l’individualità è mera apparenza

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“«L’individualità è reale; il pincipium individuationis, la separazione degli individui, è la natura delle cose in sé; ogni individuo è un essere sussistente per sé; solo il mio io, come appare nella coscienza, è il mio vero essere»: questa verità è testimoniata da carne e ossa, ma su di essa si fonda anche ogni malvagità, e ogni azione malvagia ne è l’espressione.
Invece: «L’individualità è mera apparenza; il principium individuationis è una mera forma dell’apparenza; la separazione degli individui avviene soltanto nella rappresentazione; il mio autentico essere in sé esiste in ogni altro essere altrettanto immediatamente di quanto si rivela a me nella mia coscienza».: questa è la conoscenza che si manifesta come compassione, su cui si fonda pertanto ogni virtù autentica e di cui ogni buona azione è l’espressione.
Chi è virtuoso, nobile e amichevole non fa che tradurre la mia metafisica in azioni, non con giri di parole o mezze frasi, bensì in modo del tutto immediato. Chi è vizioso, insensibile ed egoista non fa che negare la mia metafisica tramite l’azione.”

Arthur Schopenhauer

amare è una catarsi etica

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“A chi esercita le opere dell’amore il velo della Māyā è caduto dagli occhi, e l’illusione del principium individuationis lo ha abbandonato. Egli riconosce se stesso in ogni essere, e anche nel sofferente: lo abbandona la follia con cui la volontà di vivere che non conosce bene se stessa, qui, in questo individuo, gode fuggevoli, illusori piaceri mentre là, in quell’individuo, soffre e pena, e non vede che come Atreo divora vorace la propria carne, e si lamenta là di una sofferenza senza colpa, qui delinque senza timore della nemesi, in entrambi i casi perché conosce solo l’apparenza, che è dominata dal principio di ragione sufficiente, non la cosa in sé, la volontà, che si oggettiva in tutto eppure è soltanto una; essere risanati da questo vaneggiamento e accecamento della Māyā ed esercitare le opere dell’amore è tutt’uno: chi è giunto a questo punto fa di ogni sofferenza che vede la propria; e trovando che non hanno fine le privazioni e le rinunce per mitigare le sofferenze altrui, che continuano ad accrescersi, questo continuo privarsi e questo continuo conoscere la miseria inseparabile dalla vita, e la nullità dei piaceri che egli sacrifica, tutto questo smorza la volontà di vivere in lui, fino a che essa si estingue del tutto e per lui vi è redenzione.”

Arthur Schopenhauer

ogni sofferenza di questo mondo è la tua

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“Chi alla vista delle sofferenze altrui soffre quanto per le proprie, chi ne viene spinto a rimuovere quelle sofferenze sacrificando quei mezzi con cui può soddisfare la propria volontà, conservare la propria esistenza, costui è beato, è virtuoso. Base ultima di ogni virtù, o piuttosto sua vera e propria essenza, è la conoscenza dell’identità dell’unica volontà in tutte le sue apparenze, e dell’inganno del principium individuationis, tramite cui le altre individualità appaiono come diverse dalla propria, e così pure le loro sofferenze. Questa conoscenza nella sua vivezza non è comunicabile in concetti astratti, come non lo è la virtù, che è appunto tutt’uno con essa.
L’amore è lo stato di un uomo mosso dalla sofferenza che vede più che da quella che sente lui stesso. Ogni benvolere verso altri è infatti una specie di compatire, è desiderio di mitigare le loro sofferenze: perché tutti i loro desideri sono solo e sempre sofferenze che possono essere messe a tacere. I piaceri mentono infatti al desiderio facendogli credere di essere qualcosa di positivo, un bene: ma sono solo qualcosa di negativo, la fine di un male.
Se penetri con lo sguardo il principium individuationis, ogni sofferenza di questo mondo è la tua: questa conoscenza si manifesta in ciò, che mitigare le sofferenze altrui ti sta a cuore quanto mitigare le tue, e diventa un quietivo della volontà di vivere, a cui di conseguenza rinunci. Se non vi penetri con lo sguardo, ogni sofferenza del mondo ti è estranea e indifferente, e solo quel che hai esperito tu stesso può infrangere e convertire in te la volontà.”

Arthur Schopenhauer

la scala di tutti gli uomini

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“Dall’affermazione della volontà di vivere nel più tracotante e cieco schiavo del principium individuationis alla sua negazione assoluta nel più distaccato asceta buddhistico, nel “superatore dei mondi” c’è la scala di tutti gli uomini, la cui esistenza è vissuta secondo innumerevoli forme, tutte comprese però entro questi due estremi. Nella vita di ciascuno domina l’affermazione oppure la negazione della volontà di vivere, sia pure negli aspetti più attenuati, più contorti, più contaminati: afferma chi è posseduto, nelle configurazioni eccelse e infime della vita e della società umana, dal demone della bramosia, dell’attività, della potenza, cosi come nega chi, anche nell’esistenza più modesta, è incline a rinunciare, a cercare un rifugio, a contemplare, a conoscere.”

Giorgio Colli, prefazione di Parerga e Paralipomena.