assaporare la meraviglia di essere un corpo vivente

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“Io penso però che dovremmo andare oltre i concetti, oltre la dimensione mentale. Dovremmo entrare veramente in contatto con la realtà, con il mistero contenuto nella natura e dentro di noi. L’arte ci può essere di grande aiuto al riguardo perché risveglia in noi il senso della meraviglia. Quale meraviglia? Quella che nasce constatando che il mondo è dotato di organizzazione e bellezza. Solo da organizzazione e bellezza infatti possono nascere fenomeni così complessi come la nostra vita e la nostra intelligenza, e l’arte è corona e celebrazione di tutto questo.

So bene che la vita e l’intelligenza non nascono e non sussistono senza dolore, tutto ciò che vive è impastato di dolore: ma l’arte è celebrazione anche di questo dolore. Anzi, senza la sofferenza la vera arte non nasce. È vero: i nostri corpi sono segnati dalla vita, lo saranno sempre più fino a esserne consumati, la vita preme e spreme, passa su di noi, ci segna, ci fende, ci solca, ci ferisce.

E tuttavia assaporare la meraviglia di essere un corpo vivente, giungere alla libera consapevolezza di ciò, e generare bellezza dentro e fuori di noi in accordo con la legge cosmica dell’armonia, è un’esperienza per la quale vale la pena essere. E Il sale della vita. E il sigillo dell’essere umani.”

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.

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solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione

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Dopo aver perso la moglie H., Lewis scrive le seguenti parole:

“Posso in tutta onestà dire di credere che ora H. è qualcosa? La stragrande maggioranza della gente che incontro, per esempio sul lavoro, direbbe senz’altro di no. Anche se naturalmente con me non insisterebbe. Non ora, almeno. E io, che cosa penso davvero? Sono sempre riuscito a pregare per gli altri morti, e lo faccio ancora, con una certa fiducia. Ma quando cerco di pregare per H. mi arresto.

Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste. La ragione di questa differenza è anche troppo ovvia.

Non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una questione di vita o di morte. Prendiamo una corda: è facile dire che la credi sana e robusta finché la usi per legare un baule. Ma immagina di doverci restare appeso sopra un precipizio. Non vorresti prima scoprire fino a che punto te ne fidi?

Lo stesso vale con la gente. Per anni sarei stato pronto a dire che avevo completa fiducia in B.R. Poi venne il momento in cui dovetti decidere se confidargli o no un segreto molto grave, e questo dilemma gettò una luce del tutto nuova su quella che io chiamavo la mia “fiducia” in lui. Scoprii che questa fiducia non esisteva. Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione.

A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato gran che, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

nessuna risposta

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“Quando pongo le domande fondamentali davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta.

Ma è un “nessuna risposta” di tipo speciale. Non è la porta sprangata. Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda. Come a dire: «Zitto, bimbo; tu non capisci».

Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta. Quante ore ci sono in un metro? Giallo è quadrato o rotondo? È probabile che buona parte dei nostri interrogativi – buona parte delle nostre grandi questioni teologiche e metafisiche – siano domande di questo genere”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

Pensare, Aspettare, Digiunare

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“Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito.

Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.

Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

i nostri pensieri scartati

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“Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e custodire quel barlume di luce che guizza dentro la sua mente, più che lo scintillio del firmamento di bardi e sapienti. Mentre invece chiunque rinuncia al suo pensiero – e proprio perché è il suo.
In ogni opera di genio riconosciamo i nostri pensieri scartati, per poi sentirli tornare a noi ammantati di una maestà che altri hanno saputo dare loro. Le grandi opere d’arte non hanno per noi lezione più significativa: ci insegnano ad affidarci alle nostre genuine impressioni con serena inflessibilità, e sopratutto nel momento in cui l’intero clamore di voci si trova sulla sponda opposta.
Anzi, potrebbe essere un estraneo, domani, a dirci esattamente e con magistrale buon senso ciò che nel frattempo abbiamo già pensato e avvertito, e allora saremo costretti, con vergogna, ad accogliere da un altro quella che era la nostra opinione.”

Ralf Emerson, “La fiducia in se stessi”.

il pensiero simultaneo di verità contraddittorie

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“Una formula intellettuale può essere superiore agli attacchi della vita solo se accoglie in sé tutta la vita, con tutte le sue varietà e le contraddizioni presenti e future.
Una formula intellettuale può essere verità solo se prevede tutte le obiezioni. Ma per prevedere tutte le obiezioni bisogna assumerle.
Ne deriva che la verità è un giudizio che racchiude in sé anche il limite, che la verità è un giudizio autocontraddittorio. La verità è contraddizione per il raziocinio. Tesi e antitesi costituiscono insieme l’espressione della verità; in altre parole la verità è antinomica e non può non essere tale.”

Pavel Florenskij, “La colonna e il fondamento della verità”

pensare con il cuore

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“«Vedi», diceva Ochwìa Biano, «quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.»
Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi.
«Dicono di pensare con la testa», rispose.
«Ma certamente. Tu con che cosa pensi?» gli chiesi sorpreso.
«Noi pensiamo qui», disse, indicando il cuore.”

Carl Gustav Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”.