tutto il nostro agire e conoscere è un flusso costante

006gu1atgy1fdm8dr4iuij31kw0zke81

“La nostra abituale osservazione inesatta prende come unità un gruppo di fenomeni e lo chiama un fatto: fra questo e un altro fatto essa immagina uno spazio vuoto, essa isola ogni fatto.
Ma in verità tutto il nostro agire e conoscere non è una serie di fatti e di spazi intermedi vuoti, bensì un flusso costante.

Ora precisamente la credenza nella libertà del volere è inconciliabile con l’idea di un fluire costante, omogeneo, indiviso e indivisibile: essa presuppone che ogni singola azione sia isolata e indivisibile; è un atomismo nel campo del volere e del conoscere.
Proprio come comprendiamo inesattamente i caratteri, così facciamo coi fatti: parliamo di caratteri uguali, di fatti uguali: non ci sono né questi né quelli. Ora però noi lodiamo e biasimiamo solo in base a questo falso presupposto che ci siano fatti uguali, che esista un ordinamento graduato di categorie di fatti, a cui corrisponda un ordinamento graduato di valori: cioè noi isoliamo non solo il fatto singolo, ma anche a loro volta i gruppi di fatti che si pretendono uguali (azioni buone, cattive, pietose, invidiose, ecc.) – tutt’e due le volte erroneamente.

La parola e il concetto sono la ragione più visibile per la quale crediamo a questo isolamento di gruppi di azioni: con essi noi non designiamo soltanto le cose, ma crediamo originariamente di afferrare con essi la loro essenza. Da parole e concetti noi veniamo ancor oggi di continuo indotti a immaginare le cose più semplici di come sono, separate fra loro, indivisibili, ognuna esistente in sé e per sé. Nella lingua si cela una mitologia filosofica che in ogni momento sbuca di nuovo fuori, per prudenti che si possa essere.
La credenza nella libertà del volere, cioè in fatti uguali e in fatti isolati, ha nella lingua il suo costante evangelista e avvocato.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

Annunci

il peggiore dei mali

1509926_801333686587814_8868468566300544518_n

“Pandora portò il vaso coi mali e lo aprì. Era il dono degli dèi agli uomini, un dono di fuori bello e seducente, chiamato «vaso della felicità». Subito tutti i mali, esseri vivi e alati, volarono fuori: da allora girano per il mondo e arrecano danno agli uomini di giorno e di notte. Un unico male non era ancora guizzato fuori dal vaso: allora Pandora riabbassò per volontà di Giove il coperchio, e così esso vi rimase dentro.

Ora l’uomo ha in casa per sempre il vaso della felicità e crede mirabilia del gran tesoro che in esso possiede: esso è a sua disposizione, egli lo prende, quando gliene viene voglia; poiché non sa che quel vaso che Pandora portò era il vaso dei mali, e tiene il male rimasto lì dentro per il più gran bene di felicità – esso è la speranza.

Giove volle cioè che l’uomo, per quanto tormentato dagli altri mali, tuttavia non gettasse via la vita, e continuasse invece a farsi tormentare sempre di nuovo. Perciò egli dà agli uomini la speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

il sacrificio è l’amore di una parte di sé 

sem326_19

“La ragazza che ama desidera poter vagliare nell’infedeltà dell’amato la devota fedeltà del suo amore. Il soldato desidera cadere sul campo di battaglia per la sua patria vittoriosa: poiché nella vittoria della sua patria vincono insieme i suoi più alti desideri. La madre dà al figlio ciò che toglie a se stessa, il sonno, il miglior cibo, e in certi casi la salute e gli averi.

Ma sono, tutti questi, stati altruistici? Non è evidente che in tutti questi casi l’uomo ama qualcosa di Sé, un pensiero, un’aspirazione, una creatura, più di qualche altra cosa di sé, che egli, cioè, scinde il suo essere e ne sacrifica una parte all’altra? Avviene forse qualcosa di essenzialmente diverso, quando un caparbio dice: «Preferisco farmi ammazzare che spostarmi d’un passo davanti a quest’uomo»? In tutti i casi detti esiste l’inclinazione verso qualche cosa (desiderio, istinto, aspirazione); assecondarla, con tutte le conseguenze, non è, in ogni caso, «altruistico».
Nella morale l’uomo tratta se stesso non come individuum, ma come dividuum.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

i prigionieri

shawshankredemption

“Una mattina i prigionieri entrarono nel cortile di lavoro: il guardiano non c’era. Alcuni di loro andarono subito al lavoro, com’era loro abitudine, altri se ne stavano oziosi e guardavano caparbiamente intorno.

Allora si fece avanti uno e disse ad alta voce: “Lavorate quanto volete o non fate niente: non importa. I vostri complotti segreti sono venuti alla luce, il guardiano della prigione vi ha di recente spiati e nei prossimi giorni pronuncerà su di voi un terribile giudizio. Lo conoscete, egli è duro e di animo vendicativo. Ora però fate attenzione: voi mi avete finora conosciuto male: io non sono quel che sembro, ma molto di più: io sono il figlio del guardiano e posso tutto presso di lui. Io posso salvarvi, io voglio salvarvi; ma, beninteso, solo quelli di voi che credono che io sono il figlio del guardiano; che gli altri raccolgano i frutti della loro incredulità”.

“Ebbene,” disse dopo un breve silenzio, un prigioniero piuttosto anziano, “che cosa può importarti se ti crediamo o se non ti crediamo? Se sei veramente il figlio e puoi ciò che dici, metti una buona parola per noi tutti: sarebbe realmente assai buono da parte tua. Ma lascia stare il discorso del credere e del non credere!”.

“E” intervenne a dire un uomo più giovane “del resto io non gli credo: egli si è solo messo qualcosa in testa. Scommetto che fra otto giorni ci troveremo ancora esattamente così qui come oggi, e che il guardiano non sa nulla”.

“E se ha saputo qualcosa, non lo sa più,”disse l’ultimo dei prigionieri, che scendeva solo ora nel cortile “il guardiano è or ora morto improvvisamente”.

“Olà!” gridarono parecchi tutti insieme “olà! Signor figlio, signor figlio, come la mettiamo con l’eredità? Siamo forse ora tuoi prigionieri?”

“Ve l’ho detto,” replicò dolcemente l’interrogato “libererò tutti quelli che credono in me, così certamente come è certo che mio padre vive ancora”.

I prigionieri non risero, ma si strinsero nelle spalle e lo lasciarono.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

il suicidio come vittoria della ragione

3696639864_kdcql5wb_2

“Prescindendo dalle istanze che la religione pone, si può ben chiedere: perché dovrebbe essere più lodevole per un uomo invecchiato, che sente il declino delle proprie forze, attendere la propria lenta consunzione e il disfacimento, che non porre termine in piena coscienza alla propria vita?
In questo caso il suicidio è un’azione del tutto naturale e a portata di mano, che, come vittoria della ragione, dovrebbe giustamente suscitare rispetto: e lo ha anche suscitato, in quei tempi in cui i capi della filosofia greca e i più forti patrioti romani solevano morire dandosi la morte da sé.

Al contrario la brama di continuare a trascinarsi di giorno in giorno, fra angosciose consultazioni mediche e in penosissime condizioni di vita, di giungere, senza forze, ancor più vicino al termine della propria vita, è molto meno rispettabile.

Le religioni sono ricche di scappatoie contro l’istanza del suicidio. Con esse si ingraziano coloro che sono innamorati della vita.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

10-regole-autostima

“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

non si ha proprio niente da perdonare

perdono

“Come si può in genere perdonare loro, se essi non sanno ciò che fanno?
Non si ha proprio niente da perdonare. – Ma sa mai un uomo pienamente ciò che fa? E se questo rimane sempre perlomeno dubbio, allora gli uomini non hanno mai un qualcosa da perdonarsi, e essere clemente è, per il più ragionevole, una cosa impossibile.
Da ultimo: anche se i malfattori avessero veramente saputo ciò che facevano – noi avremmo avuto comunque il diritto di perdonare solo se avessimo avuto il diritto di accusa e di punizione. Ma questo non l’abbiamo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano troppo umano”.