pseudo-cose, aggeggi per vivere

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“Per i nostri avi, “una casa”, una “fontana”, una torre loro familiare, un abito posseduto erano ancora qualcosa di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’umano.

Ora ci incalzano dall’America cose nuove e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere. Una casa nel senso americano, una mela americana, o una vite americana non hanno nulla in comune con la casa, il frutto, il grappolo in cui erano riposte le speranze e la ponderazione dei nostri padri.”

1910, Rainer Maria Rilke, “Briefe aus Muzot”.

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il bisogno umano di certezze

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“La libertà non può essere acquisita in opposizione alla società. Il risultato della ribellione alle regole è una perpetua agonia di indecisione correlata a uno stato di incertezza sulle intenzioni e i movimenti di chi li circonda, qualcosa che rende probabilmente la vita un inferno. Modelli e standard imposti da forti pressioni sociali risparmiano tale agonia: grazie alla monotonia e alla regolarità dei modelli di condotta raccomandati, imposti e inculcati, gli esseri umani sanno quasi sempre come procedere e ben di rado vengono a trovarsi privi di adeguate direttive o finiscono in situazioni in cui occorre prendere decisioni e assumersene la responsabilità senza conoscerne le conseguenze, rendendo così ogni passo irto di rischi e difficile da calcolare.

Nel momento in cui l’individuo si trova nella condizione di «andare avanti e sperare nella fortuna» (come Erich Fromm ha memorabilmente affermato), si vede costretto a «bere o affogare», parte la «compulsiva ricerca di certezze», inizia la disperata ricerca di «soluzioni» in grado di «eliminare la consapevolezza del dubbio» e qualsiasi cosa prometta di «assumersi la responsabilità di garantire ’certezza’» è bene accetta.”

Bauman Zygmunt, “Modernità liquida”.

l’unico modo per non farsi consumare dal consumismo è quello di digiunare

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“Con la sua pretesa scientificità, l’economia si sta mangiando la nostra civiltà creando attorno a noi un deserto dal quale nessuno sa come uscire. Meno di tutti gli economisti.

Ma il modo c’è, dico io. E tanto per restare nel tema di questi giorni, ripropongo la mia vecchia idea: essendo fallite tutte le rivoluzioni, l’unico modo per non farsi consumare dal consumismo è quello di digiunare, digiunare da qualsiasi cosa che non sia assolutamente indispensabile, digiunare dal comprare il superfluo.

Se venissi ascoltato sarebbe la fine dell’economia. Ma se l’economia continua a imperversare come fa, sarà la fine del mondo. Basta guardare questa piccola isola thailandese dove nel giro di pochi anni le foreste sono state tagliate e le spiagge cementificate in nome del progresso e dello sviluppo economico!

Per l’economia è una «buona notizia» che la gente compri di più, costruisca di più, consumi di più. Ma l’idea degli economisti che solo consumando si progredisce è pura follia. E così che si distrugge il mondo, perché alla fine dei conti consumare vuol dire consumare le risorse della Terra. Già oggi usiamo il 120 per cento di quel che il globo produce. Ci stiamo mangiando il capitale. Che cosa resterà ai nostri nipoti?

Gandhi nel suo mondo semplice, ma preciso e morale, lo aveva capito quando diceva: «La Terra ha abbastanza per il bisogno di tutti, ma non per l’ingordigia di tutti».

Grande sarebbe oggi l’economista che ripensasse l’intero sistema tenendo presente ciò di cui l’umanità ha davvero bisogno. E non solo dal punto di vista materiale. Siccome il sistema non cambierà da sé, ognuno può contribuire a cambiarlo… digiunando.

Basta rinunciare a una cosa oggi, a un’altra domani. Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver affatto bisogno. Questo sarebbe il modo di salvarsi. Questa è la vera libertà: non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere. La libertà che conosceva bene Diogene che andava in giro per il mercato di Atene borbottando fra sé e sé: «Guarda, guarda, quante cose di cui non ho bisogno!»

Quello di cui oggi abbiamo tutti bisogno è la fantasia per ripensare la nostra vita, per uscire dagli schemi, per non ripetere ciò che sappiamo essere sbagliato.

Perché continuare a cercare soluzioni sociali o politiche in formule che si sono dimostrate fallimentari? Perché le scuole debbono essere come sono? Perché i malati debbono essere curati solo in luoghi chiamati ospedali? Perché il problema degli anziani deve essere risolto con le case di riposo? E già che quello degli anziani sia visto come un «problema» è il vero problema.

E le carceri? Come è possibile che in ogni parte del mondo, dall’Asia all’Europa, dalla Terra del Fuoco alla Lapponia, la soluzione per i criminali sia quella di chiuderli per un certo numero di anni in gabbie più o meno comode? Possibile che nessuno abbia l’ardire di inventare qualcosa di nuovo che non sia l’aggiunta della TV in cella o la visita della moglie una volta al mese?”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

puerile travaglio quotidiano

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“A volte percepiva, nella profondità dell’anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch’egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch’erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo.

Come un giocoliere coi suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell’essere suo egli non era presente a queste cose.

E qualche volta egli rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

chiunque voglia essere un uomo deve essere un anticonformista

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“Udiamo le voci delle virtù in solitudine, che diventano fioche e inudibili non appena rientriamo nel mondo.

La società cospira dovunque contro la maturazione dei suoi membri. Essa non è altro che una società per azioni i cui soci acconsentono, al fine di assicurare il pane a ciascun azionista, che colui che lo mangia debba rinunciare a libertà e cultura.

La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in se stessi ne è la piena antitesi. Il conformismo non ama la vera realtà né gli spiriti creativi, ma solo nomi e consuetudini. Chiunque voglia essere un uomo deve essere un anticonformista. Chiunque voglia cogliere le palme immortali non deve farsi intralciare dal nome della bontà, ma deve indagare se di bontà di tratta. Niente è sacro al di fuori dell’integrità della mente. Assolvi te stesso e avrai il consenso del mondo.”

Ralf Emerson, “La fiducia in se stessi”.

la costanza e la perseveranza nella vita

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“L’ordinamento sistematico, secondo il tempo e secondo la forma, delle nostre attività subordinate, ha anche altri vantaggi notevoli che val pure la pena di ricordare. Esso rende infatti possibile un lavoro molto più intenso e fecondo; che l’attività saltuaria e disordinata: le grandi opere sono compiute dal lavoro paziente e perseverante, non dagli sforzi tumultuari e temporanei a cui succedono inevitabilmente periodi di depressione e d’inerzia. In secondo luogo rende possibile l’utilizzazione perfetta del tempo che si perde spesso cosi scioccamente e che non manca mai a chi sa metterlo a profitto: quando ogni giorno ed ogni parte del giorno ha il suo compito assegnato, non vi è più luogo ad esitazioni, a pigre incertezze: tutto è fatto a suo tempo ed è fatto a fondo come esige l’ordine prefisso.
Infine la vita ordinata e sistematica, imponendo ad ogni ora il suo compito, ci salva dal pericolo delle fantasticherie vane in cui si disperdono spesso inutilmente il tempo e l’energia interiore; ci tien lontani dai lavori oziosi, nei quali ci illudiamo di essere attivi, mentre in realtà cerchiamo solo in essi il mezzo di sfuggire ad occupazioni più necessarie, ma più penose; e ci sostiene infine nelle ore di avvilimento e di tristezza, in cui unico rimedio è l’abitudine del lavoro perseverante e regolare.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

come fare acquistare forza a un buon proposito

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“Naturalmente la ripetizione quotidiana non deve essere una stanca ed affrettata ripetizione meccanica di parole. Le parole sono soltanto dei segni astratti e morti, che non hanno alcuna ripercussione sulla vita interiore; esse debbono servire alla rievocazione delle immagini, che sole hanno reale efficacia; ma se la rievocazione non ha luogo, non giovano a nulla. Non bisogna quindi appagarsi di una ripetizione verbale: bisogna arrestarsi ad ogni massima, commentare mentalmente ogni parola, cercando di richiamare con tutta la vivezza possibile le immagini che essa suggerisce.

È un precetto che ci impone di essere forti dinanzi al dolore? Bisogna rievocare in noi il ricordo dei momenti dolorosi in cui abbiamo trovato la forza di resistere, assaporare la soddisfazione profonda che questa superiorità ci ha procurato, richiamare la visione degli esempi di vigore d’animo che ci hanno riempito il cuore di ammirazione e di invidia: quale forza non acquisterà in noi questo proposito quando venga così costantemente per un lungo tempo esercitato e tenuto presente, come una suggestione efficace, allo spirito!

A questa meditazione dei principi i moralisti antichi consigliano di aggiungere l’esercizio, vale a dire di farne mentalmente l’applicazione ai casi immaginati o reali della vita. Epitteto, specialmente, nei Discorsi, ce ne offre eccellenti esempi. Quando ci siamo proposti una norma di vita, noi dobbiamo considerarne le possibili applicazioni e chiederci: Che cosa farei in questa circostanza? Quale dovrebbe essere la mia condotta, se dovessi cadere in povertà? Se una malattia mi colpisse? Avrei l’energia di dirigere i miei atti secondo le norme che con tanta saggezza ho stabilito? E più efficace ancora sarà l’applicazione ai casi reali, la comparazione tra la nostra condotta e il nostro ideale, l’esame di coscienza fatto giorno per giorno nella quiete della propria stanza, alla sera quando tacciono attorno a noi le agitazioni del mondo e più viva risuona nell’anima la voce del nostro giudice interiore, piena di profondi avvertimenti e di salutari ammonizioni.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.