la costanza e la perseveranza nella vita

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“L’ordinamento sistematico, secondo il tempo e secondo la forma, delle nostre attività subordinate, ha anche altri vantaggi notevoli che val pure la pena di ricordare. Esso rende infatti possibile un lavoro molto più intenso e fecondo; che l’attività saltuaria e disordinata: le grandi opere sono compiute dal lavoro paziente e perseverante, non dagli sforzi tumultuari e temporanei a cui succedono inevitabilmente periodi di depressione e d’inerzia. In secondo luogo rende possibile l’utilizzazione perfetta del tempo che si perde spesso cosi scioccamente e che non manca mai a chi sa metterlo a profitto: quando ogni giorno ed ogni parte del giorno ha il suo compito assegnato, non vi è più luogo ad esitazioni, a pigre incertezze: tutto è fatto a suo tempo ed è fatto a fondo come esige l’ordine prefisso.
Infine la vita ordinata e sistematica, imponendo ad ogni ora il suo compito, ci salva dal pericolo delle fantasticherie vane in cui si disperdono spesso inutilmente il tempo e l’energia interiore; ci tien lontani dai lavori oziosi, nei quali ci illudiamo di essere attivi, mentre in realtà cerchiamo solo in essi il mezzo di sfuggire ad occupazioni più necessarie, ma più penose; e ci sostiene infine nelle ore di avvilimento e di tristezza, in cui unico rimedio è l’abitudine del lavoro perseverante e regolare.”

Piero Martinetti, “Educare la volontà”.

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che cos’’è meglio: una felicità a buon mercato o elevate sofferenze?

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“”E non sarà meglio, non sarà meglio””, fantasticavo ormai a casa, soffocando con le fantasie il dolore vivo del cuore, ““non sarà meglio se lei porterà con sé l’’offesa per sempre? L’’offesa è infatti una purificazione; è la più bruciante e dolorosa presa di coscienza! Domani stesso avrei insozzato la sua anima e avrei sfinito il suo cuore. Mentre ora l’’offesa non si estinguerà mai in lei, e per quanto sudicio sia il fango che l’’attende, l’’offesa la eleverà e purificherà… con l’’odio… hmm… forse anche col perdono… E del resto starà forse meglio per questo?””.
In effetti, ecco che pongo una domanda oziosa da parte mia: che cos’’è meglio: una felicità a buon mercato o elevate sofferenze? E allora, che cos’è meglio?”

Fëdor Dostojevski, “Memorie dal sottosuolo”.

E voi cosa dite?

ci è di peso essere uomini – con un corpo e sangue vero, nostro

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“Mi sembra di aver commesso un errore, cominciando a scriverle. Per lo meno ho provato vergogna per tutto il tempo, scrivendo questo racconto: dunque non è più letteratura, ma una punizione destinata a emendarmi. Infatti raccontare, per esempio, lunghe storie su come ho mancato la mia vita per la corruzione morale consumata nel mio cantuccio, per la mancanza di un ambiente sociale, la disabitudine alla vita e il vano risentimento covato nel sottosuolo – quanto è vero Dio, non è interessante; in un romanzo ci vuole un eroe, e qui sono raccolte apposta tutte le caratteristiche di un antieroe, e l’’essenziale è che tutto ciò produrrà un’’impressione spiacevole, perché siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno.

Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’’autentica “”vita vera”” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’’autentica “”vita vera”” quasi una fatica, poco meno che un lavoro, e siamo tutti d’’accordo, in cuor nostro, che sui libri è meglio. E perché ci arrabattiamo talvolta, perché facciamo stravaganze, che cosa chiediamo? Non sappiamo neppure noi che cosa. E staremmo peggio, se le nostre stravaganti richieste venissero accolte. Ebbene, provate un po’’ a darci, per esempio, più indipendenza, slegate le mani a chiunque di noi, ampliate la nostra sfera di attività, indebolite la tutela, e noi… ma ve l’’assicuro: chiederemo subito di ritornare sotto tutela. So che forse vi arrabbierete con me per questo, griderete, pesterete i piedi: “”Parli per sé, direte, e per le sue miserie del sottosuolo, e non si azzardi a dire: “‘tutti noi”’”.”

Permettete, signori, io non mi giustifico affatto con questa generalizzazione. Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più “vivo” di voi. Ma guardate più attentamente! Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami! Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare! Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’’idea. Ma basta; non voglio più scrivere ““dal Sottosuolo””… ”

Fëdor Dostojevski, “Memorie dal sottosuolo”.

dove sono le cause prime a cui appoggiarmi, dove sono le fondamenta? 

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“Mi sono illuso di vivere per noia, signori, per noia; l’’inerzia mi soffocava. Infatti il frutto diretto, legittimo, naturale della coscienza è l’’inerzia, cioè un cosciente star con le mani in mano. L’’ho già accennato sopra. Ripeto, ripeto con più forza: tutti gli uomini immediati e d’’azione sono attivi proprio perché ottusi e limitati. Come lo si può spiegare? Ecco come: per colpa della loro limitatezza scambiano le cause dirette e secondarie per cause prime, in tal modo si convincono più in fretta e facilmente degli altri di aver trovato un fondamento inconfutabile alla propria opera, e così si tranquillizzano; il che è essenziale. Perché per cominciare ad agire bisogna che si sia preventivamente del tutto tranquilli, e che non resti più alcun dubbio. Ma io, per esempio, come posso tranquillizzarmi? Dove sono per me le cause prime a cui appoggiarmi, dove le fondamenta? Dove andrò a prenderle? Mi esercito nella riflessione, e di conseguenza per me ogni causa prima se ne trascina dietro un’’altra, ancora precedente, e così via all’’infinito. Proprio questa è l’’essenza di ogni coscienza e di ogni riflessione. Quindi siamo daccapo alle leggi di natura. Qual è infine il risultato? Ma sempre lo stesso.

Ricordate: poco sopra ho parlato della vendetta. Ho detto: l’’uomo si vendica perché vede in questo la giustizia. Dunque, ha trovato la causa prima, ha trovato il fondamento, ovverosia la giustizia. Quindi è tranquillo da tutti i lati, e di conseguenza si vendica tranquillamente ed efficacemente, essendo convinto di fare una cosa onesta e giusta. Mentre io qui di giustizia non ne vedo, e anche di virtù non ce ne trovo alcuna, e di conseguenza, se mi metterò a vendicarmi, sarà forse soltanto per cattiveria. La cattiveria, naturalmente, potrebbe vincere tutto, tutti i miei dubbi e, dunque, potrebbe assai efficacemente fungere da causa prima, proprio perché non è una causa. Ma che farci, se non ho neppure cattiveria (prima avevo cominciato proprio da questo)?

Il rancore, in me, di nuovo in conseguenza di quelle maledette leggi della coscienza, è soggetto a decomposizione chimica. Guardi e l’’oggetto si volatilizza, le ragioni evaporano, il colpevole non si trova, l’’offesa diventa non offesa ma fato, qualcosa come il mal di denti, di cui nessuno è colpevole, e di conseguenza ancora una volta non resta che la solita via d’’uscita, cioè picchiare dolorosissimamente contro il muro. E allora lasci perdere, giacché non hai trovato la causa prima. Ma prova un po’’ a lasciarti trascinare ciecamente dal tuo sentimento, senza ragionamenti, senza una causa prima, scacciando la coscienza almeno per il momento; odia oppure ama, pur di non stare con le mani in mano. Dopodomani, al più tardi, comincerai a odiarti perché ti sei consapevolmente preso in giro. Risultato: una bolla di sapone e l’inerzia.

Oh, signori, forse io mi considero un uomo intelligente solo perché per tutta la vita non ho potuto iniziare né concludere nulla. Sia pure, sia pure, sono un chiacchierone, un chiacchierone innocuo e molesto, come tutti noi. Ma che farci mai, se il destino immediato e unico di qualsiasi persona intelligente è la chiacchiera, cioè un deliberato pestare acqua nel mortaio?”

Fëdor Dostojevski, “Memorie dal sottosuolo”.

le idee non hanno potere senza sentimenti

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“Le idee, secondo Payot, non hanno sopra di noi alcun potere; ciò che l’idea ha di potenza esecutiva le viene dalla sua alleanza con i sentimenti. L’intelligenza, si dice, quando si trova a lottare sola, senza soccorso straniero, contro la potenza delle passioni, è condannata alla sconfitta.
Quanti, per esempio, sanno le conseguenze alle quali conducono l’alcolismo, il fumo, l’imprevidenza e le altre debolezze! E tuttavia alla prima tentazione tutta questa saggezza si dissipa per ritornare più tardi, nel momento degli inutili rimpianti. Le idee possono avere un’efficacia sulla volontà solo quando sono in connessione strettissima coi sentimenti.”

Piero Martinetti

l’educazione della volontà

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“Se noi analizziamo la vita nostra e dei nostri simili, vediamo che non le doti fisiche, né l’intelligenza, né i doni della fortuna hanno l’influenza maggiore sul destino, individuale; ma l’energia, la volontà, il dominio di sé, la costanza dello sforzo. Tutti più o meno chiaramente sentiamo che la forza di volontà è la misura del valore di un uomo e che l’esercizio di una vita attiva, diretta da una volontà energica è la sorgente più ricca e più sicura di serenità e di gioia. Quando ci volgiamo indietro a considerare i nostri anni passati, non possiamo reprimere un senso di tristezza al pensiero della vita che trasvola inesorabile verso la morte: se qualche cosa può consolarci è la coscienza di ciò che abbiamo operato e raggiunto: il tempo perduto nelle frivolezze quotidiane e non riempito da un’attività energica appare veramente qualche cosa di vano e di triste, un sogno che si perde nel nulla. Tutti ugualmente sentiamo che la causa di quasi tutti i nostri mali e dei nostri insuccessi è sempre una sola: la mollezza della nostra volontà, la mancanza di energia. L’inerzia, la passività interiore è anche la sorgente di tutte le debolezze e di tutti i vizi: le passioni possono scatenarsi anche nell’uomo più padrone di sé, ma prendono piede e trionfano soltanto là dove manca l’energia di una volontà vigile e costante.

Tutti riconoscono più o meno chiaramente queste verità; eppure quanto pochi sono quelli che si preoccupano di coltivare in se medesimi una dote cosi preziosa ed essenziale! Pare anzi che la maggior parte degli uomini si preoccupi di passar la vita col minimo necessario di attività e di sforzo: là dove non è spinta innanzi dalla necessità o dalla forza, essa preferisce adagiarsi nella quiete delle abitudini tradizionali, piegarsi passivamente alle circostanze, subire anziché agire. E questa deficienza di una volontà energica e personale si traduce anche nei sistemi tradizionali di educazione: i quali si propongono in generale di coltivare nell’uomo le doti superficiali ed esteriori, di perfezionare la sua cultura tecnica, di svolgere le sue capacità intellettuali ed estetiche, ma abbandonano quasi completamente a sé la sua natura più profonda, la sua volontà e le sue tendenze. A questo difetto è dovuta la scarsa influenza dell’educazione moderna sulla vita: impotenza che tutti riconoscono e tutti lamentano, e che non sarà possibile sanare senza una trasformazione radicale dei metodi educativi presenti.

La stessa deficienza si osserva nei risultati ottenuti dall’educazione popolare al nostro tempo. Con le scuole, con i libri con tutti i mezzi possibili si è cercato di illuminare le moltitudini e di elevarne il livello intellettuale; che cosa si è ottenute in fondo se non di accrescere l’inquietudine e i desideri e di dare nuovi alimenti e nuovi strumenti alla corruzione? La cultura esclusiva dell’intelligenza non solo non ha servito a creare un’umanità migliore, ma anzi ha esercitato sulla volontà e sulla vita, per quanto almeno appare, un’azione dissolvente, alla quale non si è saputo opporre alcun rimedio efficace.”

Piero Martinetti