perché è insensato temere la morte e perché la temiamo ugualmente

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“Se ciò che rende spaventosa la morte fosse l’idea del non essere, dovremmo allora ripensare con altrettanto orrore al tempo in cui ancora non esistevamo. È inconfutabilmente certo che il non essere successivo alla morte non è diverso da quello anteriore alla vita, e di conseguenza non può nemmeno arrecare maggiore sofferenza. Non vi è domanda più naturale di questa: un’eternità, cioè un tempo infinito, è trascorso prima della mia nascita; che cos’ero durante tutto questo tempo? La risposta corretta è: ero appunto sempre io, cioè tutti coloro che durante quel tempo dicevano “io”, erano appunto “io”. Se però non si accetta questa risposta e si suppone che invece io non esistevo affatto, posso consolarmi del tempo infinito dopo la mia morte, in cui non esisterò ugualmente, pensando al tempo infinito già trascorso senza che esistessi, poiché l’eternità a parte post senza la mia presenza può essere altrettanto terribile quanto l’eternità a parte ante senza la mia presenza, dato che entrambe non si differenziano in nulla fuorché per l’ingerenza di un effimero “sogno della vita”. Tutte le prove di una sopravvivenza dopo la morte possono essere utilizzate altrettanto bene in partem ante, e mediante esse si può dimostrare l’esistenza prima della vita – un’assunzione, questa, che gli Indù e i Buddhisti perseguono con grande coerenza. Solo l’idealità del tempo scioglie tutti questi enigmi.
Tuttavia, ciò che genera l’horror mortis non è affatto un’idea o un pensiero, bensì la cieca pulsione, la volontà di vita, che è l’essenza del nostro essere.”

Arthur Schopenhauer

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