dovremmo stare attenti a non fare dell’intelletto il nostro dio

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“Noi dovremmo stare attenti a non fare dell’intelletto il nostro dio. Esso ha, naturalmente, muscoli possenti, ma non è dotato di alcuna personalità. Non può guidare, può solo servire; e non è esigente nella sua scelta di un capo. Questa caratteristica si riflette nella qualità dei suoi sacerdoti, gli intellettuali. L’intelletto ha la vista lunga in fatto di metodi e strumenti, ma è cieco rispetto ai fini e ai valori.

I nostri antenati ebrei, i profeti e gli antichi saggi cinesi compresero e proclamarono che il fattore più importante nel dare forma alla nostra esistenza umana e individuare e fissare una meta; e la meta è una società di esseri umani liberi e felici che si prodighino con costante sforzo interiore per liberarsi dal retaggio degli istinti antisociali e distruttivi.
È in questo sforzo che l’intelletto può offrire l’aiuto più potente. I frutti dello sforzo intellettivo, insieme allo sforzarsi in sé, in cooperazione con l’attività creativa dell’artista, danno contenuto e senso alla vita.”

Albert Einstein, “Il fine dell’esistenza umana”.

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apollineo e dionisiaco

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“Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero.
La vostra origine è materna.
Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva.

Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità.
A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte.
La vostra patria è la terra, la nostra è l’idea.
Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto.
Tu sei un artista, io un pensatore.
Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto.
A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi…”

Hesse Hermann, “Narciso e Boccadoro”.

la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici

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“La libertà di pensiero si spinge fino a questo punto, ossia fino al centro del pensiero stesso, a maggior ragione essa opera nei confronti dei grandi problemi metafisici, come quello dell’eternità o non eternità dell’universo, quello della mortalità o immortalità dell’anima e quello sull’esistenza o meno di un Assoluto.

Su questo argomento il Buddha ebbe un colloquio assai significativo e chiarificatore con un suo discepolo, Malunkyaputta. Alla fine del colloquio, il Buddha cercò di spiegarsi ricorrendo a un’analogia: chi si pone problemi di questo tipo assomiglia a un uomo ferito da una freccia il quale, prima di farsela togliere, esige di sapere a che classe appartenga chi l’ha colpito, quale sia il suo nome, la sua statura, la sua carnagione, da quale villaggio provenga, quale tipo di arco, di corda e di frecce ha usato. Ovviamente il malcapitato morirebbe dissanguato prima di avere avuto risposta anche a uno solo di questi interrogativi.
Parimenti, conclude il Buddha, la vita felice non dipende dalla soluzione dei grandi problemi metafisici: qualsiasi sia la posizione che si assume nei riguardi di essi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, la morte, la sofferenza, «di cui già in questa vita io insegno a realizzare la fine».”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

Schopenhauer, il miglior apostolo del Buddha in Europa, ma al tempo stesso anche il suo peggior allievo 

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“Insomma, se la metafisica, cioè la mistica, di Schopenhauer, guarda a Oriente, la sua filosofia pratica, cioè la sua saggezza, guarda talmente a Occidente da impedirgli una adeguata valorizzazione del lato positivo degli insegnamenti del Buddha, con cui tale saggezza in parte concorda. Questa distanza pregiudiziale dal suo Buddha appare tanto più accentuata se si considera il distacco – inconcepibile nella prospettiva orientale – che Schopenhauer pone programmaticamente fra teoria e prassi della salvezza:
«Non è necessario», scrive nel Mondo «a un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo: dire il contrario, sarebbe come sostenere che un bell’uomo debba di necessità essere un grande scultore, o che un grande scultore debba anche essere un bell’uomo».
Ma proprio questo iato, tutto moderno-occidentale, tra percorso di vita e percorso di pensiero, questo primato della teoria e della metafisica trascendentale sulla prassi esistenziale e meditativa, l’accesso speculativo, astratto, disincarnato alla spiritualità e alla salute, è l’impensabile tout court per un «buddhista». Il che vale sia per l’opera sia per la vita di Schopenhauer, almeno stando a quanto ne emerge se si sfogliano le pagine del suo diario segreto. Quello che ci parla da queste carte manoscritte non è certo un santo, e nemmeno un saggio, bensì appunto un filosofo, un metafisico, un anacoreta del pensiero puro, che identifica aristotelicamente vita felice e vita teoretica: «Volere il meno possibile e conoscere il più possibile» annota, «è la massima che ha guidato la mia vita». Ciò significa, di fatto, che la vita, la volontà, la persona, il corpo, la prassi esistenziale di Schopenhauer furono da lui ridotte al minimo indispensabile per offrire un mero punto d’appoggio all’uomo intellettuale immortale. Qui non v’è alcuna traccia di Yoga e meditazione. A dispetto del Buddhismo del suo estensore, il diario non custodisce insegnamenti del Buddha, e le massime di vita che Schopenhauer riserva, in segreto, a se stesso, sono esclusivamente finalizzate a tutelare l’esercizio di capacità intellettuali superiori a un uomo che si intese niente più che come un «monaco dello spirito», dedito a una vita puramente mentale. Ma non v’era né gioia né salute né quiete in questo monaco. Le pagine che raccolgono le sue riflessioni più intime – in cui si rispecchia la sua intera opera edita e inedita – ci consegnano la figura di un uomo melanconico, malato di solipsismo, un misantropo-misogino sdegnosamente arroccato su se stesso, che fece dello homo homini lupus, e non già del tat tvam usi, la legge della propria vita. Non vi fu estasi indofila e indologica che poté mai guarire il filosofo Schopenhauer dal suo inestirpabile pessimismo e dal suo occidentalissimo senso tragico della vita e dell’esistenza – radicati nella metafisica tragica della volontà -, che gli impedirono di indicare qualsiasi altra via di conoscenza, di trasformazione e di superamento di sé e dei mali del mondo che non consistesse esclusivamente nella loro drastica, disperata negazione.
Il fatto che personaggi del calibro di Nietzsche, von Hartmann, Scheler, Schweitzer, Jaspers, Keyserling, Mann, Hesse, Fromm debbano a Schopenhauer il proprio vivido interesse per l’India e il Buddhismo – e che ancora oggi il suo nome resti universalmente legato alla diffusione della cultura orientale in Occidente – dimostra che egli, a suo modo, fu senz’altro il miglior apostolo del Buddha in Europa. Ma al tempo stesso fu forse, anche, il suo peggior allievo. Malgré lui.”

Giovanni Gurisatti

i libri dell’anima

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“Alla meditazione ed all’esercizio delle norme direttive della vita dovrebbe andar unita sempre la lettura di qualche libro dell’anima; ciascuno dovrebbe scegliere tra i volumi eterni che hanno servito di guida e di conforto alla umanità attraverso i secoli, quello o quelli che più si avvicinano alla sua concezione ideale, e servirsene come d’un viatico quotidiano, onde attingerne materia per le proprie meditazioni, consolazione nelle avversità, forza nelle risoluzioni. Tale è stata per molti secoli la Bibbia; tali possono essere anche oggi per molti, secondo le loro credenze, il Vangelo, l’lmitazione di Cristo, i Discorsi di Epitteto, le Meditazioni di M. Aurelio, i Doveri dell’Uomo di Mazzini, gli Aforismi di Schopenhauer. Anche le Opere letterarie possono servire a questo fine, specialmente quelle che congiungono alla
bellezza la profondità del pensiero; come pure le biografie di uomini grandi, che possono infiammarci col loro esempio.
L’essenziale è che ciascuno scelga, secondo le proprie preferenze, il libro o i libri nei quali ha trovato un contorto ed una guida nella vita, e che rimanga ad essi fedele come ad un amico prezioso ed inseparabile.”

Piero Martinetti

Qual’è invece il libro che vi da forza e vi consola? Quale vi guida verso l’ideale della vostra vita?

il bisogno umano di “venerare”

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“La preoccupazione più assillante e tormentosa per l’uomo, fintanto che rimane libero, è quella di trovare al più presto qualcuno da venerare. Ma l’uomo vuole venerare qualcosa di inconfutabile, tanto inconfutabile che tutti gli uomini acconsentano immediatamente a venerarlo insieme. Giacché la preoccupazione di questi poveri esseri consiste non solo nel trovare qualcosa che uno o l’altro possano venerare, ma trovare quel qualcosa in cui tutti credano e che tutti venerino; la condizione essenziale è che si sia assolutamente tutti insieme. Ecco, questa esigenza di comunione nella venerazione è il principale tormento di ogni uomo, preso singolarmente, come dell’intera umanità, dall’inizio dei secoli.
Per questa comune venerazione essi si sono trucidati fra loro a colpi di spada. Essi hanno creato dei e si sono sfidati l’un l’altro: “Gettate via i vostri dei e venite a venerare i nostri, altrimenti sarà la morte per voi e per i vostri dei!”
E così sarà fino alla fine del mondo, persino quando anche gli dei saranno scomparsi dalla faccia della terra: allora cadranno in ginocchio davanti agli idoli.”

Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov. Il Grande Inquisitore.

tutti possono aggiungere qualcosa

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“Nutro venerazione per le scoperte della saggezza e per chi le opera. Mi piace venirne in possesso come se fossero eredità di molti. Queste conquiste, questi sforzi sono stati fatti per me. Ma comportiamoci come un buon padre di famiglia, ampliamo il patrimonio ricevuto; quest’eredità passi accresciuta da me ai posteri. Da fare resta ancora molto e molto ne resterà, e a nessuno, sia pure fra mille secoli, sarà negata la possibilità di aggiungere qualche cosa ancora.”

Seneca