il peggiore dei mali

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“Pandora portò il vaso coi mali e lo aprì. Era il dono degli dèi agli uomini, un dono di fuori bello e seducente, chiamato «vaso della felicità». Subito tutti i mali, esseri vivi e alati, volarono fuori: da allora girano per il mondo e arrecano danno agli uomini di giorno e di notte. Un unico male non era ancora guizzato fuori dal vaso: allora Pandora riabbassò per volontà di Giove il coperchio, e così esso vi rimase dentro.

Ora l’uomo ha in casa per sempre il vaso della felicità e crede mirabilia del gran tesoro che in esso possiede: esso è a sua disposizione, egli lo prende, quando gliene viene voglia; poiché non sa che quel vaso che Pandora portò era il vaso dei mali, e tiene il male rimasto lì dentro per il più gran bene di felicità – esso è la speranza.

Giove volle cioè che l’uomo, per quanto tormentato dagli altri mali, tuttavia non gettasse via la vita, e continuasse invece a farsi tormentare sempre di nuovo. Perciò egli dà agli uomini la speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

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se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! e tutto questo sarebbe mio!

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«Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l’anno scorso, con un tale. Qui c’è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado.
Una volta quest’uomo fu condotto al patibolo insieme ad altri, e gli fu letta la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione, per un delitto politico. Di lì a venti minuti gli fu letta anche la grazia, e gli fu commutata la pena. Tuttavia, nell’intervallo di tempo fra le due sentenze, che fu di circa venti minuti, o almeno un quarto d’ora, egli visse con l’assoluta convinzione che di lì a qualche minuto tutt’a un tratto sarebbe morto. Avevo sempre una voglia terribile di ascoltarlo, quando a volte egli ricordava le sue impressioni di allora, e cominciai a più riprese a interrogarlo. Egli ricordava tutto con straordinaria chiarezza, e diceva che di quei minuti non avrebbe dimenticato mai nulla.
A venti passi dal patibolo, intorno a cui c’era folla e soldati, erano stati piantati tre pali, poiché c’erano parecchi condannati. I primi tre furono condotti ai pali e legati, fu fatto loro indossare l’abito dell’esecuzione (lunghi camici bianchi) e gli furono calzati sugli occhi dei cappucci bianchi perché non vedessero i fucili. Poi, davanti a ogni palo si schierò un drappello composto di alcuni soldati. Il mio conoscente era l’ottavo della lista, quindi doveva andare al palo col terzo turno. Un prete passò da tutti col crocefisso.
Gli restavano da vivere cinque minuti, non di più. Egli diceva che quei cinque minuti gli erano parsi interminabili, una ricchezza enorme. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe vissuto tante vite, che per il momento non bisognava ancora pensare all’ultimo istante, cosicché prese varie risoluzioni: calcolò il tempo occorrente per dire addio ai suoi compagni, e per quello stabilì due minuti, altri due minuti per pensare un’ultima volta a se stesso, e poi per guardarsi intorno un’ultima volta. Ricordava molto bene che aveva preso proprio queste tre decisioni, e che aveva calcolato esattamente in quel modo. Moriva a ventisette anni, pieno di salute e di forza, e ricordava che, dicendo addio ai suoi compagni, aveva fatto a uno di essi una domanda abbastanza banale, e si era anche molto interessato alla risposta.
Poi, quando ebbe dato l’addio ai compagni, giunsero quei due minuti che egli si era assegnato per dire addio a se stesso; sapeva in anticipo a che cosa avrebbe pensato: aveva sempre desiderato immaginare con la maggior rapidità e chiarezza possibili come mai potesse accadere quella cosa, per cui in quel momento egli esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato nulla, qualcuno o qualcosa, ma chi? Dove?
Tutto ciò egli pensava di risolverlo in quei due minuti! Poco lontano di lì c’era una chiesa, e il suo tetto dorato scintillava sotto il sole fulgido. Ricordava di aver fissato con terribile ostinazione quel tetto e i raggi che di là si irradiavano. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quei raggi: gli pareva che essi fossero la sua nuova natura, e che di lì a tre minuti si sarebbe in qualche modo fuso con essi. L’incertezza e la repulsione per quella nuova cosa che sarebbe diventato, e che stava per sopraggiungere, erano orribili, ma egli diceva che in quel momento nulla era stato più penoso del pensiero incessante:
“se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”. Diceva che alla fine quel pensiero s’era tramutato in una tal rabbia, che ormai desiderava che lo fucilassero al più presto.»

Il principe d’un tratto tacque. Tutti aspettavano che continuasse e traesse una conclusione.

«Avete finito?» chiese Aglaja.
«Che? Ho finito» disse il principe, uscendo dal suo stato pensoso.
«Perché avete raccontato questo?»
«Così… M’è venuto in mente… A proposito del nostro discorso…»
«Siete molto brusco» osservò Aleksandra. «Voi, principe, volevate dedurne, giustamente, che non bisogna valutare a copeche neanche un istante, e a volte cinque minuti sono più preziosi di un tesoro. Tutto ciò è lodevole, ma permettete tuttavia, che fece poi quel compagno che vi ha raccontato simili orrori?… Infatti gli avevano commutato la pena, e quindi alla fine gli regalarono quella “vita infinita”. E allora, che ne fece poi di quella ricchezza? Visse veramente “tenendo conto” di ogni minuto?»
«Oh, no, me lo diceva egli stesso, perché anch’io glielo avevo chiesto. Non visse così, e perdette molti molti minuti.»
«Be’, allora eccovi la dimostrazione che evidentemente non si può vivere davvero tenendo conto di ogni minuto. Non si sa perché, ma non si può.»
«Sì, non si sa perché, ma non si può» ripeté il principe. «Anche a me sembrava così… Eppure in qualche modo non ci si può credere…»
«Cioè pensate di poter vivere più saggiamente di tutti?» disse Aglaja.
«Sì, qualche volta m’è venuta in mente anche quest’idea.»
«E vi viene ancora?»
«Sì… mi viene ancora» rispose il principe guardando come prima Aglaja con un sorriso dolce e persino timido, ma subito dopo scoppiò nuovamente a ridere guardandola allegramente.
«Modesto!» disse Aglaja quasi con stizza.”

Fëdor Michailovic Dostoevskij, “L’idiota”.

la morte esiste

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“Cancro, cancro, e ancora cancro. Mia madre, mio padre, mia moglie. A chi toccherà ora?

È incredibile quanta felicità, e persino quanta allegria, abbiamo a volte conosciuto insieme, dopo che ogni speranza era scomparsa. Come abbiamo parlato a lungo, quietamente, nutrendoci l’uno con l’altra, quell’ultima sera!

E tuttavia, non completamente insieme. C’è un limite all’essere “una carne sola”. La debolezza dell’altro, la sua paura, la sua sofferenza non puoi farle tue. Potrai aver paura e soffrire anche tu. È forse pensabile che tu possa aver paura e soffrire quanto l’altro, anche se diffiderei subito di chi mi assicurasse che è così. Ma sarebbe pur sempre un soffrire diverso. Quando dico paura, intendo la nuda paura animale, l’arretrare dell’organismo davanti alla propria distruzione; l’impressione di soffocare; il sentirsi un topo in trappola. Questo non lo si può trasmettere. La mente riesce a immedesimarsi, il corpo meno. Meno che mai, in un certo senso, i corpi di due amanti, perché tutti i loro scambi amorosi li hanno addestrati ad avere l’uno per l’altro sentimenti non identici, bensì complementari, correlativi, addirittura opposti.

Noi questo lo sapevamo entrambi. Io avevo le mie infelicità, e non le sue. Lei aveva le sue, e non le mie. La fine delle sue avrebbe reso adulte le mie. Ci stavamo incamminando su strade diverse. Questa fredda verità, questa terribile regolamentazione del traffico («Lei a destra, signora… Lei, signore, a sinistra»), non è che l’inizio di quella separazione che è la morte stessa.

E questa separazione ci attende tutti, presumo. Finora mi era parso che H. e io, strappati così l’uno all’altra, fossimo stati particolarmente sfortunati. Ma forse tutti gli amanti lo sono. Una volta mi disse: «Anche se morissimo entrambi nello stesso istante, qui, sdraiati fianco a fianco, non sarebbe meno separazione di quella che tu temi tanto». Naturalmente neanche lei sapeva. Ma era vicina alla morte, abbastanza vicina da sfiorare la verità. Era solita citare: «Soli nell’Uno e Solo». L’impressione, diceva, era quella. E com’è immensamente improbabile che sia altrimenti! Il tempo, lo spazio e il corpo sono state le cose che ci hanno uniti, i fili telefonici grazie ai quali comunicavamo. Isola uno dei due, o tutti e due insieme. In un caso o nell’altro la conversazione non dovrà forzatamente interrompersi?

A meno di non postulare l’immediata consegna di un altro mezzo di comunicazione, affatto diverso, ma che svolga la medesima funzione. Ma allora, a che scopo fornirci quello vecchio? Dio è forse un pagliaccio che ti strappa di mano la scodella di minestra e un attimo dopo te ne dà un’altra colma della stessa minestra? Neanche la natura arriva a questi punti. Nulla viene mai ripetuto tale e quale.

È difficile non irritarsi con quelli che dicono: «La morte non esiste», oppure: «La morte non ha importanza». La morte esiste. E tutto ciò che esiste ha importanza. E tutto ciò che accade ha conseguenze ed è, come queste, irrevocabile e irreversibile. Tanto varrebbe dire che la nascita non ha importanza. Alzo gli occhi al cielo notturno. Vi è qualcosa di più certo del fatto che in tutte quelle vastità di tempi e di spazi, se mi fosse dato di cercare, non troverei mai il suo viso, la sua voce, il tocco della sua mano? È morta. Morta. È così difficile imparare questa parola?

Non ho belle foto di lei. Non riesco nemmeno a vedere distintamente il suo viso nell’immaginazione. E invece la faccia di un qualsiasi sconosciuto colta al volo stamane tra la folla mi apparirà forse con perfetta chiarezza questa notte, non appena chiuderò gli occhi. Certo, la spiegazione è semplice. I visi di coloro che meglio conosciamo li abbiamo visti in modi così vari, da tante angolature, in tante luci, con tante espressioni – al risveglio, nel sonno, nel riso, nel pianto, mentre mangiano, parlano, pensano – che queste impressioni si affollano tutte insieme nella nostra memoria e si annullano a vicenda lasciando un’immagine sfocata.

Ma la sua voce è ancora viva. Il ricordo della sua voce, che in qualsiasi momento può fare di me un bimbo singhiozzante.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

il ricordo di una persona

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“Oggi ho rivisto un uomo che non vedevo da dieci anni. In tutto questo tempo avevo sempre creduto di ricordarmelo bene: il suo aspetto, il suo modo di parlare, le cose che diceva. I primi cinque minuti dell’uomo reale hanno polverizzato l’uomo del ricordo. Non che fosse cambiato. Tutt’altro. Continuavo a dirmi: «Ma certo, avevo dimenticato che la pensava così, che questo non gli piaceva, che conosceva il tale, che gettava indietro la testa a quel modo». Tutte queste cose un tempo le sapevo e nel rivederle le ho subito riconosciute. Ma erano svanite dal ritratto mentale che avevo di lui, e quando la sua presenza le ha rimesse al loro posto, l’effetto complessivo è stato diversissimo dall’immagine che mi ero portato dietro per tutti questi dieci anni.

Come posso sperare che la stessa cosa non accadrà al mio ricordo di H. (ndr: la moglie appena morta)? Che non stia già accadendo? Lentamente, silenziosamente, come fiocchi di neve – quei fiocchi lievi che preannunciano una nevicata che durerà tutta la notte – sulla sua immagine si stanno depositando piccole scaglie di me, mie impressioni, mie scelte. E alla fine la forma reale ne sarà completamente nascosta.

Dieci minuti, dieci secondi, della vera H. basterebbero a correggere tutto ciò. Ma anche se mi venissero concessi, un secondo più tardi i piccoli fiocchi ricomincerebbero a cadere. Il sapore aspro, mordente, purificatore, della sua alterità è scomparso.

Com’è trito e ipocrita dire: «Sarà sempre viva nel mio ricordo!». Viva? Ma è proprio quello che non sarà mai più. Tanto varrebbe credere, come gli antichi egizi, che si possono trattenere i morti imbalsamandoli.

Non riusciremo mai a persuaderci che se ne sono andati? Che cosa resta? Un cadavere, un ricordo, e (in alcune versioni) un fantasma. Parodie oppure orrori. Tre modi in più per dire “morto”. Era H. che amavo. Come potrei pensare di innamorarmi del mio ricordo di lei, di un’immagine creata dalla mia mente? Sarebbe una specie di incesto.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione

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Dopo aver perso la moglie H., Lewis scrive le seguenti parole:

“Posso in tutta onestà dire di credere che ora H. è qualcosa? La stragrande maggioranza della gente che incontro, per esempio sul lavoro, direbbe senz’altro di no. Anche se naturalmente con me non insisterebbe. Non ora, almeno. E io, che cosa penso davvero? Sono sempre riuscito a pregare per gli altri morti, e lo faccio ancora, con una certa fiducia. Ma quando cerco di pregare per H. mi arresto.

Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste. La ragione di questa differenza è anche troppo ovvia.

Non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una questione di vita o di morte. Prendiamo una corda: è facile dire che la credi sana e robusta finché la usi per legare un baule. Ma immagina di doverci restare appeso sopra un precipizio. Non vorresti prima scoprire fino a che punto te ne fidi?

Lo stesso vale con la gente. Per anni sarei stato pronto a dire che avevo completa fiducia in B.R. Poi venne il momento in cui dovetti decidere se confidargli o no un segreto molto grave, e questo dilemma gettò una luce del tutto nuova su quella che io chiamavo la mia “fiducia” in lui. Scoprii che questa fiducia non esisteva. Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione.

A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato gran che, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

la meta del viaggio

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“Il mio viaggio non era più in cerca di una cura per il mio cancro, ma per quella malattia che è di tutti: la mortalità.

Ma anche quella, è davvero una “malattia”? Qualcosa di cui temere, un “male” da cui star lontani? Magari no.

“Immagina come sarebbe affollato il mondo se fossimo tutti immortali e dovessimo restare a giro per sempre, e con noi ci dovessero essere, anche loro immortali, tutti quelli che ci hanno preceduto nei secoli!”, disse un giorno il mio vecchio compagno durante una passeggiata nella foresta. “Si tratta di capire che la vita e la morte sono due aspetti della stessa cosa.”

Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo: un viaggio di cui io stesso non so granché, tranne che la sua direzione – ora ne sono convinto – è dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre più verso il grande.”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

il suicidio come vittoria della ragione

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“Prescindendo dalle istanze che la religione pone, si può ben chiedere: perché dovrebbe essere più lodevole per un uomo invecchiato, che sente il declino delle proprie forze, attendere la propria lenta consunzione e il disfacimento, che non porre termine in piena coscienza alla propria vita?
In questo caso il suicidio è un’azione del tutto naturale e a portata di mano, che, come vittoria della ragione, dovrebbe giustamente suscitare rispetto: e lo ha anche suscitato, in quei tempi in cui i capi della filosofia greca e i più forti patrioti romani solevano morire dandosi la morte da sé.

Al contrario la brama di continuare a trascinarsi di giorno in giorno, fra angosciose consultazioni mediche e in penosissime condizioni di vita, di giungere, senza forze, ancor più vicino al termine della propria vita, è molto meno rispettabile.

Le religioni sono ricche di scappatoie contro l’istanza del suicidio. Con esse si ingraziano coloro che sono innamorati della vita.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”