come fare acquistare forza a un buon proposito

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“Naturalmente la ripetizione quotidiana non deve essere una stanca ed affrettata ripetizione meccanica di parole. Le parole sono soltanto dei segni astratti e morti, che non hanno alcuna ripercussione sulla vita interiore; esse debbono servire alla rievocazione delle immagini, che sole hanno reale efficacia; ma se la rievocazione non ha luogo, non giovano a nulla. Non bisogna quindi appagarsi di una ripetizione verbale: bisogna arrestarsi ad ogni massima, commentare mentalmente ogni parola, cercando di richiamare con tutta la vivezza possibile le immagini che essa suggerisce.

È un precetto che ci impone di essere forti dinanzi al dolore? Bisogna rievocare in noi il ricordo dei momenti dolorosi in cui abbiamo trovato la forza di resistere, assaporare la soddisfazione profonda che questa superiorità ci ha procurato, richiamare la visione degli esempi di vigore d’animo che ci hanno riempito il cuore di ammirazione e di invidia: quale forza non acquisterà in noi questo proposito quando venga così costantemente per un lungo tempo esercitato e tenuto presente, come una suggestione efficace, allo spirito!

A questa meditazione dei principi i moralisti antichi consigliano di aggiungere l’esercizio, vale a dire di farne mentalmente l’applicazione ai casi immaginati o reali della vita. Epitteto, specialmente, nei Discorsi, ce ne offre eccellenti esempi. Quando ci siamo proposti una norma di vita, noi dobbiamo considerarne le possibili applicazioni e chiederci: Che cosa farei in questa circostanza? Quale dovrebbe essere la mia condotta, se dovessi cadere in povertà? Se una malattia mi colpisse? Avrei l’energia di dirigere i miei atti secondo le norme che con tanta saggezza ho stabilito? E più efficace ancora sarà l’applicazione ai casi reali, la comparazione tra la nostra condotta e il nostro ideale, l’esame di coscienza fatto giorno per giorno nella quiete della propria stanza, alla sera quando tacciono attorno a noi le agitazioni del mondo e più viva risuona nell’anima la voce del nostro giudice interiore, piena di profondi avvertimenti e di salutari ammonizioni.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

5 regole per sviluppare la forza di volontà

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  1. Abbi in primo luogo cura di mantenere il corpo sano e vigoroso: prescrivi a te stesso un piccolo numero di norme di benessere semplici ed essenziali ed astringiti seguirle regolarmente ogni giorno, finchè siano diventate in te altrettante abitudini.
  2. Procura, per mezza di una seria riflessione sulla vita e sui suoi compiti, di tracciare a te medesimo una legge ideale della condotta che si estenda a tutta la tua vita. Esprimila in un piccolo numero di massime, chiare, semplici, pratiche.
  3. Dedica ogni giorno un breve tempo alla meditazione della regola della tua vita; esamina e giudica, col suo aiuto, la tua condotta di ogni giorno; confortala con la lettura di qualche libro dell’anima; all’inizio tieni rigorosamente lontano da te ogni spettacolo, ogni lettura, ogni parola che sia in contrasto con le tue convinzioni morali.
  4. Nel tradurre in pratica la tua norma di vita, assoggetta l’attività tua, e quanto al tempo e quanto al modo, ad una regolarità costante, in maniera di trasformarla, per quanto è possibile, in un sistema di abitudini.
  5. Per rendere più facile e più sicura la subordinazione della tua vita ai tuoi fini supremi, associa i tuoi sforzi a quelli di coloro che percorrono la stessa via, ma ricordando sempre che l’associazione è mezzo, non fine, e che non deve soffocare ciò che vi è in te di più sacro, la libera volontà della tua personalità morale.

riassunto da “Educare la volontà” di Piero Martinetti

l’importanza del raccoglimento

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“Quanto più energica ed operosa sarebbe, per esempio, la nostra vita, se ogni sera ci impegnassimo di rendere a noi medesimi stretto conto del modo in cui abbiamo occupato la giornata! Questo esige ogni giorno alcuni istanti di raccoglimento: ciò che diventa sempre più difficile in questa nostra vita odierna così rumorosa ed agitata, travolta in un turbine continuo d’impressioni e di passioni, che non lascia allo spirito nè pace nè riposo.
Bisogna tuttavia saper togliere ogni giorno alcuni minuti alle occupazioni abituali per dedicarli alla meditazione; o quanto meno utilizzare a questo fine quei momenti in cui l’animo nostro è libero, invece di perderli in fantasticherie puerili o in frivoli passatempi. Le ore insonni della notte, le lunghe ore di viaggio e di attesa possono ben venir consacrate, senza alcun pregiudizio, alla meditazione: non sarebbe neanche difficile consacrare a questo fine una breve passeggiata solitaria di mezz’ora.
I moralisti consigliano anche di dedicare tutti gli anni qualche breve periodo di alcuni giorni, che fosse come un ritorno su tutto il passato, una specie di «ritiro spirituale» della coscienza. Non è necessario per questo ritirarsi, come un tempo, nel silenzio di un chiostro; basterebbe chiedere ai giorni che si dedicano al mare o alla montagna, in luogo di rumorose distrazioni, un poco di solitudine e di raccoglimento.”

Piero Martinetti

a cosa servono i riti religiosi?

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“Tutte le diverse forme di pratiche devote alle quali le religioni danno così grande importanza, adempiono precisamente allo stesso ufficio, che è di rendere viva e presente alla coscienza la dottrina contenuta nei dogmi, di trasformare le verità religiose in convinzioni efficaci ed in sentimenti. Se sovente esse mancano a questo loro compito, ciò avviene perché vengono intese in un senso esteriore e superficiale; non come mezzi di provocare una disposizione interiore, ma come atti dotati per se stessi di un carattere di santità e di efficacia miracolosa.”

Piero Martinetti

non fare mai, né dir nulla invano con il volgo

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“Non fare mai, né dir nulla invano, fu sempre la principale mia massima. E siccome, per mostrarmi io erudito, (se pure stato lo fossi) già non avrei in tutti costoro scemato l’orgoglio, ma di gran lunga bensì accresciuto in essi l’odio e la rabbia della lor dimostrata insufficienza, mi solea perciò tacere, o non parlare, se non richiesto: e ciò brevemente facea, e accompagnando sempre le parole mie col “mi pare”; formula, che tengono essi cotanto cara in altrui, mentre pure non esce mai di lor bocca.
Ma, non crederai tu per ciò, che io avessi concepito il puerile e basso disegno di piacere a tutti, compiacendo ai più, che son di costoro; no; di pochissimi volli, e giovommi, aver l’amore e la stima; degli altri soltanto non volli aver l’odio, il quale, anche non meritato, sempre ad un uomo buono riesce uno spiacevole carico.
A ogni modo viver dovendo fra gli uomini, e non potendo loro giovare offendendoli, se pure d’alcun pensiero si è fatto tesoro, va goduto per sé, o coi pochissimi amici, e interamente dissimulato coi rimanenti.”

Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta

i libri dell’anima

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“Alla meditazione ed all’esercizio delle norme direttive della vita dovrebbe andar unita sempre la lettura di qualche libro dell’anima; ciascuno dovrebbe scegliere tra i volumi eterni che hanno servito di guida e di conforto alla umanità attraverso i secoli, quello o quelli che più si avvicinano alla sua concezione ideale, e servirsene come d’un viatico quotidiano, onde attingerne materia per le proprie meditazioni, consolazione nelle avversità, forza nelle risoluzioni. Tale è stata per molti secoli la Bibbia; tali possono essere anche oggi per molti, secondo le loro credenze, il Vangelo, l’lmitazione di Cristo, i Discorsi di Epitteto, le Meditazioni di M. Aurelio, i Doveri dell’Uomo di Mazzini, gli Aforismi di Schopenhauer. Anche le Opere letterarie possono servire a questo fine, specialmente quelle che congiungono alla
bellezza la profondità del pensiero; come pure le biografie di uomini grandi, che possono infiammarci col loro esempio.
L’essenziale è che ciascuno scelga, secondo le proprie preferenze, il libro o i libri nei quali ha trovato un contorto ed una guida nella vita, e che rimanga ad essi fedele come ad un amico prezioso ed inseparabile.”

Piero Martinetti

Qual’è invece il libro che vi da forza e vi consola? Quale vi guida verso l’ideale della vostra vita?

bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi

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“Un giorno Buddha è in viaggio e vuole attraversare una foresta. Tutti glielo sconsigliano. La foresta è pericolosissima. Ci si nasconde un bandito malvagio che si diverte ad assaltare i viandanti, derubarli e tagliare loro le dita per aggiungerle alla collana che tiene sul petto. Il suo nome è, appunto, Angulimal: anguli, le dita, mala, la collana. Buddha non si fa distogliere dal suo intento e da solo si avvia. Appena il bandito lo vede, si getta al suo inseguimento, ma non riesce a raggiungerlo. Angulimal va da una parte e Buddha e dall’altra, corre dall’altra e Buddha è altrove.
Esausto, Angulimal urla:
«Ma chi sei? Uomo o superuomo? Dio o diavolo? Ti corro dietro e non ti raggiungo mai. Come puoi essere così più svelto di me?»
«Sei tu che corri. Io non mi sono mai mosso» risponde Buddha. «Eccomi qua.»
Angulimal allora si ferma e finalmente «raggiunge» Buddha. Capisce, si getta ai suoi piedi e diventa suo discepolo.

«Il punto della storia», concluse il Vecchio, «è che bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se stessi.»”

Tiziano Terzani