per l’uomo odierno tutto è relativo

escher_csg026_encounter

“Un tipo siffatto passerebbe la sua vita togliendosi soddisfazioni a seconda del desiderio che prevale; talora nell’ebrezza o fra suoni di flauto, tal altra fra digiuni e brindisi d’acqua; talvolta passando il tempo in esercizi ginnici, tal altra nell’ozio più assoluto e qualche volta addirittura avendo l’aria di darsi alla filosofia. Spesso poi si atteggerebbe a uomo politico, e allora lo vedresti saltare su nell’assemblea a dire e fare quel che gli passa per la mente; e quando gli venisse la voglia di emulare i militari, sarebbe tutto dalla loro parte, e lo stesso farebbe a riguardo degli uomini d’affari. E così il suo modo di vivere non ha né un criterio né una legge, ma chiamando la sua bella vita, spensierata e dolce, la consuma tutta in tale maniera. Il discorso veritativo, quello non l’accoglie né lo fa entrare nella sua fortezza; anzi, se qualcuno gli ricordasse che certi piaceri vengono da desideri buoni e leciti, e altri da desideri illeciti, e che i primi vanno coltivati e tenuti in pregio, mentre i secondi vanno repressi e tenuti a freno, egli a ognuna di queste considerazioni risponderebbe con un cenno di diniego, affermando che tutti i desideri sono uguali e degni di uguale considerazione”

Platone, Repubblica

bisogna parlare all’amato umiliandolo e sminuendolo

keisaku20zen

“«Dunque è così, caro Liside: le cose in cui siamo saggi tutti ce le affidano, Elleni e barbari, uomini e donne, e in esse faremo ciò che vogliamo e nessuno deliberatamente ce lo impedirà, ma in esse saremo liberi, comanderemo sugli altri, saranno cose nostre e quindi ne trarremo vantaggi. Invece le cose nelle quali non saremo abili nessuno ce le affiderà per farne quel che ci pare, ma tutti ce lo impediranno per quanto possono, non solo gli estranei ma anche nostro padre, nostra madre e coloro che ci sono ancora più vicini, e in esse dipenderemo dagli altri e ci saranno estranee, poiché non ne trarremo guadagno alcuno. Sei d’accordo che la questione stia in questi termini?»
«Sono d’accordo».
«Dunque allora saremo amici di qualcuno e qualcuno ci amerà in relazione a ciò in cui non potremo essere di utilità alcuna?»
«No di certo», rispose.
«Dunque ora né tuo padre ama te, né un altro amerà chi è inutile».
«Così pare», disse.
«Se dunque diventi sapiente, ragazzo, tutti ti saranno amici e intimi – perché sarai utile e buono – altrimenti nessun altro, nemmeno tuo padre, tua madre e i parenti ti saranno amici. Pertanto, Liside, è possibile essere orgogliosi di sé nelle cose in cui non si sa ancora pensare?»
«E come potrebbe essere?», chiese.
«E se dunque hai bisogno di un maestro non sai ancora pensare».
«Dici il vero».
«Quindi non puoi essere capace di grandi pensieri, se sei ancora privo di pensiero».
«Per Zeus, Socrate, non mi sembra», disse.
Io, dopo averlo ascoltato, mi voltai verso Ippotale e poco mancò che non commettessi un grande errore, poiché mi venne da dire: «Così, Ippotale, bisogna parlare all’amato, umiliandolo e sminuendolo e non, come fai tu, insuperbendolo e blandendolo».
Però, vedendolo in ansia e turbato da ciò che si diceva, mi ricordai che voleva assistere senza che Liside se ne accorgesse, quindi mi ripresi e mi trattenni dal rivolgergli la parola.”

Platone, Liside

la natura di Eros

20ubwxg

“Quando nacque Afrodite, gli dei si riunirono a banchettare e fra gli altri c’era anche Poros, Risorsa, figlio di Metis, Intelligenza Astuta. Dopo che ebbero cenato, vista l’abbondanza di cibo, arrivò a mendicare Penia, Povertà, e sì fermo sull’uscio. Poros, intanto, ubriaco di nettere (al tempo, il vino ancora non esisteva), entrò nel giardino di Zeus e cascante di sonno si addormentò. Penia, vista la sua povertà, macchinando astutamente di avere un figlio da Poros, sì sdraiò accanto a lui e rimase incinta di Eros.
È per questo che Eros è seguace e aiutante di Afrodite, perché è stato concepito nel giorno in cui si festeggiava la nascita di Afrodite e, allo stesso tempo, è per natura amante del bello visto che Afrodite è bella. Peraltro, in quanto figlio di Poros e Penia, a Eros è capitato questo destino: innanzitutto, è sempre povero e non è per niente delicato e bello, come crede la maggior parte delle persone, ma è duro e sciatto e scalzo e senzatetto, sempre pronto a sdraiarsi per terra senza coperte, per dormire all’addiaccio sulle porte e per strada, perché ha la natura della madre: convive perennemente con la privazione. Da parte di padre, invece, è un macchinatore astuto in agguato ai belli e ai buoni, coraggioso, impetuoso, veemente, cacciatore terribile, sempre occupato a ordire trame, desideroso di saggezza e ricco di risorse, amante della sapienza per tutta la vita, terribile mago e incantatore e sofista; non è nato immortale né mortale, ma nello stesso giorno fiorisce e vive, quando trova la buona risorsa, e poi muore, e di nuovo torna a vivere grazie alla natura del padre; e quel che si procaccia con le sue risorse scivola sempre via, e così Eros non è mai senza risorse né ricco, e inoltre sta in mezzo fra sapienza e ignoranza. Le cose infatti stanno così: nessuno degli dei filosofa ossia ama la sapienza né desidera diventare sapiente, infatti lo è già, e nessuno che sia sapiente ama la sapienza.
Neppure gli ignoranti filosofano, ossia amano la sapienza, né desiderano diventare sapienti, poiché proprio questo ha di grave l’ignoranza, che a chi non è bello, né buono, né saggio sembra invece di esserlo a sufficienza. E dunque chi non crede di essere carente non desidera ciò di cui non crede di aver bisogno.
“Ma Diotima, -dissi io,- chi sono allora i filosofi, ossia gli amanti della sapienza, se non sono né i sapienti né gli ignoranti?”
“È chiaro anche a un ragazzino,-disse lei,- sono quelli che si trovano in posizione intermedia fra i due, e tra di essi c’è anche Eros. La sapienza infatti è fra le cose più belle, e Eros è Eros del bello. Così è necessario che Eros sia filosofo, amante di sapienza, perché l’amante della sapienza è in posizione intermedia fra il sapiente e l’ignorante.”

Platone, Simposio

procreazione, lo slancio verso l’immortalità

2012

“La natura mortale cerca per quanto le è possibile di essere sempre e di essere immortale. Ma può farlo solo in questo modo, attraverso la procreazione, perché lascia sempre dietro di sé, al posto del vecchio, qualcos’altro di nuovo.
In effetti, anche nel tempo in cui ogni singolo vivente vive e si dice che sia lo stesso -per esempio si dice che è la stessa persona chi dalla fanciullezza arriva la vecchiaia – , questi, in realtà, non mantiene mai in se stesso le medesime cose, eppure è considerato identico, ma sempre diventa nuovo, perdendo altre cose, sia per quel che riguarda i capelli, sia per la carne sia per le ossa, sia per il sangue, sia per tutto quanto il corpo.
E non solo per quel che riguarda il corpo, ma anche per l’anima: modi, abitudini, opinioni, desideri, piaceri, dolori, paure, ciascuna di queste cose non rimane mai la stessa in ognuno, ma alcune nascono, altre muoiono. Ancora più strano è che anche le conoscenze, non solo alcune nascono e altre muoiono in noi, e quindi noi non siamo mai gli stessi neppure rispetto alle conoscenze, ma addirittura a ciascuna delle conoscenze, singolarmente, capita la stessa cosa.
Infatti, quel che si chiama “studiare” esiste perché una conoscenza se ne va: la dimenticanza è il ritirarsi di una conoscenza, mentre lo studio, instillando al contrario un nuovo ricordo al posto di quello che si è ritirato, salva la conoscenza, tanto che sembra sia sempre la stessa.
E questo è il modo in cui si salva tutto ciò che è mortale: non rimanendo sempre completamente identico, come il divino, ma perché ciò che si ritira e invecchia lascia dietro di sé qualcos’altro di giovane, simile a come esso stesso era. Attraverso questo artificio il mortale partecipa all’immortalità, sia quanto al corpo sia quanto a tutti gli altri aspetti. Non meravigliarti, allora, se ogni essere onora, per natura, il proprio germoglio: infatti è per l’immortalità che ognuno è preso da questa cura e questo eros.”

Platone, Simposio

conoscere è ricordare

photo

“A parlare sono i sacerdoti e le sacerdotesse, ai quali sta a cuore essere in grado di discutere di ciò di cui hanno il ministero; ma parla anche Pindaro e molti altri poeti, tutti quelli che sono divini. Ed ecco cosa dicono: esamina dunque se ti sembra che dicano il vero. Affermano infatti che l’anima dell’uomo è immortale, e che talora finisce – e questo lo chiamano morire – talora invece nasce di nuovo, ma non perisce mai; per questo dunque bisogna vivere il più possibile una vita pia. Dal momento che l’anima è immortale e nasce più volte, ed ha contemplato tutte le cose, sia qua sia nell’Ade, non c’è niente che essa non abbia imparato; sicché non desta meraviglia il fatto che essa sia capace di ricordare, sulla virtù e sul resto, ciò che sapeva anche prima. Infatti poiché la natura tutta è congenere e l’anima ha appreso tutto quanto, nulla impedisce che, ricordando una sola cosa – e questo gli uomini lo chiamano appunto apprendimento – uno trovi da se stesso anche tutto il resto, se è coraggioso e non si stanca di cercare: cercare e apprendere infatti sono in generale reminiscenza. Non bisogna dunque credere a questo ragionamento eristico: esso infatti ci renderebbe pigri ed è dolce da ascoltare per gli uomini privi di nerbo, mentre l’altro rende operosi e atti alla ricerca; poiché io credo che dica il vero, voglio cercare assieme a te cosa sia la virtù.”

Platone, Menone.