il sommo bene

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“La virtù è qualcosa di alto, eccelso, regale, invincibile, infaticabile, invece il piacere è una cosa bassa, servile, debole, effimera e sta di casa nei bordelli e nelle taverne. La virtù la troverai nel tempio, nel foro, nella curìa, a difesa delle mura, impolverata, accaldata e coi calli alle mani. Il piacere se ne sta quasi sempre nascosto, in cerca del buio intorno ai bagni e alle stufe, nei luoghi che hanno paura degli edili, fiacco, snervato, madido di vino e di profumi, pallido, imbellettato e imbalsamato come un cadavere.
Il sommo bene è immortale, non conosce fine, non dà sazietà né rimorso perché la mente retta non cambia, non prova odio per se stessa, non modifica ciò che è già ottimo. Al contrario il piacere si esaurisce sul più bello, è limitato perciò sazia subito, viene a noia e dopo il primo slancio si affloscia. Non può essere stabile quello che per natura è in movimento.
Per questo gli antichi ci hanno insegnato a seguire la vita migliore e non la più piacevole, in modo che il piacere sia compagno e non guida di una buona e retta volontà.”

Seneca

i vizi dei grandi uomini

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“L’esempio della castità di Alessandro* non ha prodotto tanti continenti quanti intemperanti ha prodotto l’esempio della sua ubriachezza. Non è una vergogna non essere tanto virtuosi quanto lui. Si crede di non possedere affatto i vizi degli uomini comuni, quando ci si vede presi dei vizi di quei grandi uomini; e intanto non si pensa che essi proprio in questo appartengono agli uomini comuni.
Ci si attacca a loro là dove essi s’attaccano al popolo; perché per quanto siano elevati, sono sempre uniti agli altri uomini in qualche modo. Non sono degli esseri sospesi in aria, completamente astratti della nostra società. No, no; se sono più grandi di noi, è perché hanno la testa più alta; ma i loro piedi poggiano in basso come i nostri. Si trovano tutti allo stesso livello e s’appoggiano tutti sulla stessa terra; e, da questa estremità, essi sono così in basso come noi, come i più piccoli, i fanciulli, le bestie.”

*Alessandro si mostrò generoso e cavalleresco verso la moglie e le figlie di Dario, dopo la vittoria; ma nell’ubriachezza uccise il suo amico Clito.

Pascal

amor proprio, vanità

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“La natura dell’amor proprio e di questo io umano consiste nel non amare che se stesso e non considerare altro che sé. Ma che farà?
Non potrà certo impedire che questo oggetto da lui amato non sia pieno di difetti e di miserie; vuole essere grande, e si vede piccolo; vuole essere felice, e si trova miserabile; vuole essere perfetto, e si trova pieno di imperfezioni; vuole essere oggetto dell’amore e della stima degli uomini, e s’accorge che i suoi difetti meritano la loro avversione e il loro disprezzo. Questo imbarazzo in cui si trova produce in lui la più ingiusta e criminale passione che sia possibile immaginare; infatti concepisce un odio mortale contro quella verità che lo riprende e lo convince dei suoi difetti. Desidererebbe annientarla e, non potendo distruggerla in se stessa, la distrugge, per quanto può, nella sua conoscenza e in quella degli altri, vale a dire mette tutto il suo impegno nel nascondere i suoi difetti agli altri e a se stesso e non può tollerare né che gli vengano mostrati né che lui li veda.
È indubbiamente un male essere pieno di difetti; ma il male maggiore è esserne pieni e non volerlo riconoscere, poiché vi si aggiunge anche il male di una illusione volontaria. Non vogliamo che gli altri ci ingannino; non troviamo giusto che gli altri vogliano essere stimati più di quel che meritano; dunque non è neppure giusto ingannarli e volere che ci stimino più di quel che meritiamo.
Così, quando essi scoprono in noi imperfezioni e vizi che effettivamente abbiamo, è chiaro che non ci fanno alcun torto, perché non ne sono essi la causa, anzi ci fanno un bene perché ci aiutano a liberarci dal male, che è l’ignoranza di queste imperfezioni.
Non dobbiamo adontarci che ci conoscano e ci disprezzino; perché è giusto che ci conoscano per quel che siamo e ci disprezzino se siamo disprezzabili.
Questi sono i sentimenti che nascerebbero in un cuore pieno di equità e di giustizia. Che cosa dunque dobbiamo dire del nostro cuore, vedendovi una disposizione del tutto contraria? Non è forse vero che odiamo la verità e coloro che ce la dicono, e preferiamo che si ingannino a nostro vantaggio, e vogliamo essere stimati diversi da quelli che siamo in realtà?
[…] Ci sono differenti gradi in questa avversione per la verità; ma possiamo dire che in qualche grado essa è in tutti, perché è inseparabile dall’amor proprio. Ed è questa falsa delicatezza che obbliga coloro, i quali sono necessariamente costretti a richiamare gli altri, a scegliere circonlocuzioni e parole addolcite per non urtarli. Devono sminuire i nostri difetti, devono far finta di scusarli, mescolarli a lodi e a testimonianze di affetto e di stima.
E nonostante tutto, questa medicina è sempre amara per l’amor proprio, il quale ne prende meno che può, e sempre con disgusto, e spesso anche con un segreto disprezzo per coloro che gliela offrono.
Da ciò proviene che se qualcuno ha un certo interesse a essere amato da noi, si guarda bene dal renderci un servizio che sa a noi sgradito.
Siamo trattati come vogliamo essere trattati: odiamo la verità ed eccoci che ci viene nascosta; vogliamo essere adulati, e ci adulano.
[…] Così la vita umana non è che un’illusione continua; non facciamo che ingannarci a vicenda e adularci a vicenda. Nessuno parla di noi alla nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata unicamente su questo mutuo inganno; e poche amicizie resterebbero in piedi, se ognuno sapesse quello che il suo amico dice lui quando non è presente, anche se allora ne parla con sincerità e senza passione.
L’uomo dunque è simulazione, menzogna e ipocrisia, sia in sé che rispetto agli altri. Non vuole che gli si dica la verità. Evita di dirla agli altri; e tutte queste disposizioni, tanto lontane dalla giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo cuore.”

Pascal