la morte esiste

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“Cancro, cancro, e ancora cancro. Mia madre, mio padre, mia moglie. A chi toccherà ora?

È incredibile quanta felicità, e persino quanta allegria, abbiamo a volte conosciuto insieme, dopo che ogni speranza era scomparsa. Come abbiamo parlato a lungo, quietamente, nutrendoci l’uno con l’altra, quell’ultima sera!

E tuttavia, non completamente insieme. C’è un limite all’essere “una carne sola”. La debolezza dell’altro, la sua paura, la sua sofferenza non puoi farle tue. Potrai aver paura e soffrire anche tu. È forse pensabile che tu possa aver paura e soffrire quanto l’altro, anche se diffiderei subito di chi mi assicurasse che è così. Ma sarebbe pur sempre un soffrire diverso. Quando dico paura, intendo la nuda paura animale, l’arretrare dell’organismo davanti alla propria distruzione; l’impressione di soffocare; il sentirsi un topo in trappola. Questo non lo si può trasmettere. La mente riesce a immedesimarsi, il corpo meno. Meno che mai, in un certo senso, i corpi di due amanti, perché tutti i loro scambi amorosi li hanno addestrati ad avere l’uno per l’altro sentimenti non identici, bensì complementari, correlativi, addirittura opposti.

Noi questo lo sapevamo entrambi. Io avevo le mie infelicità, e non le sue. Lei aveva le sue, e non le mie. La fine delle sue avrebbe reso adulte le mie. Ci stavamo incamminando su strade diverse. Questa fredda verità, questa terribile regolamentazione del traffico («Lei a destra, signora… Lei, signore, a sinistra»), non è che l’inizio di quella separazione che è la morte stessa.

E questa separazione ci attende tutti, presumo. Finora mi era parso che H. e io, strappati così l’uno all’altra, fossimo stati particolarmente sfortunati. Ma forse tutti gli amanti lo sono. Una volta mi disse: «Anche se morissimo entrambi nello stesso istante, qui, sdraiati fianco a fianco, non sarebbe meno separazione di quella che tu temi tanto». Naturalmente neanche lei sapeva. Ma era vicina alla morte, abbastanza vicina da sfiorare la verità. Era solita citare: «Soli nell’Uno e Solo». L’impressione, diceva, era quella. E com’è immensamente improbabile che sia altrimenti! Il tempo, lo spazio e il corpo sono state le cose che ci hanno uniti, i fili telefonici grazie ai quali comunicavamo. Isola uno dei due, o tutti e due insieme. In un caso o nell’altro la conversazione non dovrà forzatamente interrompersi?

A meno di non postulare l’immediata consegna di un altro mezzo di comunicazione, affatto diverso, ma che svolga la medesima funzione. Ma allora, a che scopo fornirci quello vecchio? Dio è forse un pagliaccio che ti strappa di mano la scodella di minestra e un attimo dopo te ne dà un’altra colma della stessa minestra? Neanche la natura arriva a questi punti. Nulla viene mai ripetuto tale e quale.

È difficile non irritarsi con quelli che dicono: «La morte non esiste», oppure: «La morte non ha importanza». La morte esiste. E tutto ciò che esiste ha importanza. E tutto ciò che accade ha conseguenze ed è, come queste, irrevocabile e irreversibile. Tanto varrebbe dire che la nascita non ha importanza. Alzo gli occhi al cielo notturno. Vi è qualcosa di più certo del fatto che in tutte quelle vastità di tempi e di spazi, se mi fosse dato di cercare, non troverei mai il suo viso, la sua voce, il tocco della sua mano? È morta. Morta. È così difficile imparare questa parola?

Non ho belle foto di lei. Non riesco nemmeno a vedere distintamente il suo viso nell’immaginazione. E invece la faccia di un qualsiasi sconosciuto colta al volo stamane tra la folla mi apparirà forse con perfetta chiarezza questa notte, non appena chiuderò gli occhi. Certo, la spiegazione è semplice. I visi di coloro che meglio conosciamo li abbiamo visti in modi così vari, da tante angolature, in tante luci, con tante espressioni – al risveglio, nel sonno, nel riso, nel pianto, mentre mangiano, parlano, pensano – che queste impressioni si affollano tutte insieme nella nostra memoria e si annullano a vicenda lasciando un’immagine sfocata.

Ma la sua voce è ancora viva. Il ricordo della sua voce, che in qualsiasi momento può fare di me un bimbo singhiozzante.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

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solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione

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Dopo aver perso la moglie H., Lewis scrive le seguenti parole:

“Posso in tutta onestà dire di credere che ora H. è qualcosa? La stragrande maggioranza della gente che incontro, per esempio sul lavoro, direbbe senz’altro di no. Anche se naturalmente con me non insisterebbe. Non ora, almeno. E io, che cosa penso davvero? Sono sempre riuscito a pregare per gli altri morti, e lo faccio ancora, con una certa fiducia. Ma quando cerco di pregare per H. mi arresto.

Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste. La ragione di questa differenza è anche troppo ovvia.

Non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una questione di vita o di morte. Prendiamo una corda: è facile dire che la credi sana e robusta finché la usi per legare un baule. Ma immagina di doverci restare appeso sopra un precipizio. Non vorresti prima scoprire fino a che punto te ne fidi?

Lo stesso vale con la gente. Per anni sarei stato pronto a dire che avevo completa fiducia in B.R. Poi venne il momento in cui dovetti decidere se confidargli o no un segreto molto grave, e questo dilemma gettò una luce del tutto nuova su quella che io chiamavo la mia “fiducia” in lui. Scoprii che questa fiducia non esisteva. Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione.

A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato gran che, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.”

Clive Lewis, “Il diario di un dolore”.

il destino della vita

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“Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa.
Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia…
Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.”

Antoine de Saint-Exupéry