la vita si muove di continuo e non può mai veramente vedere se stessa

tumblr_m26ej5clop1qai0ebo1_1280

“– Ma come morta, se sono qua viva?
– Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell’attimo che si rimira, lei non è piú viva.
– E perché?
– Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.
– E allora io, viva, non mi sono mai veduta?
– Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un’immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qual­che fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un’ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.
– È vero.
– Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.
– Ma nient’affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.
– Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. È come se avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti. E il sentimento, subito come si vede, le si gela. Non si può vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può avvenire di non comprendere più perché lei debba avere quell’immagine che lo specchio le ridà.”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.

l’individualità è mera apparenza

swans

“«L’individualità è reale; il pincipium individuationis, la separazione degli individui, è la natura delle cose in sé; ogni individuo è un essere sussistente per sé; solo il mio io, come appare nella coscienza, è il mio vero essere»: questa verità è testimoniata da carne e ossa, ma su di essa si fonda anche ogni malvagità, e ogni azione malvagia ne è l’espressione.
Invece: «L’individualità è mera apparenza; il principium individuationis è una mera forma dell’apparenza; la separazione degli individui avviene soltanto nella rappresentazione; il mio autentico essere in sé esiste in ogni altro essere altrettanto immediatamente di quanto si rivela a me nella mia coscienza».: questa è la conoscenza che si manifesta come compassione, su cui si fonda pertanto ogni virtù autentica e di cui ogni buona azione è l’espressione.
Chi è virtuoso, nobile e amichevole non fa che tradurre la mia metafisica in azioni, non con giri di parole o mezze frasi, bensì in modo del tutto immediato. Chi è vizioso, insensibile ed egoista non fa che negare la mia metafisica tramite l’azione.”

Arthur Schopenhauer

tormentatore e tormentato sono identici

strength_17__tenacity_by_ph1sch

“Come ho spesso mostrato, è in sé, e non nell’apparenza, che tormentatore e tormentato sono identici, per quanto diversamente mostri la Māyā, e in questo sta l’eterna giustizia. Ma l’intelligenza non dirozzata, che prende l’apparenza per cosa in sé, vuol vedere nel tempo e nell’individuum ciò che spetta solo alla cosa in sé.
Se un uomo per aumentare in modo considerevole il proprio benessere diminuisce in modo considerevole quello di un altro, lo pone quindi nello stato di sofferenza, il piacere del primo è disturbato, anche se soltanto per un istante, da una pena di tipo particolare, che chiamiamo rimorso di coscienza.
È la confusa, oscura coscienza di ciò che segue: innanzitutto, che solo per la rappresentazione, non in sé, solo mediante la forma della rappresentazione, ossia del principium individuationis, che è la Māyā, egli, che è causa della sofferenza altrui, è diverso dal sofferente; in sé invece, in ciò che il mondo è oltreché rappresentazione, sono entrambi l’unica volontà di vivere, e in tal modo il sofferente e colui che infligge la sofferenza sono una sola cosa. Che quindi tramite l’accecamento della Māyā la volontà di vivere entra in contrasto con se stessa, perché proprio cercando in una delle sue apparenze un benessere accresciuto genera nell’altra una grande sofferenza, ma una sofferenza che lei stessa deve sopportare, con cui sconta l’infrazione all’eterna giustizia, che ha appunto qui la sua fonte.
La giustizia temporale infatti prende le mosse soltanto dal principium individuationis e quindi dall’egoismo; l’individuo, dotato di ragione, si preoccupa di se stesso quando fa il patto che nessuno danneggi l’altro: questa giustizia temporale è la fonte del diritto di natura.
La giustizia eterna invece è un penetrare con lo sguardo il principium individuationis, con cui si riconosce che il tormentatore e il tormentato non sono diversi in sé, e la forte volontà di vivere deve scontare la contraddizione in cui entra con se stessa e paga la voluttà con il tormento.”

Arthur Schopenhauer

uno con il tutto

Buddha in tree, Ayutthaya, Thailand

“Essere uno con il tutto, questa è vita divina, questo è il paradiso dell’uomo.
Essere uno con tutto ciò che vive, fare ritorno alla vita cosmica negando in felice oblio la propria individualità, questo è il culmine del nostro pensiero e della beatitudine, questo è l’inviolabile cima montuosa, il luogo della pace perenne, dove il meriggio perde la sua afa opprimente e il tuono non brontola più e dove il mare ribollente assomiglia all’onda di un campo di grano.
Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù mette via la corrucciata corazza e lo spirito dell’uomo lo scettro, e tutti i concetti svaniscono davanti all’immagine del cosmo perennemente uno, come le regole dell’artista davanti alla muta Urania, e la sorte inflessibile rinuncia al suo dominio e dell’unione degli esseri scompare la morte, e inseparabilità e giovinezza eterna rendono più felice e più bello il mondo.”

Friedrich Hölderlin, Iperione o l’eremita in Grecia