sono felice quando devo recitare e sono infelice quando non ho parti da interpretare

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“Dopo il terzo segnale in sala si spengono le luci, si apre il sipario ed entra una maschera imprecisata dell’antica commedia dell’arte.

«Eccomi qui, davanti a voi, onorato pubblico. Lo sapete? Ora che ho messo piede su questo palcoscenico entrando alla vostra presenza non posso più muovermi e parlare come vorrei. Le parole che Vi sto dicendo non nascono liberamente dentro di me, ma sono state scritte da un altro: io sono l‘attore e lui è l’autore. E anche il mio modo di parlare obbedisce a un copione: devo scandire le parole, conferire accentuazioni e cadenze, inserire le dovute pause, far assaporare i silenzi. Né i miei movimenti sono naturali, ma costruiti, studiati, artefatti. Ho detto proprio così, artefatti, perché qui è l’arte a essere in gioco, e la vera arte non è mai solo spontaneità: è soprattutto regole, rigore, tecnica, precisione, canonicità. Adesso, davanti a voi, devo essere diverso dalla mia vita di ogni giorno: il mio parlare, il mio muovermi, il mio respirare, tutto in me deve essere recitazione.

Sono qui con questo costume d’altri tempi e con questa maschera che nasconde il mio volto, vestito come mai nella mia vita mi vestirei, muovendomi come mai nella mia vita mi muoverei, parlando come mai nella mia vita parlerei. Sono un attore e sto recitando, ho imparato alla perfezione il copione, non ho pause né esitazioni, non mi impappino, faccio il mio mestiere come si deve.

A questo punto però vi devo confessare una cosa importante: in questo mio essere costretto e artefatto io mi sento realizzato, felice. Vi dirò di più, aggiungo qualcosa che vi stupirà: che mi sento più vivo quando recito le parole di altri, e mi muovo e mi atteggio come vogliono gli altri, che non quando dico le prime cose che mi vengono in mente nella mia vita di tutti i giorni.

Come spiegare questa paradossale situazione? Proprio quando non sono solo me stesso, mi sento più vivo. Proprio quando non sono libero, mi sento più realizzato. Effettivamente sono felice quando devo recitare e sono infelice quando non ho parti da interpretare; non è solo perché guadagno meno, i soldi non sono mai stati il mio principale obiettivo, è proprio perché amo il mio lavoro, il mio poter essere qui davanti a voi, onorato pubblico.

Ora però, io chiedo a voi che siete senza maschera e che vestite come vi pare perché non siete attori: capita anche a voi qualcosa del genere? Non mentite, vi prego. Date ascolto a quella sottile voce interiore che ogni tanto si palesa dentro gli esseri umani. Forse scoprirete che in realtà anche ognuno di voi recita a sua volta sui diversi palcoscenici dell’esistenza, perché esiste un copione per ogni situazione, non attenersi al quale comporta il fallimento dei rapporti con gli altri, l’insoddisfazione di tutti coloro che hanno a che fare con voi.

Ha detto un uomo di genio che il primo dovere nella vita è di essere il più artificiali possibile, e che quale sia il secondo nessuno l’ha ancora scoperto.

Per questo torno a chiedervi: quando vi trovate sui diversi palcoscenici della vita, e dite le parole pensate da altri, e fate i gesti richiesti da altri, ecco in quei momenti, quando la vostra libertà interiore è subordinata al ruolo e alla maschera sociale, anche voi vi sentite bene, appagati, realizzati, come me in questo momento?

Oppure qualche volta no? Oppure ogni tanto… (a questo punto l’attore si pone l’indice sinistro sulla bocca e abbassa la voce rivolgendosi familiarmente al pubblico) sss, capita anche a me, ma questo è un segreto tra me e voi, l’autore e il regista non devono saperlo… (il volume della voce torna normale) oppure qualche volta vi viene voglia di gettare la maschera e di mandare a quel paese il vostro autore e il vostro regista, e di andarmene non so dove, a fare non so cosa, ma finalmente liberi, senza maschera, senza copione, senza nessun pubblico da riverire?»

Vito Mancuso, “Il coraggio di essere liberi”.

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si nasce una volta, due volte non è concesso

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«Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani procrastini la gioia, ma la vita trascorre nell’indugiare e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace.»

Epicuro, “Gnomologium Vaticanum Epicureum”.

 

“A quanto possiamo discernere, l’unico scopo dell’esistenza umana è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere.”

Carl Gustav Jung.

tutto il nostro agire e conoscere è un flusso costante

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“La nostra abituale osservazione inesatta prende come unità un gruppo di fenomeni e lo chiama un fatto: fra questo e un altro fatto essa immagina uno spazio vuoto, essa isola ogni fatto.
Ma in verità tutto il nostro agire e conoscere non è una serie di fatti e di spazi intermedi vuoti, bensì un flusso costante.

Ora precisamente la credenza nella libertà del volere è inconciliabile con l’idea di un fluire costante, omogeneo, indiviso e indivisibile: essa presuppone che ogni singola azione sia isolata e indivisibile; è un atomismo nel campo del volere e del conoscere.
Proprio come comprendiamo inesattamente i caratteri, così facciamo coi fatti: parliamo di caratteri uguali, di fatti uguali: non ci sono né questi né quelli. Ora però noi lodiamo e biasimiamo solo in base a questo falso presupposto che ci siano fatti uguali, che esista un ordinamento graduato di categorie di fatti, a cui corrisponda un ordinamento graduato di valori: cioè noi isoliamo non solo il fatto singolo, ma anche a loro volta i gruppi di fatti che si pretendono uguali (azioni buone, cattive, pietose, invidiose, ecc.) – tutt’e due le volte erroneamente.

La parola e il concetto sono la ragione più visibile per la quale crediamo a questo isolamento di gruppi di azioni: con essi noi non designiamo soltanto le cose, ma crediamo originariamente di afferrare con essi la loro essenza. Da parole e concetti noi veniamo ancor oggi di continuo indotti a immaginare le cose più semplici di come sono, separate fra loro, indivisibili, ognuna esistente in sé e per sé. Nella lingua si cela una mitologia filosofica che in ogni momento sbuca di nuovo fuori, per prudenti che si possa essere.
La credenza nella libertà del volere, cioè in fatti uguali e in fatti isolati, ha nella lingua il suo costante evangelista e avvocato.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”

il peggiore dei mali

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“Pandora portò il vaso coi mali e lo aprì. Era il dono degli dèi agli uomini, un dono di fuori bello e seducente, chiamato «vaso della felicità». Subito tutti i mali, esseri vivi e alati, volarono fuori: da allora girano per il mondo e arrecano danno agli uomini di giorno e di notte. Un unico male non era ancora guizzato fuori dal vaso: allora Pandora riabbassò per volontà di Giove il coperchio, e così esso vi rimase dentro.

Ora l’uomo ha in casa per sempre il vaso della felicità e crede mirabilia del gran tesoro che in esso possiede: esso è a sua disposizione, egli lo prende, quando gliene viene voglia; poiché non sa che quel vaso che Pandora portò era il vaso dei mali, e tiene il male rimasto lì dentro per il più gran bene di felicità – esso è la speranza.

Giove volle cioè che l’uomo, per quanto tormentato dagli altri mali, tuttavia non gettasse via la vita, e continuasse invece a farsi tormentare sempre di nuovo. Perciò egli dà agli uomini la speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo.”

Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”.

puerile travaglio quotidiano

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“A volte percepiva, nella profondità dell’anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch’egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch’erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo.

Come un giocoliere coi suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell’essere suo egli non era presente a queste cose.

E qualche volta egli rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore.”

Herman Hesse, “Siddharta”.

prende come unità di tempo il tempo stesso

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“Fra cinquecentomila anni l’Inghilterra sarà, dicono, completamente ricoperta dall’acqua. Se fossi inglese deporrei le armi senza indugio.

Ognuno ha la propria unità di tempo. Per uno è la giornata, la settimana, il mese o l’anno; per un altro sono dieci anni, anzi cento… Queste unità, ancora a scala umana, sono compatibili con qualunque progetto e qualunque lavoro.

C’è chi prende come unità il tempo stesso e si eleva talvolta al di sopra di esso: quale lavoro, quale progetto meriterà allora di essere preso sul serio? Chi vede troppo lontano, chi è contemporaneo di tutto il futuro, non può più affaccendarsi, non può neppure muoversi…”

Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”.

se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! e tutto questo sarebbe mio!

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«Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l’anno scorso, con un tale. Qui c’è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado.
Una volta quest’uomo fu condotto al patibolo insieme ad altri, e gli fu letta la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione, per un delitto politico. Di lì a venti minuti gli fu letta anche la grazia, e gli fu commutata la pena. Tuttavia, nell’intervallo di tempo fra le due sentenze, che fu di circa venti minuti, o almeno un quarto d’ora, egli visse con l’assoluta convinzione che di lì a qualche minuto tutt’a un tratto sarebbe morto. Avevo sempre una voglia terribile di ascoltarlo, quando a volte egli ricordava le sue impressioni di allora, e cominciai a più riprese a interrogarlo. Egli ricordava tutto con straordinaria chiarezza, e diceva che di quei minuti non avrebbe dimenticato mai nulla.
A venti passi dal patibolo, intorno a cui c’era folla e soldati, erano stati piantati tre pali, poiché c’erano parecchi condannati. I primi tre furono condotti ai pali e legati, fu fatto loro indossare l’abito dell’esecuzione (lunghi camici bianchi) e gli furono calzati sugli occhi dei cappucci bianchi perché non vedessero i fucili. Poi, davanti a ogni palo si schierò un drappello composto di alcuni soldati. Il mio conoscente era l’ottavo della lista, quindi doveva andare al palo col terzo turno. Un prete passò da tutti col crocefisso.
Gli restavano da vivere cinque minuti, non di più. Egli diceva che quei cinque minuti gli erano parsi interminabili, una ricchezza enorme. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe vissuto tante vite, che per il momento non bisognava ancora pensare all’ultimo istante, cosicché prese varie risoluzioni: calcolò il tempo occorrente per dire addio ai suoi compagni, e per quello stabilì due minuti, altri due minuti per pensare un’ultima volta a se stesso, e poi per guardarsi intorno un’ultima volta. Ricordava molto bene che aveva preso proprio queste tre decisioni, e che aveva calcolato esattamente in quel modo. Moriva a ventisette anni, pieno di salute e di forza, e ricordava che, dicendo addio ai suoi compagni, aveva fatto a uno di essi una domanda abbastanza banale, e si era anche molto interessato alla risposta.
Poi, quando ebbe dato l’addio ai compagni, giunsero quei due minuti che egli si era assegnato per dire addio a se stesso; sapeva in anticipo a che cosa avrebbe pensato: aveva sempre desiderato immaginare con la maggior rapidità e chiarezza possibili come mai potesse accadere quella cosa, per cui in quel momento egli esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato nulla, qualcuno o qualcosa, ma chi? Dove?
Tutto ciò egli pensava di risolverlo in quei due minuti! Poco lontano di lì c’era una chiesa, e il suo tetto dorato scintillava sotto il sole fulgido. Ricordava di aver fissato con terribile ostinazione quel tetto e i raggi che di là si irradiavano. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quei raggi: gli pareva che essi fossero la sua nuova natura, e che di lì a tre minuti si sarebbe in qualche modo fuso con essi. L’incertezza e la repulsione per quella nuova cosa che sarebbe diventato, e che stava per sopraggiungere, erano orribili, ma egli diceva che in quel momento nulla era stato più penoso del pensiero incessante:
“se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”. Diceva che alla fine quel pensiero s’era tramutato in una tal rabbia, che ormai desiderava che lo fucilassero al più presto.»

Il principe d’un tratto tacque. Tutti aspettavano che continuasse e traesse una conclusione.

«Avete finito?» chiese Aglaja.
«Che? Ho finito» disse il principe, uscendo dal suo stato pensoso.
«Perché avete raccontato questo?»
«Così… M’è venuto in mente… A proposito del nostro discorso…»
«Siete molto brusco» osservò Aleksandra. «Voi, principe, volevate dedurne, giustamente, che non bisogna valutare a copeche neanche un istante, e a volte cinque minuti sono più preziosi di un tesoro. Tutto ciò è lodevole, ma permettete tuttavia, che fece poi quel compagno che vi ha raccontato simili orrori?… Infatti gli avevano commutato la pena, e quindi alla fine gli regalarono quella “vita infinita”. E allora, che ne fece poi di quella ricchezza? Visse veramente “tenendo conto” di ogni minuto?»
«Oh, no, me lo diceva egli stesso, perché anch’io glielo avevo chiesto. Non visse così, e perdette molti molti minuti.»
«Be’, allora eccovi la dimostrazione che evidentemente non si può vivere davvero tenendo conto di ogni minuto. Non si sa perché, ma non si può.»
«Sì, non si sa perché, ma non si può» ripeté il principe. «Anche a me sembrava così… Eppure in qualche modo non ci si può credere…»
«Cioè pensate di poter vivere più saggiamente di tutti?» disse Aglaja.
«Sì, qualche volta m’è venuta in mente anche quest’idea.»
«E vi viene ancora?»
«Sì… mi viene ancora» rispose il principe guardando come prima Aglaja con un sorriso dolce e persino timido, ma subito dopo scoppiò nuovamente a ridere guardandola allegramente.
«Modesto!» disse Aglaja quasi con stizza.”

Fëdor Michailovic Dostoevskij, “L’idiota”.