almeno in modo sommario sul cammino che dobbiamo tenere.

La maggior parte degli uomini manca di una volontà decisa, perchè manca di un pensiero chiaro e preciso. Travolti dalle impressioni, dominati dagli impulsi, raramente essi trovano il tempo di gettare uno sguardo al di là delle circostanze presenti, di riflettere seriamente sul corso della vita: spesso anche la loro leggerezza ne rifugge, perché il fondo delle cose non è nè facile nè lieto. La loro vita è diretta più dalle circostanze e dalle pressioni esteriori che da una legge interiore; ed anche ciò che essi hanno di volontà e di ragione è messo il più delle volte al servizio degli impulsi più irragionevoli.

Educare in sè la volontà, creare in sè un carattere, vuol dire creare in sè un’unità di direzione, imporre a tutta la propria vita un fine ed una legge. Ma questa imposizione non è qualche cosa che possa scaturire in noi per un atto magico; la volontà nuova che in essa si rileva, è l’energia stessa che è contenuta nella razionalità del fine, è la potenza di un’idea che noi abbiamo riconoscìuta esprimere la verità delle cose e che perciò si è imposta come il valore più alto, come la legge ideale di tutta la vita.”

Piero Martinetti, “Educazione della volontà”.

il proposito non è avere successo, bensì dare un valore all’esistenza

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“L’operosità di chi sa impiegare utilmente anche ogni quarto d’ora è una dote pregevole per sè, ma non è una perfezione assoluta e serve all’uomo attivo a realizzare sulla terra la bontà e gli altri fini superiori:
quindi, se pur da principio sarà necessario proporsi con chiara coscienza di non perdere mai un quarto d’ora di tempo, sarà pur bene poi cercar di fare di questa bella dote un’abitudine per poter dedicare più completamente se stesso a quei fini che soli possono dare un valore all’esistenza.”

Piero Martinetti

bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi

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“Un giorno Buddha è in viaggio e vuole attraversare una foresta. Tutti glielo sconsigliano. La foresta è pericolosissima. Ci si nasconde un bandito malvagio che si diverte ad assaltare i viandanti, derubarli e tagliare loro le dita per aggiungerle alla collana che tiene sul petto. Il suo nome è, appunto, Angulimal: anguli, le dita, mala, la collana. Buddha non si fa distogliere dal suo intento e da solo si avvia. Appena il bandito lo vede, si getta al suo inseguimento, ma non riesce a raggiungerlo. Angulimal va da una parte e Buddha e dall’altra, corre dall’altra e Buddha è altrove.
Esausto, Angulimal urla:
«Ma chi sei? Uomo o superuomo? Dio o diavolo? Ti corro dietro e non ti raggiungo mai. Come puoi essere così più svelto di me?»
«Sei tu che corri. Io non mi sono mai mosso» risponde Buddha. «Eccomi qua.»
Angulimal allora si ferma e finalmente «raggiunge» Buddha. Capisce, si getta ai suoi piedi e diventa suo discepolo.

«Il punto della storia», concluse il Vecchio, «è che bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi.»”

Tiziano Terzani

applicarsi a uno scopo

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“Dunque ogni fatica deve riferirsi a qualche scopo, deve riguardare qualche scopo. Non è l’operosità che li agita rendendoli inquieti, ma sono le false immagini delle cose che li agitano come pazzi; infatti nemmeno i pazzi si muovono senza una qualche speranza: li attrae l’aspetto di una cosa, la cui inconsistenza la mente, presa nel suo delirio, non è riuscita a cogliere.
Allo stesso modo ognuno di costoro che escono senza scopo per ingrandire la folla viene condotto in giro qua e là da motivi futili; non avendo niente a cui applicarsi, il sorgere della luce lo caccia fuori e, dopo che, calcate invano le soglie di molti, ha salutato i nomenclatori, da molti lasciato fuori, a casa non si incontra con nessuno, tra tutti, con più difficoltà che con se stesso.”

Seneca

la nostra irrequietudine e paura, che ci porta al rinchiuderci in noi stessi

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“Irrequieti: devono fare qualcosa, intraprendere una qualsiasi cosa, altrimenti sono sopraffatti dalla sensazione di essere morti. E perché?
Perché proprio come se fossero davvero morti, non sapendo cosa fare con sé stessi. Vivono solo nel momento in cui fanno qualcosa e nel momento in cui qualcosa succede, e se non succede nulla, allora è il nulla. Se si toglie loro l’occupazione e il peso della vita quotidiana, se si trovano ad avere a che fare solo con se stessi, ecco che si sentono sprofondare in un buco nero. Si sentono un peso addosso poiché l’unica cosa che rimane da fare è ammazzare in qualche modo il tempo. Eppure, proprio la loro insensata condizione non potrebbe invece essere una buona opportunità per riflettere su se stessi e sulla vita sciupata?
Certo che no, poiché ciò peggiorerebbe ancora la situazione. Come potrebbero, infatti, guardarsi allo specchio senza vergognarsi? Possono immaginare che l’analisi di se stessi e della propria esistenza metterebbe in evidenza un bilancio disastroso e pertanto la evitano. Le loro energie vitali, non trovando nulla su cui potersi sfogare, si rivoltano contro e il campo di battaglia è la propria interiorità. Il risultato è che ci si sente bruciare e si è completamente esauriti, si intralciano da soli, la fiducia è svanita, e l’anima, che un tempo si scatenava per i più piccoli fili di speranza, ora che la speranza è tramontata, è avvilita e scoraggiata. Loro lo odiano e preferirebbero invece l’occupazione più insensata a questo vagabondare a vuoto. Non trovando nulla da fare sono assaliti da una certa amarezza: cominciano a invidiare gli altri, quelli che apparentemente sono felici perché fanno le loro cose. E questo implica che cominciano anche a disprezzare se stessi. È un circolo vizioso: mandando tutto al diavolo, si tormentano per la propria sorte, si lamentano dei periodi sfortunati, si nascondono volentieri a casa loro, dove possono poi covare pensieri negativi, visto che lo spirito, non sopportando più di essere inerte, comincia a rimuginare strane fantasie su come ci si possa mettere da parte. Hanno bisogno del trambusto del fare per sentirsi vivere.
Sono anime in pena: non possono far a meno di ciò che le rovina e pretendono il veleno che le distrugge. Ciò che li alleggerisce è in realtà ciò che li schiaccia, non appena si sentono appesantiti cercano qualcos’altro che prometta loro sollievo.”

Gerd Achenbach.