nessuna risposta

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“Quando pongo le domande fondamentali davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta.

Ma è un “nessuna risposta” di tipo speciale. Non è la porta sprangata. Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda. Come a dire: «Zitto, bimbo; tu non capisci».

Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta. Quante ore ci sono in un metro? Giallo è quadrato o rotondo? È probabile che buona parte dei nostri interrogativi – buona parte delle nostre grandi questioni teologiche e metafisiche – siano domande di questo genere”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

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la Verità comprende gli opposti

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“Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità.”

Niels Born, “Niels Bohr: His Life and Work”

 

“Ci troviamo così di fronte non a due vie, di cui una è vera e l‘altra falsa, ma a una condizione strutturale della mente nel suo rapportarsi all’essere. E come la meccanica quantistica e la teoria della relatività, pur non essendo conciliabili tra loro, sono entrambe vere nel senso che entrambe descrivono adeguatamente la realtà, così, allo stesso modo, i concetti di libertà e di necessità, pur non essendo teoreticamente conciliabili tra loro, interpretano entrambi una dimensione della realtà in modo veritiero.”

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.

nubi di atomi

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“Suvvia, a che serve svicolare? Siamo sotto la lama, senza possibilità di fuga. La realtà, guardata fissamente, è insopportabile. E in che modo o perché una realtà come questa ha prodotto qua e là il fiore (o il bubbone) di quel fenomeno tremendo che chiamiamo coscienza? Perché ha prodotto esseri come noi, che possono vederla e che, vedendola, arretrano per il ribrezzo? E che, più strano ancora, vogliono vederla, e si affannano per scoprire com’è fatta, anche quando nessun bisogno li spinge, anche se la sua vista apre nel loro cuore una piaga incurabile? Persone come H., che voleva la verità ad ogni costo.

Se H. “non è”, allora non è mai stata, e io ho scambiato per una persona una nube di atomi. La gente non esiste, non è mai esistita. La morte non fa che rivelare il vuoto che c’era da sempre. I cosiddetti vivi sono semplicemente quelli che non sono stati ancora smascherati. Tutti in bancarotta, anche se per alcuni non ancora dichiarata.

Ma questo deve essere assurdo! Il vuoto rivelato a chi? Bancarotta dichiarata a chi? Ad altre scatole di fuochi d’artificio o nubi di atomi. Non crederò mai – meglio: non mi è possibile credere – che un insieme di eventi fisici possa essere, o commettere, un errore riguardo ad altri insiemi di eventi fisici.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

il pensiero simultaneo di verità contraddittorie

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“Una formula intellettuale può essere superiore agli attacchi della vita solo se accoglie in sé tutta la vita, con tutte le sue varietà e le contraddizioni presenti e future.
Una formula intellettuale può essere verità solo se prevede tutte le obiezioni. Ma per prevedere tutte le obiezioni bisogna assumerle.
Ne deriva che la verità è un giudizio che racchiude in sé anche il limite, che la verità è un giudizio autocontraddittorio. La verità è contraddizione per il raziocinio. Tesi e antitesi costituiscono insieme l’espressione della verità; in altre parole la verità è antinomica e non può non essere tale.”

Pavel Florenskij, “La colonna e il fondamento della verità”

attaccamento all’insostanziale e all’impermanente

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“Nella maggioranza dei casi si lascia la mente in balia dei sensi e degli impulsi, ossia se si lascia che divenga preda dell’ignoranza (avzjfa) sempre associata all’attaccamento (upadana). Ma in che consiste l’ignoranza? Essa non coincide, certo, con la scarsità di nozioni, ma con l’illusione che vi sia qualcosa di sostanziale e di permanente. Tale ignoranza-illusione crea le premesse perché sorga e si sviluppi ogni sorta di attaccamento: attaccamento all’oggetto delle sensazioni; attaccamento al desiderio di possederlo; attaccamento al desiderio di consumarlo; attaccamento al desiderio di utilizzarlo in vista di uno scopo; attaccamento allo scopo; e infine, ma soprattutto, attaccamento all’io come soggetto del sentire, del possedere, dell’utilizzare e del finalizzare.

Così, la mente che ignora la natura insostanziale e impermanente della realtà tutta – sia oggettiva che soggettiva – finisce inevitabilmente con l’attaccarsi a qualcosa che crede autonomo e permanente; in tal modo rimane invischiata senza scampo nel ciclo delle vite dominate dall’attaccamento, stritolata dalla ruota della vita, schiacciata dalla paura della morte.

La mente di chi è convinto che il mondo sia fatto di semplici cose separate da sé e tra loro, vive in un ” inferno” di desideri senza fine, di tensioni a possedere sempre di più, di ” ipertensioni” rivolte a mantenere ciò che riesce a possedere e ad accumulare: una simile mente sprofondata nell’ignoranza-illusione, da un lato, poiché non si rende conto di essere costituita dal mondo, continua a pretendere di conquistarlo, e vive perciò nell’ansia di vincere; dall’altro, poiché ignora di essere, al pari del mondo, impermanente, continua a preoccuparsi dell’immortalità, e vive, pertanto, nella continua paura della morte.

Ostinata in queste sue illusioni, la mente accecata dall’ignoranza inventa sempre nuovi simulacri di sostanzialità e di permanenza: non solo beni materiali, ricchezze, monumenti, stati e imperi, ma anche beni immateriali, come Verità Eterne, Principi Assoluti, Nobili Ideali, eccetera, tutti destinati a perire. Questa ostinazione e questo accecamento non sono privi di conseguenze, ma producono, sempre e comunque, sofferenza.”

Giangiorgio Pasqualotto, “Dieci lezioni sul buddismo”.

la vita si muove di continuo e non può mai veramente vedere se stessa

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“– Ma come morta, se sono qua viva?
– Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell’attimo che si rimira, lei non è piú viva.
– E perché?
– Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.
– E allora io, viva, non mi sono mai veduta?
– Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un’immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qual­che fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un’ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.
– È vero.
– Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.
– Ma nient’affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.
– Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. È come se avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti. E il sentimento, subito come si vede, le si gela. Non si può vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può avvenire di non comprendere più perché lei debba avere quell’immagine che lo specchio le ridà.”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”.

si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

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“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.