5 regole per sviluppare la forza di volontà

mani-scolpite-scolpiscono-a19366084-600x416

  1. Abbi in primo luogo cura di mantenere il corpo sano e vigoroso: prescrivi a te stesso un piccolo numero di norme di benessere semplici ed essenziali ed astringiti seguirle regolarmente ogni giorno, finchè siano diventate in te altrettante abitudini.
  2. Procura, per mezza di una seria riflessione sulla vita e sui suoi compiti, di tracciare a te medesimo una legge ideale della condotta che si estenda a tutta la tua vita. Esprimila in un piccolo numero di massime, chiare, semplici, pratiche.
  3. Dedica ogni giorno un breve tempo alla meditazione della regola della tua vita; esamina e giudica, col suo aiuto, la tua condotta di ogni giorno; confortala con la lettura di qualche libro dell’anima; all’inizio tieni rigorosamente lontano da te ogni spettacolo, ogni lettura, ogni parola che sia in contrasto con le tue convinzioni morali.
  4. Nel tradurre in pratica la tua norma di vita, assoggetta l’attività tua, e quanto al tempo e quanto al modo, ad una regolarità costante, in maniera di trasformarla, per quanto è possibile, in un sistema di abitudini.
  5. Per rendere più facile e più sicura la subordinazione della tua vita ai tuoi fini supremi, associa i tuoi sforzi a quelli di coloro che percorrono la stessa via, ma ricordando sempre che l’associazione è mezzo, non fine, e che non deve soffocare ciò che vi è in te di più sacro, la libera volontà della tua personalità morale.

riassunto da “Educare la volontà” di Piero Martinetti

ci è di peso essere uomini – con un corpo e sangue vero, nostro

photo-manipulations-by-silvia-grav13

“Mi sembra di aver commesso un errore, cominciando a scriverle. Per lo meno ho provato vergogna per tutto il tempo, scrivendo questo racconto: dunque non è più letteratura, ma una punizione destinata a emendarmi. Infatti raccontare, per esempio, lunghe storie su come ho mancato la mia vita per la corruzione morale consumata nel mio cantuccio, per la mancanza di un ambiente sociale, la disabitudine alla vita e il vano risentimento covato nel sottosuolo – quanto è vero Dio, non è interessante; in un romanzo ci vuole un eroe, e qui sono raccolte apposta tutte le caratteristiche di un antieroe, e l’’essenziale è che tutto ciò produrrà un’’impressione spiacevole, perché siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno.

Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’’autentica “”vita vera”” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’’autentica “”vita vera”” quasi una fatica, poco meno che un lavoro, e siamo tutti d’’accordo, in cuor nostro, che sui libri è meglio. E perché ci arrabattiamo talvolta, perché facciamo stravaganze, che cosa chiediamo? Non sappiamo neppure noi che cosa. E staremmo peggio, se le nostre stravaganti richieste venissero accolte. Ebbene, provate un po’’ a darci, per esempio, più indipendenza, slegate le mani a chiunque di noi, ampliate la nostra sfera di attività, indebolite la tutela, e noi… ma ve l’’assicuro: chiederemo subito di ritornare sotto tutela. So che forse vi arrabbierete con me per questo, griderete, pesterete i piedi: “”Parli per sé, direte, e per le sue miserie del sottosuolo, e non si azzardi a dire: “‘tutti noi”’”.”

Permettete, signori, io non mi giustifico affatto con questa generalizzazione. Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più “vivo” di voi. Ma guardate più attentamente! Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami! Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare! Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’’idea. Ma basta; non voglio più scrivere ““dal Sottosuolo””… ”

Fëdor Dostojevski, Memorie del Sottosuolo

i libri dell’anima

Schermata 2017-07-12 alle 14.39.48

“Alla meditazione ed all’esercizio delle norme direttive della vita dovrebbe andar unita sempre la lettura di qualche libro dell’anima; ciascuno dovrebbe scegliere tra i volumi eterni che hanno servito di guida e di conforto alla umanità attraverso i secoli, quello o quelli che più si avvicinano alla sua concezione ideale, e servirsene come d’un viatico quotidiano, onde attingerne materia per le proprie meditazioni, consolazione nelle avversità, forza nelle risoluzioni. Tale è stata per molti secoli la Bibbia; tali possono essere anche oggi per molti, secondo le loro credenze, il Vangelo, l’lmitazione di Cristo, i Discorsi di Epitteto, le Meditazioni di M. Aurelio, i Doveri dell’Uomo di Mazzini, gli Aforismi di Schopenhauer. Anche le Opere letterarie possono servire a questo fine, specialmente quelle che congiungono alla
bellezza la profondità del pensiero; come pure le biografie di uomini grandi, che possono infiammarci col loro esempio.
L’essenziale è che ciascuno scelga, secondo le proprie preferenze, il libro o i libri nei quali ha trovato un contorto ed una guida nella vita, e che rimanga ad essi fedele come ad un amico prezioso ed inseparabile.”

Piero Martinetti

Qual’è invece il libro che vi da forza e vi consola? Quale vi guida verso l’ideale della vostra vita?

il dovere d’ogni alto ingegno e grande cuore umano, è lasciare una traccia dietro di sé, in questo cieco mondo

tumblr_lwxwfcgzgv1qzhokmo1_1280

Vittorio Alfieri parla al suo amico, prematuramente morto, Francesco; uomo virtuoso ma caduto nell’oblio, non avendo lasciato nulla di scritto:

“FRANCESCO
Morte ch’io non temeva, né bramava; morte che a me dolse soltanto perché, senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te immerso fra le tempeste di mille umane passioni; ma pure, morte che al mio cuore e pensamento giovava, poiché da tanti sì piccioli e nauseosi aspetti per sempre toglieami.
Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola, e non libera cittade; e, nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto né tentato di grande; ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l’oblio.

VITTORIO
Sprezzator di te stesso io ti conobbi pur sempre già in vita; degno ti credeva, e ti credo (soffri ch’io il dica; adulazion qui non entra) degno d’esser primo fra i sommi.
Morto sei; né di te traccia alcuna in questo cieco mondo tu lasci, nol niego, per cui abbiano i presenti e futuri uomini a sapere con loro espresso vantaggio, che la rara tua luce nel mondo già fu.
Ignoto ai contemporanei tuoi tu vivevi, perché degni non erano di conoscerti forse; e ad un reo silenzio mal mio grado ostinandoti, d’essere a’ tuoi posteri ignoto sceglievi, perché forse la presaga tua mente, con vero e troppo dolore antivedea, che in nulla migliori delle presenti le future generazioni sarebbero.
Ma io, ben rimembrartelo dei, tante volte pur ti diceva, che uffizio e dovere d’ogni alto ingegno con umano cuore accoppiato si era il tentare almeno di renderle migliori d’alquanto, tramandando ad esse sublimi verità in sublime stile notate.

FRANCESCO
Sì, mel dicevi, e il rimembro. Ma rispondevati io, che de’ libri, benché pochi sian gli ottimi, e ch’io tali fatti mai non gli avrei, bastanti pure ve ne sono nel mondo, a chi volesse ben leggerli, per ogni cosa al retto e sublime vivere necessaria imparare. A ciò ti aggiungea; che ufficio e dovere d’uomo altamente pensante egli era ben altrimenti il fare che il dire.
Temerità pareami il volere dalla feccia nostra presente sorger puro ed illibato d’esempio; e che viltà mi parea lo imprendere a dire ciò, che fare da noi non si ardirebbe giammai; e che stolto orgoglio in fin mi parea l’offendere i nostri conservi con liberi ed alti sensi; i quai sensi in me più accattati da’ libri, che miei proprj, riputerebbero essi; e con ragione forse, vedendomi di sì alti sensi severo maestro, e di sì vile vita, quale è la nostra, arrendevol discepolo.
Ma la più verace ragione che men distolse, fu, che a ciò non m’essendo io destinato fin dalla prima età mia, le poche forze del mio ingegno tutte al pensare, e al dedurre rivolsi assai più che allo scrivere: onde lo stile, quella possente magica arte delle parole, per cui sola vincitore e sovrano si fa essere il vero, lo stile mancavami affatto.

VITTORIO
E in ciò, soffri che io a te contraddica, sommamente pur t’ingannavi. Tu, pieno, ridondante di forti, veraci, e sublimi pensieri, avresti senza avvedertene l’ottimo tuo naturale stile perfettissimo ridotto scrivendo; e da libro nessuno non lo avendo imparato, uscito sarebbe dal tuo robusto capo col getto della originalità da imitazione nessuna contaminato.
Nuove cose in nuovi modi a te si aspettava di scrivere; ed hai pure, col non volerlo, agli uomini tolto il diletto, il vantaggio, e la maraviglia; a me la infinita dolcezza di vederti degnamente conosciuto e onorato; a te stesso la gloria ed il nome.
Finché vivo dintorno a me ti vedea, (me misero!) sulla fallace instabilità delle umane cose affidandomi, nella mente tua nobile, e nel caldo tuo cuore, come in un vivo e continuo libro, te, gli uomini tutti, e me stesso imparava io a studiare, e conoscere.
Allettato dal tuo dotto, piacevole, saggio, eppure sì appassionato parlare, securo io troppo nella tua ancor verde età riposando, più a goderne pensava, che a porne con sollecitudine in salvo il migliore, insistendo, incalzandoti, e anche bisognando, amichevolmente sforzandoti a scrivere per tutti, e per me, invece di parlar per me solo; poiché tu con ogni altro uomo quasi del tutto chiuso vivevi.
Di questa mia inescusabile sconsideratezza e notte e giorno piango io.”

Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta

bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi

fb940bc7630fb93e961c6d5a2ccad0fd

“Un giorno Buddha è in viaggio e vuole attraversare una foresta. Tutti glielo sconsigliano. La foresta è pericolosissima. Ci si nasconde un bandito malvagio che si diverte ad assaltare i viandanti, derubarli e tagliare loro le dita per aggiungerle alla collana che tiene sul petto. Il suo nome è, appunto, Angulimal: anguli, le dita, mala, la collana. Buddha non si fa distogliere dal suo intento e da solo si avvia. Appena il bandito lo vede, si getta al suo inseguimento, ma non riesce a raggiungerlo. Angulimal va da una parte e Buddha e dall’altra, corre dall’altra e Buddha è altrove.
Esausto, Angulimal urla:
«Ma chi sei? Uomo o superuomo? Dio o diavolo? Ti corro dietro e non ti raggiungo mai. Come puoi essere così più svelto di me?»
«Sei tu che corri. Io non mi sono mai mosso» risponde Buddha. «Eccomi qua.»
Angulimal allora si ferma e finalmente «raggiunge» Buddha. Capisce, si getta ai suoi piedi e diventa suo discepolo.

«Il punto della storia», concluse il Vecchio, «è che bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi.»”

Tiziano Terzani

confondere l’oscuro con il profondo

einstein_portrait-e1346962517640

“Ho provato a leggere a mia sorella qualcosa dell’opera filosofica di Aristotele. In tutta franchezza: una delusione completa. Non fosse stata così oscura, così astrusa, questa pseudofilosofia non sarebbe durata così a lungo. Ma la maggior parte delle persone, per le parole che non riesce a comprendere, prova un sacro rispetto, e taccia invece di superficialità chi ha il torto di parlar chiaro. Quale toccante segno di modestia.”

Albert Einstein

 

cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?

tiziano-terzani

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”

Tolstoj, La felicità famigliare.