prende come unità di tempo il tempo stesso

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“Fra cinquecentomila anni l’Inghilterra sarà, dicono, completamente ricoperta dall’acqua. Se fossi inglese deporrei le armi senza indugio.

Ognuno ha la propria unità di tempo. Per uno è la giornata, la settimana, il mese o l’anno; per un altro sono dieci anni, anzi cento… Queste unità, ancora a scala umana, sono compatibili con qualunque progetto e qualunque lavoro.

C’è chi prende come unità il tempo stesso e si eleva talvolta al di sopra di esso: quale lavoro, quale progetto meriterà allora di essere preso sul serio? Chi vede troppo lontano, chi è contemporaneo di tutto il futuro, non può più affaccendarsi, non può neppure muoversi…”

Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”.

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il nostro pozzo

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“Un giorno, nel piccolo pozzo in cui una rana è vissuta tutta la sua vita, salta una rana che dice di venire dall’oceano.

«L’oceano? E cos’è?» chiede la rana del pozzo.
« Un posto grande, grandissimo », dice la nuova arrivata.
«Grande come?»
«Molto, molto grande.»
La rana del pozzo traccia con la zampa in piccolo cerchio sulla superficie dell’acqua:
«Grande così?»
«No. Molto più grande.»
La rana traccia un cerchio più largo.
«Grande cosi?»
«No. Più grande.»
La rana allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il mondo da lei conosciuto.
«Così?»
«No. Molto, molto più grande», dice la rana venuta dall’oceano.
«Bugiarda!» urla kup manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non le parla più.”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

la realtà è un aggregato di elementi in divenire

Francesco Filippo Pellegrini

“La metafora buddhista della «fiamma che brucia tutta la notte» illustra bene questa continuità operante dovuta alla legge del karma: la fiamma è, in ciascun momento, se stessa ma anche qualcosa di diverso non possiamo separare, nel suo bruciare, i momenti in cui vive da quelli in cui muore, le fasi in cui si alimenta da quelle in cui si consuma.

Anche nella vita presente quello che noi chiamiamo “soggetto” non è in realtà che un aggregato di elementi in divenire, ossia una combinazione provvisoria di processi: la morte è un evento, particolare ma non eccezionale, che disgrega e “redistribuisce” questi processi.

Allora, una volta che concepiamo la vita come un divenire, ossia come un susseguirsi di fenomeni impermanenti, la morte, oggettivamente, non appare più come una cesura definitiva, come, un eccezione, come un evento traumatico, ma si presenta come una trasformazione particolarmente intensa, come un “passaggio ad altro stato”, così come accade quando l’acqua passa, dallo stato liquido, a quello gassoso del vapore o a quello solido del ghiaccio.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

la sofferenza è frutto del divenire

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“In un Universo in cui ogni creatura costituisce una piccola totalità tutta chiusa, voluta per se stessa e teoricamente spostabile a volontà, la nostra mente farebbe fatica a giustificare la presenza di individui dolorosamente fermati nelle loro possibilità e nel loro slancio.
Invece il mondo rappresenta veramente un’opera di conquista attualmente in corso. Il mondo rappresenta un immenso andare a tentoni, un’immensa ricerca, un immenso attacco: i suoi progressi possono compiersi solo a prezzo di molti fallimenti e di molte ferite.
A qualunque specie appartengano, i sofferenti sono l’espressione di questa condizione austera ma nobile. Non rappresentano elementi inutili e diminuiti. Sono dei caduti sul campo dell’onore.”

Pierre Teilhard de Chardin, “Il significato e il valore costruttivo della sofferenza”.

vanitas vanitatum homo, eterno taumaturgo

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“L’uomo crede alla libertà del volere, per esempio quando pensa “questo non avrei dovuto farlo”, “questo sarebbe potuto andare diversamente”, e ne ricava ugualmente piacere o dispiacere. Senza gli errori che operano in ogni piacere e dispiacere spirituale, non sarebbe mai sorta un’umanità – il cui sentimento fondamentale è e rimane quello per cui l’uomo è l’essere libero nel mondo della necessità, l’eterno taumaturgo, sia che agisca bene, sia che agisca male, la sorprendente eccezione, il superanimale, il quasi-Dio, il senso della creazione, il non pensabile come inesistente, la parola risolutiva dell’enigma cosmico, il grande dominatore della natura e dispregiatore di essa, l’essere che chiama la sua storia “storia del mondo”! – Vanitas vanitatum homo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano troppo umano”.

se un Dio ha creato il mondo, egli ha creato l’uomo come scimmia di Dio

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“Ci dovrebbero essere creature dotate di spirito più di quanto non siano gli uomini, anche solo per gustare a fondo l’umorismo insito nel fatto che l’uomo si considera lo scopo dell’intera esistenza del mondo, e l’umanità è veramente soddisfatta solo se può assegnarsi una missione mondiale. Se un Dio ha creato il mondo, egli ha creato l’uomo come scimmia di Dio, come continuo motivo di divertimento nelle sue troppo lunghe eternità. La musica delle sfere tutt’intorno alla terra sarebbe allora la risata di scherno di tutte le altre creature intorno all’uomo. Quell’annoiato immortale solletica con il dolore il suo animale preferito, per gioire dei gesti tragici e orgogliosi, delle interpretazioni delle sue sofferenze e soprattutto dell’inventiva spirituale della più vana creatura – come inventore di questo inventore. Giacché chi per divertimento ideò l’uomo ebbe più spirito dell’uomo, e anche più diletto per lo spirito.
Anche qui, dove la nostra umanità vuole per una volta umiliarsi volontariamente, la vanità ci giuoca un tiro, in quanto noi uomini vorremmo essere, almeno in questa vanità, qualcosa di affatto incomparabile e meraviglioso. La nostra unicità nell’universo! ohimè, è una cosa fin troppo inverosimile! Gli astronomi, a cui tocca talvolta realmente di scrutare un orizzonte staccato dalla terra, fanno capire che la goccia di vita che è nel mondo è senza importanza per il carattere totale del mostruoso oceano di divenire e trapassare: che un numero indeterminato di astri presentano condizioni simili a quelle della terra per la produzione della vita, moltissimi cioè, e però sempre un gruppo ristretto in confronto agli infiniti altri che non hanno mai avuto la vivente eruzione che ne sono da lungo tempo guariti; che la vita su ognuno di questi astri, misurata sulla durata della sua esistenza, è stata un attimo, una vampata, con lunghi, lunghi spazi di tempo dietro di sé, e dunque in nessun modo la meta e lo scopo ultimo della sua esistenza.
Forse la formica nel bosco immagina altrettanto fortemente di essere meta e scopo dell’esistenza del bosco, come facciamo noi quando alla fine dell’umanità, nella nostra fantasia, ricolleghiamo quasi involontariamente la fine della terra: anzi siamo ancora modesti quando ci fermiamo a ciò e non organizziamo, per i funerali dell’ultimo uomo, un crepuscolo universale del mondo e degli dèi. Anche l’astronomo più spregiudicato quasi non può immaginare la terra senza vita altro che come lo splendente e fluttuante tumulo dell’umanità.”

Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano

tormentatore e tormentato sono identici

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“Come ho spesso mostrato, è in sé, e non nell’apparenza, che tormentatore e tormentato sono identici, per quanto diversamente mostri la Māyā, e in questo sta l’eterna giustizia. Ma l’intelligenza non dirozzata, che prende l’apparenza per cosa in sé, vuol vedere nel tempo e nell’individuum ciò che spetta solo alla cosa in sé.
Se un uomo per aumentare in modo considerevole il proprio benessere diminuisce in modo considerevole quello di un altro, lo pone quindi nello stato di sofferenza, il piacere del primo è disturbato, anche se soltanto per un istante, da una pena di tipo particolare, che chiamiamo rimorso di coscienza.
È la confusa, oscura coscienza di ciò che segue: innanzitutto, che solo per la rappresentazione, non in sé, solo mediante la forma della rappresentazione, ossia del principium individuationis, che è la Māyā, egli, che è causa della sofferenza altrui, è diverso dal sofferente; in sé invece, in ciò che il mondo è oltreché rappresentazione, sono entrambi l’unica volontà di vivere, e in tal modo il sofferente e colui che infligge la sofferenza sono una sola cosa. Che quindi tramite l’accecamento della Māyā la volontà di vivere entra in contrasto con se stessa, perché proprio cercando in una delle sue apparenze un benessere accresciuto genera nell’altra una grande sofferenza, ma una sofferenza che lei stessa deve sopportare, con cui sconta l’infrazione all’eterna giustizia, che ha appunto qui la sua fonte.
La giustizia temporale infatti prende le mosse soltanto dal principium individuationis e quindi dall’egoismo; l’individuo, dotato di ragione, si preoccupa di se stesso quando fa il patto che nessuno danneggi l’altro: questa giustizia temporale è la fonte del diritto di natura.
La giustizia eterna invece è un penetrare con lo sguardo il principium individuationis, con cui si riconosce che il tormentatore e il tormentato non sono diversi in sé, e la forte volontà di vivere deve scontare la contraddizione in cui entra con se stessa e paga la voluttà con il tormento.”

Arthur Schopenhauer