l’individualità è mera apparenza

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“«L’individualità è reale; il pincipium individuationis, la separazione degli individui, è la natura delle cose in sé; ogni individuo è un essere sussistente per sé; solo il mio io, come appare nella coscienza, è il mio vero essere»: questa verità è testimoniata da carne e ossa, ma su di essa si fonda anche ogni malvagità, e ogni azione malvagia ne è l’espressione.
Invece: «L’individualità è mera apparenza; il principium individuationis è una mera forma dell’apparenza; la separazione degli individui avviene soltanto nella rappresentazione; il mio autentico essere in sé esiste in ogni altro essere altrettanto immediatamente di quanto si rivela a me nella mia coscienza».: questa è la conoscenza che si manifesta come compassione, su cui si fonda pertanto ogni virtù autentica e di cui ogni buona azione è l’espressione.
Chi è virtuoso, nobile e amichevole non fa che tradurre la mia metafisica in azioni, non con giri di parole o mezze frasi, bensì in modo del tutto immediato. Chi è vizioso, insensibile ed egoista non fa che negare la mia metafisica tramite l’azione.”

Arthur Schopenhauer

Schopenhauer, il miglior apostolo del Buddha in Europa, ma al tempo stesso anche il suo peggior allievo 

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“Insomma, se la metafisica, cioè la mistica, di Schopenhauer, guarda a Oriente, la sua filosofia pratica, cioè la sua saggezza, guarda talmente a Occidente da impedirgli una adeguata valorizzazione del lato positivo degli insegnamenti del Buddha, con cui tale saggezza in parte concorda. Questa distanza pregiudiziale dal suo Buddha appare tanto più accentuata se si considera il distacco – inconcepibile nella prospettiva orientale – che Schopenhauer pone programmaticamente fra teoria e prassi della salvezza:
«Non è necessario», scrive nel Mondo «a un santo, di essere filosofo, come non è necessario che il filosofo sia santo: dire il contrario, sarebbe come sostenere che un bell’uomo debba di necessità essere un grande scultore, o che un grande scultore debba anche essere un bell’uomo».
Ma proprio questo iato, tutto moderno-occidentale, tra percorso di vita e percorso di pensiero, questo primato della teoria e della metafisica trascendentale sulla prassi esistenziale e meditativa, l’accesso speculativo, astratto, disincarnato alla spiritualità e alla salute, è l’impensabile tout court per un «buddhista». Il che vale sia per l’opera sia per la vita di Schopenhauer, almeno stando a quanto ne emerge se si sfogliano le pagine del suo diario segreto. Quello che ci parla da queste carte manoscritte non è certo un santo, e nemmeno un saggio, bensì appunto un filosofo, un metafisico, un anacoreta del pensiero puro, che identifica aristotelicamente vita felice e vita teoretica: «Volere il meno possibile e conoscere il più possibile» annota, «è la massima che ha guidato la mia vita». Ciò significa, di fatto, che la vita, la volontà, la persona, il corpo, la prassi esistenziale di Schopenhauer furono da lui ridotte al minimo indispensabile per offrire un mero punto d’appoggio all’uomo intellettuale immortale. Qui non v’è alcuna traccia di Yoga e meditazione. A dispetto del Buddhismo del suo estensore, il diario non custodisce insegnamenti del Buddha, e le massime di vita che Schopenhauer riserva, in segreto, a se stesso, sono esclusivamente finalizzate a tutelare l’esercizio di capacità intellettuali superiori a un uomo che si intese niente più che come un «monaco dello spirito», dedito a una vita puramente mentale. Ma non v’era né gioia né salute né quiete in questo monaco. Le pagine che raccolgono le sue riflessioni più intime – in cui si rispecchia la sua intera opera edita e inedita – ci consegnano la figura di un uomo melanconico, malato di solipsismo, un misantropo-misogino sdegnosamente arroccato su se stesso, che fece dello homo homini lupus, e non già del tat tvam usi, la legge della propria vita. Non vi fu estasi indofila e indologica che poté mai guarire il filosofo Schopenhauer dal suo inestirpabile pessimismo e dal suo occidentalissimo senso tragico della vita e dell’esistenza – radicati nella metafisica tragica della volontà -, che gli impedirono di indicare qualsiasi altra via di conoscenza, di trasformazione e di superamento di sé e dei mali del mondo che non consistesse esclusivamente nella loro drastica, disperata negazione.
Il fatto che personaggi del calibro di Nietzsche, von Hartmann, Scheler, Schweitzer, Jaspers, Keyserling, Mann, Hesse, Fromm debbano a Schopenhauer il proprio vivido interesse per l’India e il Buddhismo – e che ancora oggi il suo nome resti universalmente legato alla diffusione della cultura orientale in Occidente – dimostra che egli, a suo modo, fu senz’altro il miglior apostolo del Buddha in Europa. Ma al tempo stesso fu forse, anche, il suo peggior allievo. Malgré lui.”

Giovanni Gurisatti

tu sei questo – tat tvam asi

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“Dire che tempo e spazio sono solo forme della nostra conoscenza che, in quanto tali, non appartengono alla cosa in sé, equivale esattamente a sostenere la frase: «L’animale che adesso uccidi sei tu stesso, lo sei adesso (tat tvam asi)».
Chi comprende il tat tvam asi ha compreso anche l’idealità dello spazio e del tempo, e viceversa. Il tat tvam asi si identifica totalmente con la conoscenza dell’unità metafisica della volontà, si presenta come una sincera repulsione a ferire o danneggiare chicchessia, quindi anche come misericordia verso gli animali, i quali, benché capaci solo di sofferenze momentanee, non vengono comunque sottoposti a sofferenze inutili o sproporzionate.”

Arthur Schopenhauer

il cerchio dell’esistenza

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“Colui nel quale la conoscenza della nullità del principium individuationis ha messo salde radici, cosi che ha riconosciuto totalmente se stesso negli altri uomini e nell’intera natura, e non vi è sofferenza che gli sia più estranea, colui ai cui occhi la vita è come un cerchio di carboni ardenti con singoli spazi freddi su cui deve correre senza sosta, e non potrà consolarlo il fatto che proprio adesso si trova in uno spazio freddo, visto che l’intero cerchio è il luogo della sua corsa incessante – costui ne uscirà fuori: mentre lo stolto vi resta dentro, appunto perché sta in uno spazio freddo.”

Arthur Schopenhauer

l’esistenza è un permanente avere bisogno

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“Tutto ciò che noi chiamiamo essente, questo mondo, è appunto l’apparenza della volontà di vivere: base di quest’apparenza, o forma universale di essa, è sempre un conosciuto e un conoscente; e il contenuto ne è, laddove compare nel modo più compiuto e chiaro, l’uomo: esso è la perfetta obiettità della volontà di vivere, e si manifesta come un concreto volere, ossia concreta indigenza, come una concrezione di mille bisogni; la sua esistenza è un permanente avere bisogno, il cui soddisfacimento occupa e costituisce la sua vita, questa vita è perciò un passaggio permanente dal bisogno all’appagamento e da questo al nuovo bisogno. Se questo passaggio riesce rapidamente lo chiamiamo felicità, se lentamente sofferenza, e precisamente: se l’appagamento tarda a seguire il desiderio c’è dolore, sofferenza; se il nuovo desiderio tarda a seguire l’appagamento c’è languore, vuoto struggersi, languore, noia.
La stessa cosa appare poi in tutti gli animali, ma in modo tanto più semplice e con meno ricco contenuto di apparenza quanto più essi si allontanano nei gradi dall’uomo. Nelle piante riconosciamo la stessa cosa, nell’essenziale, ma come un sordo, oscuro impulso senza conoscenza, come vegetazione.
La stessa cosa è espressa, in modo ancor meno chiaro, da tutte le forze naturali e i corpi cosiddetti morti, per finire con il peso, la rigidità, il permanere nello stato assunto: qui la volontà appare ancora soltanto come una spinta del tutto oscura, remota da ogni conoscibilità immediata.”

Arthur Schopenhauer.

tre estremi della vita umana

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“Vi sono tre estremi della vita umana:
il volere più possente, le grandi passioni (rappresentate dall’arte nell’eros, nel dramma e nell’allegro grandioso; l’arte figurativa ne rende solo momenti particolari).
La noia più grande per mancanza di volere o di oggetti della volontà.
Infine il puro conoscere, nato dal sollevarsi al di sopra di ogni volere, la vita del genio.
La vita dell’individuo tocca di rado questi estremi; perlopiù è solo un approssimarsi oscillando a questo o a quel lato, perlopiù è solo un debole volere oggetti meschini, che si ripete in continuazione; che scansa così l’irrigidimento della noia. Ogni volere scaturisce da una mancanza, da una sofferenza quindi; siccome ogni vita è necessariamente volere, è anche, necessariamente, sofferenza. L’unica eccezione è costituita dal conoscere puro di volontà: è quindi l’unica felicità permanente (che non diviene); inoltre non appartiene alla vita, ma è il puro spettatore della tragedia della vita.”

Arthur Schopenhauer

indifferenza alla vita e alla morte

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“Non v’è gioco di dadi più avvincente di quello in cui ci giochiamo la vita e la morte, nel quale ogni nostra decisione suscita in noi tensione, paura e partecipazione al massimo grado. Tutto sommato, le cose stanno proprio così. Eppure la natura, che non mente mai, ma è onesta e sincera, dichiara: “La vita e la morte dell’individuo non hanno alcuna importanza”.
La natura esprime questo concetto lasciando che la vita di ogni animale e di ogni uomo dipenda dalle circostanze più insignificanti, senza far nulla per salvarla! – e se essa lo dice, così sarà: ma anche l’individuo, se conoscesse la verità, guarderebbe la morte e la vita con la stessa indifferenza della natura, poiché in fondo egli forma con essa un’unica e identica cosa.”

Arthur Schopenhauer