si inganna se stessi per poter credere di conoscere la verità

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“In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. I fondatori di religioni differiscono da questi grandi ingannatori per il fatto di non uscire da questo stato di inganno di se medesimi: oppure essi hanno molto raramente momenti di lucidità, in cui il dubbio li sopraffà; ma di solito si consolano attribuendo questi momenti di lucidità al maligno avversario. Deve esserci inganno di se stessi, perché questi e quelli sortiscano effetti grandiosi. Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

il mondo dell’illusione

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“Narada è un fedelissimo seguace e discepolo di Vishnu. Un giorno va dal suo maestro e gli chiede la differenza fra maya, il mondo dell’illusione, e la verità. Vishnu non ha nessuna voglia di mettersi a spiegarglielo. E un giorno caldissimo e ha sete.
«Senti», dice a Narada. «Intanto vammi a prendere un bicchier d’acqua.»
Narada corre via. Arriva a un villaggio, bussa a una porta e una bellissima ragazza viene ad aprirgli. Narada chiede dell’acqua, la ragazza lo invita a entrare e i due incominciano a parlare. Narada si innamora, sposa la ragazza e da lei ha vari figli. Passano dodici anni e un giorno sul villaggio si abbatte un terribile uragano. Il fiume straripa, le case vengono trascinate via e Narada vede scomparire nei flutti la moglie e, uno dopo l’altro, tutti i figli. Gli resta solo il più piccolo che cerca di salvare tenendolo alto sulla testa. Ma l’acqua continua a salire, a salire, gli arriva già alla gola, Narada è disperato, non sa più cosa fare e con gli occhi rivolti al cielo, implora: «Ti prego, Signore, aiutami!»
E subito, fra i tuoni e i lampi, sente una voce:
«… e il bicchier d’acqua?»

Il senso della storia è che, mandando Narada a prendergli da bere, Vishnu ha dato al suo allievo la risposta che quello cercava: il villaggio, la ragazza, la famiglia, i figli… tutto quello è maya, il mondo del divenire, del mutamento. Non è la Verità, ciò che non cambia. E l’esperienza, più di ogni spiegazione, ha fatto capire a Narada la differenza fra i due.”

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”.

ci è di peso essere uomini – con un corpo e sangue vero, nostro

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“Mi sembra di aver commesso un errore, cominciando a scriverle. Per lo meno ho provato vergogna per tutto il tempo, scrivendo questo racconto: dunque non è più letteratura, ma una punizione destinata a emendarmi. Infatti raccontare, per esempio, lunghe storie su come ho mancato la mia vita per la corruzione morale consumata nel mio cantuccio, per la mancanza di un ambiente sociale, la disabitudine alla vita e il vano risentimento covato nel sottosuolo – quanto è vero Dio, non è interessante; in un romanzo ci vuole un eroe, e qui sono raccolte apposta tutte le caratteristiche di un antieroe, e l’’essenziale è che tutto ciò produrrà un’’impressione spiacevole, perché siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno.

Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’’autentica “”vita vera”” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’’autentica “”vita vera”” quasi una fatica, poco meno che un lavoro, e siamo tutti d’’accordo, in cuor nostro, che sui libri è meglio. E perché ci arrabattiamo talvolta, perché facciamo stravaganze, che cosa chiediamo? Non sappiamo neppure noi che cosa. E staremmo peggio, se le nostre stravaganti richieste venissero accolte. Ebbene, provate un po’’ a darci, per esempio, più indipendenza, slegate le mani a chiunque di noi, ampliate la nostra sfera di attività, indebolite la tutela, e noi… ma ve l’’assicuro: chiederemo subito di ritornare sotto tutela. So che forse vi arrabbierete con me per questo, griderete, pesterete i piedi: “”Parli per sé, direte, e per le sue miserie del sottosuolo, e non si azzardi a dire: “‘tutti noi”’”.”

Permettete, signori, io non mi giustifico affatto con questa generalizzazione. Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più “vivo” di voi. Ma guardate più attentamente! Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami! Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare! Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un’’idea. Ma basta; non voglio più scrivere ““dal Sottosuolo””… ”

Fëdor Dostojevski, Memorie del Sottosuolo

“vitam impendere vero” – consacrare la vita alla verità

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“Fui turbato dallo strazio della vita proprio come Buddha in gioventù, allorche prese coscienza della malattia, della vecchiaia, del dolore, della morte. La verità, che mi parlava in modo così chiaro e manifesto dal mondo, presto ebbe la meglio sui dogmi giudaici che erano stati inculcati anche in me, e ne conclusi che un mondo siffatto non poteva essere l’opera di un essere infinitamente buono, bensì di un demonio, che aveva dato vita alle creature per deliziarsi alla vista dei loro tormenti. Questo indicavano i fatti, e la convinzione che le cose non potessero stare altrimenti prese il sopravvento. Non v’è dubbio che l’esistenza umana esprima il destino del dolore. Essa vi è profondamente immersa, non gli sfugge; il suo corso e la sua fine sono assolutamente tragici: non si può non riconoscervi una certa intenzionalità. E vero peraltro che il dolore è deuteros plous (seconda navigazione), cioè il surrogato della virtù e della santità. Purificati da esso giungiamo infine alla negazione della volontà di vita, al ritorno indietro dalla strada sbagliata, alla redenzione, ed è per questo che la potenza misteriosa che guida il nostro destino, e che secondo la credenza popolare è miticamente personificata dalla provvidenza, ha pensato di riservarci dolori su dolori. Al mio sguardo giovanile, parziale finché si vuole ma giusto nei limiti della sua prospettiva, il mondo si presentava dunque come l’opera di un demonio.”

Schopenhauer

cerca la sorgente della verità

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“Coloro i quali non conoscono fonti più pure di verità, e che non ne hanno risalito il corso, restano fedeli, e saggiamente, alla Bibbia e alla Costituzione, e vi si abbeverano con riverenza e umiltà; ma coloro che la vedono sgocciolare in questo lago o in quella pozza, si mettono ancora una volta all’opera, e continuano il pellegrinaggio verso la sorgente.”

Henry David Thoreau

qual’è la cosa in assoluto migliore per gli uomini?

“L’antico mito racconta di come il re Mida abbia dato la caccia per molto tempo al saggio Sileno, il seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando infine gli cadde tra le mani, il re chiese quale fosse la cosa in assoluto migliore e maggiormente desiderabile per gli uomini. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal sovrano, con un riso stridulo erompe in queste parole: “Miserabile stirpe d’un giorno, figli del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe vantaggiosissimo non sentire? La cosa in assoluto migliore per te è del tutto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto.”
[…] il Greco riconosceva e percepiva l’orrore e lo spavento dell’esistenza: perciò, per poter vivere, egli dovette rappresentarsi davanti ad essa la splendente creazione di sogno degli dei olimpici.
Per poter vivere, i Greci dovettero creare questi dei a causa del più profondo bisogno; questo processo dobbiamo rappresentarcelo così: dall’originario ordinamento divino titanico basato sul terrore si sviluppò, tramite lente evoluzioni, l’ordinamento divino olimpico della gioia, grazie all’impulso apollineo verso la bellezza: come rose sbocciate da cespugli spinosi. Come avrebbe potuto altrimenti sopportare l’esistenza un popolo dalla sensibilità così ricettiva, dai desideri così travolgenti, così unicamente dotato per il dolore, se essa non gli si fosse mostrata, nei suoi dei, circonfusa di una gloria superiore?
[…] Così gli dei giustificano l’esistenza umana, vivendola essi stessi. L’esistenza sotto la chiara luce del sole di questi dei viene considerata come meritevole di essere desiderata, e l’autentico dolore degli uomini omerici si riferisce al doversene congedare, soprattutto al prematuro congedo da essa: così che adesso di loro si potrebbe dire, capovolgendo la saggezza del Sileno, che “la cosa peggiore in assoluto per loro è morire presto, la seconda cosa peggiore è dover comunque morire.””

Nietzsche