si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

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“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

l’uomo: il più orgoglioso, il più folle

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“Hanno successo solo le filosofie e le religioni che ci lusingano, lo facciano in nome del progresso o dell’inferno. Dannato o no, l’uomo prova un bisogno assoluto di essere al centro di tutto. Anzi, unicamente per questa ragione è uomo, è diventato uomo. E se un giorno non provasse più quel bisogno, sarebbe costretto a eclissarsi a vantaggio di un altro animale più orgoglioso e folle.”

Emil Cioran. L’inconveniente di essere nati.

il bisogno umano di cause per non brancolare nel buio

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“Fin dai suoi primordi l’umanità si è difesa dall’angoscia dell’imprevedibile andando affannosamente alla ricerca di nessi di causalità che consentissero, in presenza di un evento, di reperirne la causa. Quando la causa non era reperibile su questa terra, la si cercava in cielo, nell’intervento di Dio. Da qui sono nate le religioni, che rispondono al bisogno irrinunciabile di rintracciare nessi di causalità per non brancolare nel buio e nell’indecifrabile di fronte agli eventi incomprensibili della terra.”

Galimberti Umberto. L’ospite inquietante.

a cosa servono i riti religiosi?

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“Tutte le diverse forme di pratiche devote alle quali le religioni danno così grande importanza, adempiono precisamente allo stesso ufficio, che è di rendere viva e presente alla coscienza la dottrina contenuta nei dogmi, di trasformare le verità religiose in convinzioni efficaci ed in sentimenti. Se sovente esse mancano a questo loro compito, ciò avviene perché vengono intese in un senso esteriore e superficiale; non come mezzi di provocare una disposizione interiore, ma come atti dotati per se stessi di un carattere di santità e di efficacia miracolosa.”

Piero Martinetti

il bisogno umano di “venerare”

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“La preoccupazione più assillante e tormentosa per l’uomo, fintanto che rimane libero, è quella di trovare al più presto qualcuno da venerare. Ma l’uomo vuole venerare qualcosa di inconfutabile, tanto inconfutabile che tutti gli uomini acconsentano immediatamente a venerarlo insieme. Giacché la preoccupazione di questi poveri esseri consiste non solo nel trovare qualcosa che uno o l’altro possano venerare, ma trovare quel qualcosa in cui tutti credano e che tutti venerino; la condizione essenziale è che si sia assolutamente tutti insieme. Ecco, questa esigenza di comunione nella venerazione è il principale tormento di ogni uomo, preso singolarmente, come dell’intera umanità, dall’inizio dei secoli.
Per questa comune venerazione essi si sono trucidati fra loro a colpi di spada. Essi hanno creato dei e si sono sfidati l’un l’altro: “Gettate via i vostri dei e venite a venerare i nostri, altrimenti sarà la morte per voi e per i vostri dei!”
E così sarà fino alla fine del mondo, persino quando anche gli dei saranno scomparsi dalla faccia della terra: allora cadranno in ginocchio davanti agli idoli.”

Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov. Il Grande Inquisitore.

non accontentatevi

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“Se si considera fino in fondo quanto sia grande e coinvolgente il problema di questa nostra esistenza così ambigua, tormentata, effimera e simile al sogno – talmente grande e coinvolgente da mettere in ombra e nascondere tutti gli altri problemi e obiettivi; e se si considera come, nondimeno, tutti gli uomini, tranne alcune rarissime eccezioni, non abbiano una chiara consapevolezza di tale problema, anzi non sembrino nemmeno rendersene conto, infatti costoro si occupano di tutto fuorché di tale problema, vivendo alla giornata e interessandosi soltanto del breve lasso di tempo occupato dal loro futuro personale, sicché o respingono recisamente quel problema, o si rassegnano volentieri ad affrontarlo mediante i sistemi popolari della filosofia, ovvero le religioni, la cui incoerenza è tale da costringerli a sostituirne la mancanza di evidenza e di fondatezza con minacce in questo o nell’altro mondo, anzi, di quando in quando, addirittura con roghi, e si accontentano di tutto questo.
Se dunque si considera sino in fondo quanto detto fin qui, d’ora innanzi non ci si potrà più meravigliare di qualsiasi tratto di superficialità, di dabbenaggine e di stupidità, bensì si saprà una volta per tutte che l’orizzonte intellettuale dell’uomo ordinario non è poi così differente (come invece si suppone) da quello dell’animale, la cui esistenza è come se coincidesse interamente con il presente, senza riferimento al passato e al futuro, e la cui coscienza è limitata in tutto e per tutto alla comprensione dell’attimo. Che senso ha una filosofia per esseri simili? Se però l’altezza del valore intellettuale può essere correttamente stimata in base al grado in cui un uomo si rende conto e si occupa del problema dell’esistenza, in quali sublimi altezze si collocano allora gli Indù e gli antichi Egizi rispetto agli Europei!”

Arthur Schopenhauer

le religioni

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“In nessun caso potrà esservi una filosofia accessibile a tutti gli uomini e universalmente valida, poiché la differenza nel grado di intelligenza è troppo grande. La vera filosofia, quando compare, ha davvero valore solo per pochi, per menti di prima categoria, e non importa se gli altri le rendono o meno omaggio in ossequio all’autorità, cosa che sono sempre disposti a fare nella consapevolezza della propria incapacità filosofica. Accanto a una simile filosofia ci dovranno sempre essere anche altre filosofie per la seconda, la terza e la quarta classe; fra queste ultime, le filosofie per le classi inferiori compaiono solitamente nella veste dell’autorità assoluta, cioè come religioni.
Le verità non sono fatte per la moltitudine, poiché l’unica cosa che davvero le si adatta è piuttosto qualsiasi dogma opportunamente comprensibile e in buoni rapporti con la morale, sotto forma o di religione o di filosofia. Ne consegue che la filosofia autentica non è adatta a essere insegnata ex cathedra, come se fosse accessibile a tutti; piuttosto, concepita da menti straordinarie per menti altrettanto straordinarie e conservata per iscritto, essa dev’essere accessibile a chiunque ne sia alla ricerca e ne abbia bisogno; per gli altri rimane invece un libro chiuso. In ogni caso le religioni possono essere più o meno vicine a tale filosofia, come l’Induismo e il Buddhismo.”

Arthur Schopenhauer