in ogni momento della vita sperimentare la transitorietà e l’impermanenza

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“L’agire di chi teme la morte è allora improntato dall’ansia in attesa della morte oppure dalla lotta contro la morte, nella presunzione che il proprio io, finché vive, sia esente da mutamento: in effetti questa presunzione colpisce, oltre che il timoroso, anche il temerario, ossia colui che tenta di allontanare la morte accumulando e intensificando atti vitali, alla ricerca ansiosa di occasioni estreme di insicurezza, con la volontà di sfidare ovvero, addirittura, con l’assurda pretesa di sconfiggere la morte.

Diversamente dal timoroso e dal temerario, vero coraggio di fronte alla morte dimostra quel soggetto capace di mente vuota (mushin), il quale, sperimentando in ogni momento della vita l’insicurezza, la transitorietà, l’impermanenza come condizione normale, affronta la morte come un passaggio estremo, non come un termine ultimo.
Costui, infatti, grazie al suo farsi vuoto, vive ogni momento come un termine che si disfa, come un punto che si fa onda, come un attimo che si dilegua; in tal modo, cogliendo il nesso nascita-morte come costitutivo della vita, è portato a produrre azioni esenti sia dall’ansia paralizzante del timoroso sia dall’ansia aggressiva del temerario.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

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è stolto far torto

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“Il proprio torto, quello che abbiamo arrecato, è molto più pesante da portare dell’altrui, di quello che ci è stato arrecato (non precisamente per ragioni morali, beninteso); chi lo fa è propriamente sempre colui che soffre, nel caso cioè in cui sia accessibile o ai rimorsi all’idea che, con la sua azione, egli ha armato la società contro di sé e si è isolato.
Perciò bisognerebbe guardarsi – se non altro per amore della propria felicità intima, cioè per non perdere il proprio benessere, prescindendo completamente da tutto ciò che la ragione e la morale comandano dal far torti ancor più che dal subir torti: quest’ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza della vendetta, della compassione e del consenso dei giusti, anzi dell’intera società, la quale ha paura di chi fa il male.
Non pochi sono abili in quella sconcia arte di raggirare se stessi, consistente nello spacciare ogni torto proprio per uno altrui ad essi arrecato e di riservarsi, a scusante di ciò che essi stessi hanno fatto, il diritto eccezionale della legittima difesa: per portare in questo modo molto più facilmente il loro peso.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

l’educazione della volontà

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“Se noi analizziamo la vita nostra e dei nostri simili, vediamo che non le doti fisiche, né l’intelligenza, né i doni della fortuna hanno l’influenza maggiore sul destino, individuale; ma l’energia, la volontà, il dominio di sé, la costanza dello sforzo. Tutti più o meno chiaramente sentiamo che la forza di volontà è la misura del valore di un uomo e che l’esercizio di una vita attiva, diretta da una volontà energica è la sorgente più ricca e più sicura di serenità e di gioia. Quando ci volgiamo indietro a considerare i nostri anni passati, non possiamo reprimere un senso di tristezza al pensiero della vita che trasvola inesorabile verso la morte: se qualche cosa può consolarci è la coscienza di ciò che abbiamo operato e raggiunto: il tempo perduto nelle frivolezze quotidiane e non riempito da un’attività energica appare veramente qualche cosa di vano e di triste, un sogno che si perde nel nulla. Tutti ugualmente sentiamo che la causa di quasi tutti i nostri mali e dei nostri insuccessi è sempre una sola: la mollezza della nostra volontà, la mancanza di energia. L’inerzia, la passività interiore è anche la sorgente di tutte le debolezze e di tutti i vizi: le passioni possono scatenarsi anche nell’uomo più padrone di sé, ma prendono piede e trionfano soltanto là dove manca l’energia di una volontà vigile e costante.

Tutti riconoscono più o meno chiaramente queste verità; eppure quanto pochi sono quelli che si preoccupano di coltivare in se medesimi una dote cosi preziosa ed essenziale! Pare anzi che la maggior parte degli uomini si preoccupi di passar la vita col minimo necessario di attività e di sforzo: là dove non è spinta innanzi dalla necessità o dalla forza, essa preferisce adagiarsi nella quiete delle abitudini tradizionali, piegarsi passivamente alle circostanze, subire anziché agire. E questa deficienza di una volontà energica e personale si traduce anche nei sistemi tradizionali di educazione: i quali si propongono in generale di coltivare nell’uomo le doti superficiali ed esteriori, di perfezionare la sua cultura tecnica, di svolgere le sue capacità intellettuali ed estetiche, ma abbandonano quasi completamente a sé la sua natura più profonda, la sua volontà e le sue tendenze. A questo difetto è dovuta la scarsa influenza dell’educazione moderna sulla vita: impotenza che tutti riconoscono e tutti lamentano, e che non sarà possibile sanare senza una trasformazione radicale dei metodi educativi presenti.

La stessa deficienza si osserva nei risultati ottenuti dall’educazione popolare al nostro tempo. Con le scuole, con i libri con tutti i mezzi possibili si è cercato di illuminare le moltitudini e di elevarne il livello intellettuale; che cosa si è ottenute in fondo se non di accrescere l’inquietudine e i desideri e di dare nuovi alimenti e nuovi strumenti alla corruzione? La cultura esclusiva dell’intelligenza non solo non ha servito a creare un’umanità migliore, ma anzi ha esercitato sulla volontà e sulla vita, per quanto almeno appare, un’azione dissolvente, alla quale non si è saputo opporre alcun rimedio efficace.”

Piero Martinetti