cercare di scorgere la propria anima nello specchio

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“Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto.
Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l’estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l’espressione fedele del proprio carattere.
Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta.”

Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

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dove sono le cause prime a cui appoggiarmi, dove sono le fondamenta? 

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“Mi sono illuso di vivere per noia, signori, per noia; l’’inerzia mi soffocava. Infatti il frutto diretto, legittimo, naturale della coscienza è l’’inerzia, cioè un cosciente star con le mani in mano. L’’ho già accennato sopra. Ripeto, ripeto con più forza: tutti gli uomini immediati e d’’azione sono attivi proprio perché ottusi e limitati. Come lo si può spiegare? Ecco come: per colpa della loro limitatezza scambiano le cause dirette e secondarie per cause prime, in tal modo si convincono più in fretta e facilmente degli altri di aver trovato un fondamento inconfutabile alla propria opera, e così si tranquillizzano; il che è essenziale. Perché per cominciare ad agire bisogna che si sia preventivamente del tutto tranquilli, e che non resti più alcun dubbio. Ma io, per esempio, come posso tranquillizzarmi? Dove sono per me le cause prime a cui appoggiarmi, dove le fondamenta? Dove andrò a prenderle? Mi esercito nella riflessione, e di conseguenza per me ogni causa prima se ne trascina dietro un’’altra, ancora precedente, e così via all’’infinito. Proprio questa è l’’essenza di ogni coscienza e di ogni riflessione. Quindi siamo daccapo alle leggi di natura. Qual è infine il risultato? Ma sempre lo stesso.

Ricordate: poco sopra ho parlato della vendetta. Ho detto: l’’uomo si vendica perché vede in questo la giustizia. Dunque, ha trovato la causa prima, ha trovato il fondamento, ovverosia la giustizia. Quindi è tranquillo da tutti i lati, e di conseguenza si vendica tranquillamente ed efficacemente, essendo convinto di fare una cosa onesta e giusta. Mentre io qui di giustizia non ne vedo, e anche di virtù non ce ne trovo alcuna, e di conseguenza, se mi metterò a vendicarmi, sarà forse soltanto per cattiveria. La cattiveria, naturalmente, potrebbe vincere tutto, tutti i miei dubbi e, dunque, potrebbe assai efficacemente fungere da causa prima, proprio perché non è una causa. Ma che farci, se non ho neppure cattiveria (prima avevo cominciato proprio da questo)?

Il rancore, in me, di nuovo in conseguenza di quelle maledette leggi della coscienza, è soggetto a decomposizione chimica. Guardi e l’’oggetto si volatilizza, le ragioni evaporano, il colpevole non si trova, l’’offesa diventa non offesa ma fato, qualcosa come il mal di denti, di cui nessuno è colpevole, e di conseguenza ancora una volta non resta che la solita via d’’uscita, cioè picchiare dolorosissimamente contro il muro. E allora lasci perdere, giacché non hai trovato la causa prima. Ma prova un po’’ a lasciarti trascinare ciecamente dal tuo sentimento, senza ragionamenti, senza una causa prima, scacciando la coscienza almeno per il momento; odia oppure ama, pur di non stare con le mani in mano. Dopodomani, al più tardi, comincerai a odiarti perché ti sei consapevolmente preso in giro. Risultato: una bolla di sapone e l’inerzia.

Oh, signori, forse io mi considero un uomo intelligente solo perché per tutta la vita non ho potuto iniziare né concludere nulla. Sia pure, sia pure, sono un chiacchierone, un chiacchierone innocuo e molesto, come tutti noi. Ma che farci mai, se il destino immediato e unico di qualsiasi persona intelligente è la chiacchiera, cioè un deliberato pestare acqua nel mortaio?”

Fëdor Dostojevski, “Memorie dal sottosuolo”.

la felicità può venire solo da dentro

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“Nel campo teoretico lo stolto dogmatismo ha voluto spiegare tutto con rapporti tra gli oggetti, soprattutto con il principio di ragione sufficiente: a un dio faceva fabbricare il mondo, decidere sugli uomini, eccetera. I saggi Indiani partivano dal soggetto, dall’àtman. L’essenziale è che il soggetto ha rappresentazioni, non il collegamento delle rappresentazioni tra loro. Se, basandoci sul metodo degli Indiani, partiamo dal soggetto, ecco di colpo il mondo insieme al principio di ragione sufficiente che domina in esso, non importa quale sia il lato da cui si vuol cominciare a osservarlo. Se partiamo dall’oggetto e costruiamo, come allora è inevitabile, con la calce del principio di ragione sufficiente, pietra su pietra, non possiamo mai trovare le fondamenta su cui poggia l’edificio, né la sommità che deve reggerne la corona. È ugualmente uno stolto nel campo pratico chi crede che le determinazioni essenziali della sua vita, la sua felicità o infelicità debbano venire dall’esterno, dall’oggetto. Solo dall’interno possono venire. L’essenziale non è quali oggetti gli si presentano, ma come egli li considera e come si determina in base a essi.”

Arthur Schopenhauer

non lasciatevi intorpidire di fronte al miracolo della vita

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“Cos’ha la morte che non va? Di cosa abbiamo così mortalmente paura? Perché non trattare la morte con un po’ di umanità e dignità e decenza e, Dio non voglia, perfino di umorismo? Signori, il vero nemico non è la morte. Vogliamo combattere le malattie? Combattiamo la più terribile di tutte: l’indifferenza.
Nelle vostre aule ho assistito a disquisizioni sul transfert e la distanza professionale. Il transfert è inevitabile, signore. Ogni essere umano ha un impatto su di un altro. Perché vogliamo evitarlo in un rapporto paziente-medico? È sbagliato quello che insegnate nelle vostre lezioni, la missione di un medico non deve essere solo prevenire la morte ma anche migliorare la qualità della vita. Ecco perché se si cura una malattia si vince o si perde… se si cura una persona vi garantisco che, in quel caso, si vince qualunque esito abbia la terapia.
Qui vedo oggi un’aula piena di studenti di medicina. Non lasciatevi anestetizzare, non lasciatevi intorpidire di fronte al miracolo della vita. Vivete sempre con stupore il glorioso meccanismo del corpo umano. Questo deve essere il fulcro dei vostri studi e non la caccia ai voti che non vi daranno alcuna idea di che tipo di medico potrete diventare. E non aspettate di essere in corsia per acquistare la vostra umanità, sviluppate subito la capacità di comunicare, parlate con gli estranei, con gli amici, con chi sbaglia numero, con chi vi capita.
E coltivate l’amicizia di quelle stupende persone che vedete in fondo all’aula. Infermiere che possono insegnarvi, stanno con la gente tutti i giorni, fra sangue e merda, e hanno un patrimonio di conoscenza da condividere con voi! E così fate con quei professori che non sono morti dal cuore in su, condividete la compassione che hanno, fatevi contagiare.
Signore io voglio fare il medico con tutto il mio cuore. Io volevo diventare medico per assistere il mio prossimo, e per questo motivo ho perso tutto, però così ho anche guadagnato tutto: ho condiviso le vite dei pazienti e del personale dell’ospedale, abbiamo riso insieme e pianto insieme. Questo è ciò che voglio fare nella mia vita. E Dio mi sia testimone, comunque decidiate oggi, signori, guarderò ancora con fiducia il mio scopo: diventare il miglior medico che il mondo abbia mai visto. Voi avete la facoltà di impedire che io mi laurei, potete impedirmi di ottenere il titolo, il camice bianco, ma non potete controllare il mio spirito, non potete impedirmi di apprendere, non potete impedirmi di studiare. A voi la scelta: avermi come collega di lavoro, passionale, oppure avermi come voce fuori dal coro, sincera e determinata. In entrambi i casi verrò forse considerato una spina, ma vi prometto una cosa: sarò una spina che non riuscirete a togliere.”

Tratto da “Patch Adams”, un film di Tom Shadyac con Robin Williams.

clicca qui per vedere la scena recitata da Robin Williams

la pace interiore, meditazione

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Qui di seguito riporto l’essenza del discorso tenuto pubblicamente da S.N. Goenka, insegnante di meditazione Vipassana, a Berna nel 1980. :

“Tutti noi cerchiamo pace e armonia, perché questo è ciò che manca alla nostra vita. Quando sperimentiamo agitazione, irritazione, disarmonia., quando soffriamo per queste miserie, non le limitiamo a noi stessi; le distribuiamo anche agli altri. L’infelicità pervade l’atmosfera attorno a chi è miserabile.

Dovremmo vivere in pace con noi stessi e con gli altri, dopotutto l’essere umano è un essere sociale.

Per poter essere sollevati dalla nostra miseria, dobbiamo conoscerne la ragione di base, la causa della sofferenza. Se esaminiamo il problema, ci appare chiaro che quando iniziamo a generare nella mente una qualche negatività o impurità, siamo destinati a divenire infelici. Negatività e impurità nella mente non possono coesistere con pace e armonia.

Come iniziamo a generare negatività? Ancora, investigando, la cosa diviene chiara. Diventiamo tesi e infelici quando troviamo qualcuno che si comporta in un modo che non ci piace, o quando scopriamo che sta succedendo qualcosa che non è di nostro gradimento. Succedono cose indesiderate e cominciamo a creare tensione dentro di noi. Non accade ciò che desideriamo, sulla nostra strada sorgono degli ostacoli, e di nuovo generiamo tensione in noi stessi; creiamo dei nodi dentro di noi. E nel corso della vita continuano ad accadere cose indesiderate, ciò che vogliamo potrà avverarsi oppure no, e questo processo di reazione, di creare nodi fa sì che l’intera nostra struttura mentale e fisica divenga così tesa, così piena di negatività che la vita diventa miserabile.

Ora,  è impossibile organizzare le cose in modo che nulla di indesiderato avvenga mai e che tutto vada esattamente così come lo vogliamo. Non esiste nessuno al mondo i cui desideri vengano sempre esauditi.

In India le persone sagge e sante risolvono così: quando qualcosa di indesiderato accade e si inizia a reagire generando negatività, allora, appena è possibile, si deve spostare la propria attenzione su qualcos’altro. Per esempio ci si alza, si prende un bicchiere d’acqua, si beve; la collera non potrà moltiplicarsi e comincerà a placarsi. Oppure ci si mette a contare: uno, due, tre, quattro; oppure si comincia a ripetere una parola, o una frase, o un mantra, magari il nome di una divinità o di una persona a cui si è devoti – e così la mente si svia e, fino ad un certo punto, ci si libera dalla negatività, dalla rabbia.

Questa soluzione è utile, tuttavia funziona solo a livello conscio. In effetti, sviando l’attenzione, si spinge la negatività nel profondo dell’inconscio e a quel livello le stesse impurità continuano a prodursi e a moltiplicarsi. Alla superficie c’è uno strato di pace ed armonia, ma nel profondo della mente giace un vulcano addormentato di negatività rimossa che prima o poi esploderà con una violenta eruzione.

Altri esploratori della verità interiore si sono spinti più lontano nella loro ricerca: sperimentando all’interno di se stessi la realtà della mente e della materia, compresero che sviare l’attenzione è solo un modo di sfuggire al problema. La fuga non è una soluzione: occorre affrontare il problema. Ogni volta che della negatività sorge nella mente, semplicemente osservatela, affrontatela. Non appena ci si mette a osservare un’impurità mentale, essa inizia a perdere forza. Gradualmente si affievolisce e viene sradicata. È una buona soluzione che evita entrambi gli estremi: sia la soppressione, sia la libera manifestazione. Il mantenere la negatività nell’inconscio non la sradicherà; d’altra parte, permettendole di manifestarsi nell’azione fisica o verbale, si creeranno soltanto nuovi problemi. Invece, se si osserva semplicemente, l’impurità svanisce e la negatività viene estirpata.

La difficoltà è che non siamo consapevoli di quando ha inizio una negatività. Incomincia in profondità, nella mente inconscia, e quando raggiunge il livello conscio ha acquistato una forza tale che ci travolge e non riusciamo a osservarla. Non appena chiudo gli occhi e cerco di osservarla, nella mia mente si presenta immediatamente l’oggetto della mia rabbia – la persona o la situazione che le ha dato inizio. Ma allora non sto osservando la rabbia stessa. Sto solo osservando lo stimolo esterno di quell’emozione. Questo non farà che moltiplicare la collera, il che non è certo una soluzione. È molto difficile osservare una negatività astratta, un’emozione astratta, separata dall’oggetto esterno che l’ha provocata.

Se non si riesce a cogliere l’inizio della negatività ecco allora una soluzione pratica. Una persona normale non riesce ad osservare le impurità astratte della mente: paura, collera o passione astratte. Ma con un allenamento e una pratica adeguati, diventa molto semplice osservare il respiro e le sensazioni nel corpo, che sono entrambe collegate direttamente con le impurità mentali. Non appena ne sorge una, il respiro perde la sua normalità e avverte: “Attenzione, c’è qualcosa che non va!” E non possiamo rimproverare il respiro, dobbiamo accettare l’avvertimento. Così anche le sensazioni ci avvertiranno che c’è qualcosa che non funziona. Allora, così avvertiti, iniziamo a osservare il respiro, iniziamo a osservare le sensazioni. E ben presto scopriamo che la negatività svanisce. Osservando il respiro o le sensazioni, stiamo di fatto osservando le impurità mentali. Anziché sfuggire al problema, affrontiamo la realtà così come è. Scopriremo che le impurità perdono la loro forza e non riescono più a travolgerci come in passato. Se perseveriamo, alla fine esse scompaiono completamente e cominciamo a vivere una vita pacifica e felice, una via progressivamente libera dalle negatività. Lasciamo che le impurità si manifestino e poi svaniscano.

Più si pratica questa tecnica e più rapidamente le negatività si dissolveranno. Gradualmente la mente si libera dalle impurità, e diviene pura. Una mente pura è sempre piena di amore, amore disinteressato per gli altri, piena di compassione per le debolezze e le sofferenze degli altri; gioiosa dei loro successi e della loro felicità; piena di equanimità in ogni situazione.

Quando si arriva a questo stadio, tutto l’andamento della propria vita cambia. Diventa impossibile fare – verbalmente o fisicamente – qualcosa che disturbi la pace e l’armonia degli altri. Anzi, la mente equilibrata non solo diventa piena di pace, ma anche l’atmosfera circostante diverrà colma di pace e armonia, e questo inizierà a influenzare anche gli altri, e ad aiutarli.

Imparando a rimanere equilibrati di fronte a qualsiasi esperienza interiore, si sviluppa il distacco anche da tutto ciò che si incontra nelle situazioni esterne. Questo distacco non è però fuga o indifferenza riguardo ai problemi del mondo. Coloro che praticano regolarmente Vipassana diventano più sensibili alle sofferenze degli altri e fa del suo meglio per alleviarle – non con l’agitazione, ma con una mente piena di amore, compassione ed equanimità. Imparano la santa indifferenza: come essere pienamente impegnati, pienamente coinvolti nell’aiutare gli altri, mantenendo allo stesso tempo una mente equilibrata. Così, mentre si lavora per la pace e la gioia degli altri, si rimane felici e in pace.

Questo è ciò che ha insegnato il Buddha, un’arte di vivere. Egli non fondò e non insegnò una religione o un “ismo”. Non istruì mai i suoi seguaci a praticare riti o rituali, delle vuote e cieche formalità. Al contrario, insegnò a osservare semplicemente la natura così come è, osservando la propria realtà interiore. Per ignoranza continuiamo a reagire in modi che sono nocivi per noi e per gli altri. Ma quando la saggezza sorge – la saggezza di osservare la realtà così come è – allora si esce dall’abitudine di reagire. Quando smettiamo di reagire ciecamente, allora diveniamo capaci di agire davvero – con azioni che nascono da una mente equilibrata, una mente che vede e comprende la verità. Tali azioni non potranno essere che positive, creative, utili per noi stessi e per gli altri.

Questa esperienza diretta della nostra realtà interiore, questa tecnica di auto-osservazione viene chiamata “meditazione Vipassana”. Nella lingua dell’India ai tempi del Buddha, passana significava guardare, vedere ad occhi aperti, nella maniera abituale. Ma vipassana è osservare le cose così come sono in realtà, non semplicemente come sembrano essere. Si deve penetrare la verità apparente fino a raggiungere la verità fondamentale dell’intera struttura mentale e fisica.

L’apprendimento, durante un corso di meditazione Vipassana, si svolge in tre passi. In primo luogo ci si deve astenere da ogni azione fisica e verbale che disturbi la pace e l’armonia degli altri e cioè condurre una vita morale e coerente con la propria coscienza. Non si può lavorare per liberarsi dalle impurità della mente e, nel contempo, continuare a compiere atti, con il corpo e con la parola, che le moltiplichino. Il passo successivo è quello di sviluppare la padronanza su questa nostra mente selvaggia, esercitandola a rimanere fissa su di un solo oggetto: il respiro. Si cerca di mantenere la propria attenzione sulla respirazione il più a lungo possibile. Non si tratta di un esercizio di respirazione; non si deve controllare il respiro. Si osserva la respirazione naturale così come è, mentre entra e mentre esce. In questo modo si acquieta ulteriormente la mente, così che non venga più sopraffatta da intense negatività. Nel contempo si sta concentrando la mente, la si rende acuta e penetrante, capace di lavorare più in profondità. L’ultimo passo è purificare la mente dalle impurità, mediante lo sviluppo di una percezione diretta della propria natura. Questo è Vipassana: sperimentare la propria realtà tramite l’osservazione sistematica e spassionata dentro di noi del fenomeno mente-materia, che è in continuo mutamento e che si manifesta come sensazioni. Questo è l’apice dell’insegnamento del Buddha: auto-purificazione mediante auto-osservazione. È qualcosa che può essere praticato da chiunque. Tutti affrontano il problema della sofferenza. È una malattia universale che richiede un rimedio universale, non un rimedio settario. Quando si soffre a causa della rabbia, non si tratta di rabbia buddista, induista o cristiana: la rabbia è rabbia. E quando ci si agita a causa della collera, non è un’agitazione cristiana, induista o buddista. La malattia è universale. Anche il rimedio dev’essere universale. Nessuno obietterà nei confronti di un codice di vita che rispetta la pace e l’armonia degli altri. Nessuno obietterà verso lo sviluppare il controllo della mente. Nessuno può avere obiezioni verso lo sviluppare la comprensione profonda della propria natura, una comprensione che permette di liberare la mente dalle negatività. Vipassana è una via universale. Osservare la realtà così come è, osservando la verità al proprio interno: questo è conoscersi direttamente ed esperienzialmente. E a mano a mano che si pratica, ci si libera dalla miseria delle impurità mentali. Dalla verità grossolana, esteriore, apparente, si penetra fino alla verità ultima della mente e della materia. Poi la si trascende e si sperimenta una verità che sta oltre la mente e la materia, oltre il tempo e lo spazio, oltre il campo condizionato della relatività: la verità della totale liberazione da tutte le negatività, tutte le impurità, tutte le sofferenze. Non ha importanza che nome si dia a questa verità ultima: essa è la meta finale per tutti.”

l’apparenza gonfiata dall’opinione

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“Non dire a te stesso più di quello che le prime rappresentazioni ti fanno conoscere dell’oggetto. Ti riferiscono che un certo individuo ti diffama: ma con questo non ti si dice che tu ne sia danneggiato.
[…] Procura quindi di attenerti sempre alle prime rappresentazioni, e non aggiungervi nulla di tuo; in questo modo, non ti succederà mai nulla. Anzi aggiungi, sì, qualcosa, ma solo in quanto tu conosca ognuno degli eventi che accadono nel mondo.”

Marco Aurelio